lunedì, Ottobre 25

Il dipendente digitale è un imprenditore

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I dati Eurostat dicono che l’Europa nel 2014 ha riportato un tasso medio di occupazione pari al 69,2%. Questa percentuale è calcolata su base settimanale considerando tutta la popolazione attiva tra i 20 ed i 64 anni che risulta svolgere un lavoro retribuito per almeno un’ora a settimana all’interno dell’anno di riferimento.
La sfida che l’Europa si è posta per il 2020 è raggiungere un tasso medio di occupazione -calcolato come sopra- pari al 75%.

E nonostante a fine 2015 i dati occupazionali mostrassero una timida ripresa rispetto ai trend degli ultimi anni sono di oggi i dati ISTAT che ci dicono che a dicembre la disoccupazione è nuovamente salita-, è impossibile non tenere conto dell’impatto che gli attuali fenomeni geopolitici e macroeconomici potranno avere sulla raggiungibilità degli obiettivi Europei di medio termine: a partire dal rallentamento globale di economie trainanti come la Cina ed i mercati asiatici, dal crollo del prezzo del petrolio o dagli impatti del terrorismo islamico e dei conseguenti flussi migratori con i connessi risvolti politici e sociali nel vecchio continente.

Incertezza è la parola chiave, ed è il vero demone che tutti oggi siamo chiamati a metabolizzare ed imparare a gestire.

In un mondo dominato dall’incertezza globale, oggi come mai prima d’ora, saranno i parametri di riferimento a dover cambiare radicalmente, anche in contesti garantisti ed assistenzialisti come quello Europeo.
E già il concetto di ‘occupazione’, che proprio l’Europa si è data l’obiettivo di perseguire, parla da solo: «occupato è colui che risulta svolgere un lavoro retribuito per almeno un’ora a settimana all’interno dell’anno di riferimento».
Laddove è senz’altro vero che il calcolo, così concepito, produce una percentuale di occupazione più alta di quella che si otterrebbe altrimenti, il concetto sottostante al mero calcolo ha un significato molto diverso e ben più ampio di quello circoscritto al numero: in Europa il lavoro non è più considerato -dagli stessi Europei- il posto fisso da 40 ore settimanali full-time finché pensione non ci separi.

Quale potrebbe essere la novità rispetto a questo, fino ad oggi almeno, tristemente noto contesto? Forse potremo scoprire che il contesto è molto meno triste di quanto sembri ed, a ben guardare, che l’ineluttabile cambiamento può portarci addirittura verso una maggiore felicità ed auto-realizzazione.

Negli ultimi 20 anni i bisogni associati all’ottenimento di un lavoro retribuito si sono radicalmente modificati focalizzandosi sulla ricerca dell’appagamento personale, della soddisfazione e dell’auto-realizzazione. Le generazioni precedenti ricercavano, attraverso il lavoro, la garanzia di una stabilità che consentisse primariamente l’ottenimento di bisogni materiali: una casa, una macchina e la possibilità di costruire e mantenere una famiglia.

L’attuale contesto economico globale ha privato anche il lavoratore europeo di molte garanzie e presunte assistenze implicando una decisiva responsabilizzazione del lavoratore stesso in merito alla costruzione del proprio futuro e della propria carriera, e generando quella mobilità che abilita autonomia e libertà nella scelta del percorso da intraprendere per perseguire la propria realizzazione personale.

C’è addirittura chi ritiene che lo ‘Spirito del nostro Tempo’ (oZeitgeist’) sia pervaso di opportunità che spingono le persone ad utilizzare l’attuale libertà di scelta in ambito lavorativo non soltanto per soddisfare i propri bisogni di auto-realizzazione, ma per farlo impegnandosi in qualcosa che ritengono valorialmente significativo: capitalistico, ma con uno scopo.

Saranno le infinite possibilità date dalle nuove tecnologie digitali a rendere efficace, oltre che possibile, il trasferimento di responsabilità della gestione della carriera dal datore di lavoro al dipendente.

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