domenica, Settembre 19

Il ‘dilemma della sicurezza’ ridesta vecchie ombre sull’Europa? Intervista al Professor Corrado Stefanachi, docente di Scienze Internazionali dell’Università di Milano

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Quindi non c’è un discorso propositivo che punti a una mediazione su questo problema, nonostante si avverta che l’Europa ‘è a tiro di missili’, guardando alla crescita della tensione politica in quel quadrante come a una potenziale – ma crescente – minaccia?

Sicuramente c’è una presa di posizione a favore di una politica di non-proliferazione. Potrà eventualmente darsi una compattezza qualora si dovesse passare a misure militari, ma in questo momento è difficile vedere un’opzione militare trattando della questione nord-coreana.  C’è, da parte nostra, il sostegno agli Stati Uniti, come anche ai tentativi che sono in corso di spingere, in qualche sorta, la Corea a rinunciare al Programma.

Questo non corrisponde, però, a una diplomazia europea e, tantomeno, italiana attive in qualche ruolo, anche perché – lo ribadisco – manca una capacità idonea: forza militare e diplomazia si devono sostenere a vicenda.

Tornando al discorso accennato prima, mentre nell’ambito della crisi nucleare iraniana gli europei sono stati comunque coinvolti (un gruppo di ‘potenti’ che è riuscito a raggiungere l’intesa nel 2015 sul nucleare iraniano), ciò non è avvenuto in Asia Orientale. Anche i colloqui ‘a 5’ che sono stati condotti fin dagli anni 2000 hanno coinvolto la Cina, la Russia, gli USA, il Giappone e le due Coree. L’UE o i singoli attori europei non hanno neanche fatto finta di avere un ruolo. Questa mi sembra una tendenza del tutto confermata da quello che sta succedendo oggi: per capire gli eventi in Asia Orientale, non andremo a vedere che cosa ci dicono il Presidente francese o Angela Merkel; andremo a leggere subito i comunicati che provengono da Washington, da Pechino, da Seul, da Tokyo e – magari – da Mosca.

In un futuro non lontano, è possibile prevedere quale sarà lo scenario rispetto ai rapporti di forze che ci ha descritto? Si può fare un pronostico su quello che succederà (Lei diceva prima che l’opzione miliare non è probabile…) ?

Sulla Corea, come sopra accennavo, ci pensò già Clinton quando scoppiò la prima crisi, nel 1993; poi, in extremis, si trovò un’intesa grazie alla mediazione, all’ultimo momento, dell’ex-Presidente Jimmy Carter.

Già allora si erano resi conto che un’opzione militare è realmente difficile: Seul è un’area di oltre 20 milioni di persone. Il cuore della Corea del Sud sta a pochi chilometri al di là del ‘confine’, ossia la linea d’armistizio (lunga 240 km) che divide le due Coree. Quindi è esposto a quella che sarebbe una rappresaglia micidiale. A provocarla basterebbe mobilitare l’artiglieria convenzionale: non c’è bisogno di lanciare bombe atomiche su Seul per fare una carneficina. Questo è un primo problema.

Se si bombarda, cosa si bombarda?

La domanda rimane sospesa. Ormai stiamo parlando di una struttura nucleare (comprensiva di laboratori, arsenali, ecc.) davvero grande. Non si tratta più di un bombardamento puntuale, come ad esempio fece Israele nel 1981, con l’attacco preventivo al reattore iracheno di Osirak – azione che non risolse neanche la questione perché in seguito si scoprì che l’Iraq rilanciò il suo programma nucleare.  Diversamente, qui abbiamo un ventaglio di strutture, alcune delle quali saranno segrete – non sappiamo se sappiamo tutto! – quindi cosa andiamo a bombardare, se poi non siamo nemmeno in grado di neutralizzarle?

Infine, c’è la questione del ‘dopo’.  Si potrà anche tentare un intervento militare che addirittura tolga di mezzo il regime: non solo bombardare le strutture nucleari, ma risolvere la questione in toto , togliendo di mezzo la leadership. Un atto simile promette, però, di aprire drammaticamente la questione della riunificazione.

Bisognerà tenere in considerazione che questo potrebbe essere l’esito del collasso del regime: cambiare la leadership, in un Paese di quel tipo, potrebbe determinare la disgregazione delle strutture statali. Non lo sappiamo, ma questa potrebbe essere una possibilità. E allora, nel momento in cui si apre la grande partita della riunificazione, si può pensare di non tenere conto degli interessi della Cina, per esempio? Esiste, oggi, una qualche intesa con la Cina per gestire la riunificazione? Ne dubito.

Intervenire rispetto a queste incognite è difficile. Poi, tutto può succedere: magari domani gli USA bombarderanno o prenderanno altre iniziative. Sarebbe davvero un’opzione molto pericolosa e, per questo, non la scarto, anche se è piena di incognite e rimane tutt’altro che certa.

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