venerdì, Luglio 30

Il ‘dilemma della sicurezza’ ridesta vecchie ombre sull’Europa? Intervista al Professor Corrado Stefanachi, docente di Scienze Internazionali dell’Università di Milano

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La Conferenza «Edoardo Amaldi», tenutasi nella sua XX edizione il 9 e 10 ottobre a Roma, presso l’Accademia dei Lincei, riunisce i contributi di scienziati, esperti, diplomatici e alti funzionari (per un totale di 40 relazioni) sui temi della cooperazione alla sicurezza e del mantenimento degli impegni assunti in materia di «non-proliferazione nucleare». Con questa espressione si intendono tutte le misure adottate per impedire sia il diffondersi di armi nucleari in Stati che ancora non ne possiedono (proliferazione orizzontale), sia lo sviluppo di tecnologie più sofisticate da parte dei Paesi che ne siano già detentori (proliferazione verticale). Il problema legato all’uso improprio di questo materiale e dei relativi impianti di produzione (senza esitazioni, la mente corre oggi a Yongbyong) è tale da ravvivare il c.d. «dilemma della sicurezza», relativo alla percezione del rischio derivante dall’adozione o dall’incremento di misure difensive da parte di altri Stati – percezione che porterebbe al mantenimento, nella durata, dei rispettivi arsenali.

Nel suo videomessaggio inaugurale, l’Alto Rappresentante UE per gli Affari Esteri e la Sicurezza Federica Mogherini – pur non presenziando all’evento – ha rimarcato la necessità di proseguire con le sanzioni contro il regime nordcoreano e, contemporaneamente, di un lavoro di cooperazione e diplomazia che porti a denuclearizzare il Paese. La politica di Pyongyang costituisce, nell’opinione di Mogherini – e della maggior parte delle rappresentanze europee – , una seria minaccia alla pace e alla sicurezza mondiali: «L’accordo con l’Iran ha posto fine a una delle peggiori crisi nucleari del nostro tempo (…). Al momento attuale non possiamo permetterci di aprire un nuovo fronte». Il «Trattato di non-proliferazione nucleare» (NPT), approvato dall’ONU il 1° luglio 1968 e vigente dal 5 marzo 1970, costituisce, per riprendere le parole dell’alto funzionario, la «pietra angolare» di questo processo: «Faremo tutto ciò che è in nostro potere per assicurare il successo della Conferenza di Riesame del Trattato, fissata nel 2020», ha ancora dichiarato Mogherini. In proposito sono stati messi a segno importanti traguardi: «I due Stati europei che possiedono armi nucleari», ossia Francia e Gran Bretagna, «hanno provveduto a una moratoria sulla produzione di materiale fissile (…) Intanto, grazie al sostegno accordato alla Global Partnership del G7 e all’ International Science and Technology Centre , abbiamo contribuito a distruggere le scorte di materiale fissile e a condurre la ricerca scientifica verso fini pacifici».

Il numero crescente di Stati che hanno firmato il Trattato, avvertendo la proliferazione nucleare come contraria e dannosa all’intera Comunità Internazionale trova una corrispondenza nella portata dell’Art. VI NPT, che stabilisce l’impegno a evitare la proliferazione sia in senso verticale che orizzontale: una disposizione sul disarmo in grado di riunire i firmatari nell’impegno – sottoposto a idoneo controllo internazionale –  a cessare la corsa agli armamenti e a smantellare gli arsenali nucleari.

Nella sua piena adesione alla non-proliferazione, l’Italia, tra i 122 firmatari del recente «Trattato sul divieto di armi nucleari» adottato lo scorso 7 luglio, ha dichiarato di seguire un approccio progressivo al disarmo nucleare, tale da far ritenere inopportuno al nostro governo sostenere un’iniziativa suscettibile di portare ad una forte contrapposizione in seno alla Comunità Internazionale su una questione che richiede un impegno universale e anche il pieno coinvolgimento dei Paesi militarmente nucleari». Nono sono mancate, poi, le critiche dell’Italia agli standard di verifica e controllo previsti dal nuovo Trattato, uno dei principali ‘vuoti di raccordo’ con l’NPT, che è stato oggetto – lo scorso maggio a Vienna – del primo ciclo di revisione da parte del Comitato Preparatorio alla citata Conferenza del 2020, al quale l’Italia ha partecipato attivamente.

Frattanto, in tempi di rotture diplomatiche a catena con l’Europa e di sanzioni da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Corea del Nord (che si ritirò definitivamente dal NPT nel 2001) incrementa il livello – e l’impatto – dei suoi esperimenti balistici, scatenando gli attacchi simulati degli USA.

 

Rispetto all’evoluzione dello scenario internazionale e al prospettarsi di una nuova minaccia nucleare, stiamo forse assistendo a una riconfigurazione ‘fredda’ degli equilibri geopolitici globali? Le tensioni economiche tra USA e Cina, i difficili rapporti con la Russia, sono sufficienti a prospettare una nuova divisione in ‘blocchi’? Risponde Corrado Stefanachi, Professore di Scienze Internazionali presso l’Università di Milano.

La questione nucleare sicuramente configura, come dicono gli inglesi, un ‘gate change’, un punto di svolta, se – come sembra – la Corea del Nord ormai si appresta a essere, a tutti gli effetti, una potenza nucleare. A ben vedere, lo era già, nel senso che aveva sviluppato la capacità di produrre delle testate, e ora si sta dotando di una flotta di missili balistici. Sicuramente, questo cambia tante cose. Anzitutto, va a ridurre la libertà d’azione degli Stati Uniti in un’area importante per gli equilibri globali come è l’Asia Orientale; inoltre, ciò inquina, in qualche modo, l’affidabilità degli USA agli occhi degli alleati nell’area – quindi anche tutti quegli alleati che offrono basi e punti di appoggio che servono agli USA per esercitare l’egemonia in quel quadrante strategico. Costoro tenderanno ad essere molto più prudenti, a fidarsi di meno e a voler essere meno coinvolti – senza parlare della Corea del Sud, che resta comunque coinvolta.

Questo, di per sé, spiega anche l’estrema apprensione da parte degli USA, risalente alle origini del Programma nucleare nordcoreano, quindi all’Amministrazione Clinton, il quale pensò addirittura di debellare con le bombe il suddetto programma (operazione, in concreto, molto difficile).

In fin dei conti, al di là dell’amministrazione Trump, questo processo ha un impatto importante sulle tendenze meridionali. Ciò premesso, prima di parlare di ‘blocchi’ e di nuove ‘Guerre fredde’, sarei personalmente molto cauto a ricorrere ad analogie che possono risultare fuorvianti.

Sicuramente assistiamo all’ascesa della Cina, questo è ovvio: non dimentichiamo che il Programma nucleare nordcoreano ha anche una valenza anti-cinese, non soltanto antiamericana, volta a ridurre la dipendenza della Corea del Nord da un ‘vicino ingombrante’ come la Cina. La Russia gioca un ruolo, ma non stiamo parlando dell’Unione Sovietica: è una situazione molto più fluida, che non fa pensare alla cristallizzazione di blocchi che possano già apparire consolidati. Russia e Cina collaborano, ma hanno diffidenze reciproche. Tutti gli attori nell’area hanno una loro agenda, per cui vi sono momenti di collaborazione ma anche momenti di tensione tra gli attori regionali, a parte gli Stati Uniti.

Quindi c’è più fluidità, oltre alla tendenza generale all’incremento dell’influenza regionale cinese e in qualche modo, come dicevo, anche di una parziale crisi della presenza regionale degli USA…

…Che però non va nemmeno sottovalutata.

Qual è esattamente la strategia della Russia nello scenario che ha appena tracciato?

Tutte le potenze dell’area e tutte le potenze nucleari hanno un interesse a limitare – stiamo parlando del Programma nucleare nordcoreano – la proliferazione, anche perché più potenze nucleari ci sono, più si svaluta il valore delle armi nucleari per chi già le possiede. Da questo punto di vista, c’è una convergenza da parte di Cina, Stati Uniti e Russia a cercare in qualche modo di limitare la proliferazione, anche nel caso della Corea del Nord. Questo elemento allinea la Russia agli interessi delle altre grandi potenze nucleari e, paradossalmente, agli interessi degli Stati Uniti.

Nondimeno, sappiamo che esiste un’indubbia tensione tra Russia e Stati Uniti, con il conseguente interesse della prima a non lasciare il ‘pallino’ esclusivamente in mano agli USA. C’è, poi, anche la sicura volontà di creare difficoltà agli americani – lo vediamo in Medio Oriente, con l’intervento in Siria, così come in Asia Orientale.

Comunque, la Russia rivendica di essere nuovamente una grande potenza: non la vecchia Unione Sovietica, il ‘colosso globale’… Ne discende che, per compiere azioni in aree importanti (che si tratti del Mar Nero, del Medio Oriente o dell’Asia Orientale), bisogna tenere in considerazione anche i suoi interessi. Da questo punto di vista, la Russia mostra, nella sua agenda, la volontà di riconquistare uno status pienamente riconosciuto di grande potenza. Lo vediamo anche nel modo in cui sta giocando la sua partita in Asia Orientale: ha un interesse a far sì che la Corea del nord rinunci – ormai è molto improbabile – ai suoi arsenali nucleari, o comunque a disciplinare quel Paese e delimitarne la politica; dall’altro lato, ha anche interesse a contenere la presenza regionale degli Stati Uniti. Questo avviene collaborando con la Cina, ma, lo ripeto: non bisogna esagerare il rapprochement esistente tra Cina e Russia perché, se la Russia si preoccupa dell’egemonia globale degli USA, non guarda di certo con grande sollievo all’ascesa di un colosso come la Cina sui suoi confini lungo il versante asiatico, nel grande territorio euroasiatico russo.

L’Unione Europea potrebbe contare sulla sua unità per fare da mediatore strategico, in un momento in cui fuoriuscite e nazionalismi sembrano indebolirne la stabilità nel tempo?  Come si posiziona l’Italia rispetto a questa problematica e ai suoi possibili sviluppi?

È difficile rispondere. A me sembra evidente che l’UE non abbia una propria politica estera, non riuscendo neppure a mettersi d’accordo su quale possa essere un interesse ‘nazionale europeo’ quando si valica il cortile di casa, cioè la regione euro-mediterranea. Non penso, pertanto, che l’Unione sia in grado di proiettarsi con un qualche grado di credibilità e di influenza in questo scenario… E poi ci vuole anche la forza militare, una capacità militare in grado di imporsi in un quadrante dell’Asia Orientale. Non è quello il suo orizzonte (né credo che si faccia finta che lo sia). Se vogliamo, proprio per il fatto che parliamo di un contesto così lontano geograficamente, è più facile trovare – paradossalmente – una convergenza fra gli europei : la una questione non impatta direttamente sull’Unione Europea e i suoi membri, ma sui macro-aspetti globali; certamente, sui buoni rapporti con gli Stati Uniti.  Piuttosto, vedo una capacità di singole potenze europee, le solite, che hanno partecipato – Gran Bretagna, Francia, Germania – al raggiungimento dell’intesa nucleare con l’Iran.

Non sto, qui, a mettere in dubbio il un ruolo assunto dai Paesi Europei e dalle istituzioni unionali nell’ambito della non-proliferazione. Tuttavia, in questo momento il ruolo dell’UE è qualcosa di veramente impalpabile, che non va oltre la moral suasion e le prese di posizione in sede pubblica e di grandi organizzazioni internazionali. Il ruolo di attori regionali spetta al Giappone, alla Cina, alla Russia, alla Corea del Sud. Questo discorso vale, tanto più, per l’Italia.

L’Italia fa così fatica in questo momento ad esprimere una politica estera coerente, anche perché ci sono grandi problemi che sta affrontando nel suo ‘cortile di casa’: il Mediterraneo. In Europa, poi, pensiamo ai difficili rapporti con le grandi potenze europee sulle questioni dell’euro… In questo momento, l’Italia non è in grado di dire o fare qualcosa di significativo in un quadrante geopolitico così distante.

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