martedì, Maggio 11

Il digiuno delle donne contro la mafia 40

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pina grassi

“Eravamo disperate, tutti sapevano che Borsellino rischiava la vita, era esposto a coloro che lo volevano uccidere e sapevamo che i complici consapevoli e inconsapevoli si trovavano ovunque, anche in quelle manifestazioni antimafia che grondavano d’ipocrisia”. A distanza di 22 anni da quella strage, Daniela Lombardi rivive quel periodo con lo stesso dolore, la stessa passione di allora. Insieme, ricordando quei momenti, percorriamo il breve tratto di strada che dall’ aula di San Piero Scheraggio, agli Uffizi, ove si è aperta la Mostra fotografica “Le donne del digiuno contro la mafia” di Francesco Francaviglia, conduce a via dei Georgofili.

Siamo in mezzo al piccolo corteo dietro il gonfalone del Comune di Firenze guidato dai Sindaci delle due città – Leoluca Orlando e Dario Nardella –“gemellate” nel ricordo delle stragi mafiose. E’ il momento più alto e intenso della cerimonia: l’omaggio alle vittime delle mafie. Ci sono anche altre protagoniste di quell’atto di ribellione civile. Una clamorosa protesta che, tre giorni dopo la strage di via D’Amelio – ove avevano perso la vita Paolo Borsellino e i cinque agenti di scorta, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Miuli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina – ebbe il suo epicentro in piazza Castelnuovo. Chiedo a Daniela come nacque a loro iniziativa : “Noi donne avevamo sempre manifestato contro la mafia, ma dopo quella strage che seguiva tutte le altre, avvertimmo la necessità di iniziare una lotta più efficace, qualcosa di più forte che scuotesse le coscienze: da qui l’idea del digiuno. Iniziammo tre giorni dopo l’eccidio, in poche, sotto una tenda, poi la curiosità, accese l’interesse intorno a noi e qualcuno ci portò una roulotte: andammo avanti un mese, le tv nazionali ignoravano quanto stavamo facendo ma non la gente, né le donne di Palermo, che venivano lì, chiedevano, partecipavano, né le tv estere che cominciarono a parlare della nostra lotta. Insomma, stavamo facendo un buon lavoro e la solidarietà si rafforzò intorno a noi. E insieme ad essa la consapevolezza che qualcosa era possibile fare”.  

Il loro “manifesto” era chiaro: “Iniziamo oggi pomeriggio con un presidio a piazza Castelnuovo uno sciopero della fame, come cittadine di Palermo al di là delle appartenenze ad associazioni o partiti, che continuerà fino a quando il Prefetto Jovine, il capo della polizia Partisi, il procuratore Giammarco, l’alto commissario per la lotta alla mafia Finocchiaro, il Ministro degli Interni Mancino, non si dimetteranno”. Dunque vi poneste obiettivi ben precisi: “Sì, volevamo dimostrare che un’altra politica era possibile, da subito, con forti segnali di cambiamento”. E oggi, che alla guida della città di Palermo c’è un Sindaco come Leoluca Orlando e in Regione un centro-sinistra, come considerate la situazione, c’è più consapevolezza e fiducia intorno a voi? “Sì, la sensazione è che vi è più fiducia nella lotta alla mafia di allora, qualcosa è cambiato, ma sarei meno ottimista di Orlando il quale sostiene che oggi la cornice entro cui s’inquadra la vicenda siciliana non è più la stessa. Bisogna guardarsi dalle connivenze occulte, nascoste. Occorre far chiarezza, far emergere la verità, in particolare ci attendiamo un ulteriore passo dal processo in atto sulla cosiddetta trattativa stato- mafia”.

Insomma, le donne del digiuno, come Daniela, non abbassano la guardia, chiedono che chi sa parli. Non mollano, anche a distanza di tanti anni. La loro protesta di allora è stato un seme che ha germogliato qualcosa d’importante. Lo ricordava lo stesso Orlando nella conferenza stampa di presentazione della Mostra, insieme al Direttore degli Uffizi Antonio Natali. «Questa mostra – ha detto il Sindaco di Palermo – rappresenta il coraggio di civile di questa nostra città che per secoli è mancato: nella borghesia, negli intellettuali, nella Chiesa. Poi, con questa e le lotte per i diritti come quella di Don Puglisi,che ha sacrificato la propria vita, la cornice storica è cambiata ed oggi si può dire che l’orgoglio, la speranza e il coraggio civile della Palermo delle stragi degli anni ‘90 ha determinato le condizioni per cui ora a Palermo la mafia non governa. Certo, la mafia esiste, è una tessera mostruosa che ogni giorno le forze dell’ordine e la magistratura combattono con coraggio, ma non governa la città, Palermo ha fatto dei diritti il proprio orizzonte. E la mafia ha più paura dei diritti che della legge». 

«Il nostro compito – ha detto da parte sua il Sindaco di Firenze Dario Nardellaè quello di non abbassare la guardia di fronte alle mafie che, non solo in Italia ma in tutto il mondo, continuano a svilupparsi, a perpetrare azioni illegali contro le nostre comunità». La corona di fiori deposta in via dei Georgofili, dove la notte tra il 26 e 27 maggio del ’93, un attentato dinamitardo di stampo mafioso stroncò la vita a 5 persone, tra cui una bimba, sancisce, secondo il Sindaco di Firenze, un gemellaggio sempre più forte nel nome della legalità, poiché solo nella legalità vi può essere un futuro migliore per i giovani. Ma questo gemellaggio tra Firenze e Palermo non è soltanto nel segno della lotta alla mafia: secondo il Direttore degli uffizi Antonio Natali, ha anche un’origine culturale più lontana nel tempo. Che è quello di Napoleone. Di fronte al trafugamento delle nostre opere d’arte, dagli Uffizi fu deciso il trasferimento di molte di queste opere a Palermo per metterle in salvo: 53 casse piene dei nostri capolavori furono trasportate fino a Livorno, poi caricate su una nave e via mare, dopo una sosta a Napoli, dopo un viaggio con non pochi disagi arrivarono finalmente a Palermo per essere poste in salvo in un convento dei Gesuiti.

Nel merito della mostra, opera del fotografo Francesco Francaviglia, Natali sottolinea il coraggio delle donne, “quasi una razza a parte”: per la pazienza, la resistenza, la creatività e la forza, che ricorda quella delle donne di Palestina, che ebbero il coraggio di tornare sulla tomba del Cristo e trovandola vuota ricevettero il privilegio della rivelazione. “Nel pianto delle donne, aggiunge, non v’è alcun falso pudore. E i volti di Francaviglia – afferma ancora Natali – sono quelli di donne coraggiose che vent’anni orsono, disprezzando il male , compreso quello che poteva per ritorsione ricadere su di loro, si schierarono a viso aperto contro la criminalità empia e brutale che insanguinava quella stagione e tuttora insanguina e corrompe. Volti che il trascorrere del tempo ha solcato di rughe, me pur sempre belli. Belli d’una fierezza antica”.

Ma di chi sono questi volti? Tra lori vi sono personalità note come Pina Malsano Grassi, moglie di Libero, ucciso per essersi ribellato al pizzo, Simona Mafai, capogruppo comunale dell’allora PCI, la fotografa Letizia Battaglia, l’ex sindaco di S.Giuseppe Jato Maria Maniscalco, Michela Buscemi, costituitasi parte civile al maxiprocesso dopo l’assassinio dei suoi due fratelli, l’europarlamentare Luisa Morgantini, la cantante Giovanna Marini e altre rimaste nell’anonimato, impegnate nella scuola, negli uffici, in un quartiere difficile come quello Zen . «Volti che è bello rivedere – scrive nel catalogo il Presidente del Senato Pietro Grasso – sguardi che sfidano il silenzio e la paura». Analoghe parole esprime espresso il magistrato della procura nazionale antimafia, Franca Imbergamo, presente all’inaugurazione della Mostra: “I volti delle donne del digiuno riemergono, attraversati dal tempo ma ancora febbricitanti di passione civile…rivederli oggi significa misurare tutto il dolore e l’orrore di quanto è accaduto e tutto l’immane vuoto di verità che, ancora oggi, nonostante tutto, avvolge le stragi….una scia di sangue che non si interrompe nell‘estate siciliana del ’92, ma sale lungo la penisola nei luoghi simbolo della nazione per seminare terrore”.  Francaviglia, che nel ’92 andava in quinta elementare e i suoi unici ricordi di allora sono i militari per le strade di Palermo, si è accostato alle donne del digiuno per esprimere la sua denuncia civile contro la mafia, che gli aveva ucciso lo zio, attraverso il coraggio di quelle donne. Che lui ha ritratto vent’anni dopo, andandole a ricercare una per una, per raccontare una storia: una storia italiana che è anche la storia della mia famiglia, ha detto, collocandone su uno sfondo nero, il nero che ancora avvolge la verità su quelle stragi. Lui stesso ha scelto il volto di Rita Borsellino come ultima foto delle 31 donne per chiudere il catalogo: perché è il volto di tutte le donne che in quell’estate del ’92 piansero, si disperarono ma continuarono a lottare. La Mostra, curata da Tiziana Faraoni, allestita da Antonio Godoli in San Piero a Scheraggio, agli Uffizi, da ieri è aperta al pubblico fino al 9 novembre.

 

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