martedì, Settembre 28

Il difficile momento della Turchia (e di Erdogan) Senza un Governo dal 7 giugno, si tornerà al voto a novembre. Ma i sondaggi non sono favorevoli all'AKP

0
1 2


La Turchia sta attraversando una delle fasi più delicate nella sua storia recente. Confini in fiamme, stallo politico – il primo novembre prossimo andrà a elezioni anticipate, ha annunciato oggi il Presidente Recep Tayyip Erdogan, e intanto verrà formato un nuovo Governo ad interim -, violenza interna, sono solo alcuni dei fronti aperti che cingono d’assedio il Paese. Per adesso ne sta facendo le spese la lira turca, la cui caduta libera degli ultimi giorni è una perfetta cartina al tornasole delle incertezze legate sia alla crisi politica in atto e al caos geopolitico dell’area, ma nel lungo periodo il prezzo più alto potrebbe pagarlo il Presidente Erdogan, principale artefice della Turchia contemporanea.
Sembra passato un secolo da quando Ankara cresceva a ritmi cinesi (+9% nel 2010 e +8,5%), le tensioni con i curdi si stavano smorzando e la sua azione politica, plasmata sul pensiero dell’ex Ministro Ahmed Davutoglu, era vista da molti osservatori come il faro destinato ad illuminare il futuro di un Medio Oriente tramortito dalle primavere arabe.

 

Lo stallo politico

Partendo dalle vicissitudini interne, il Paese è senza un Governo dalle ultime elezioni del 7 giugno, dopo il fallimento dei colloqui tra il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (l’Akp, al potere dal 2002) e il Partito Popolare Repubblicano (Chp, il primo partito d’opposizione, di orientamento conservatore, laico e kemalista).
Dopo aver governato da solo per 13 anni, il Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) ha perso la maggioranza assoluta in Parlamento e si è visto costretto a trattare con le formazioni politiche dell’opposizione per creare una coalizione. Con il 40,8% delle preferenze e 258 seggi parlamentari, il partito del Presidente è ancora la prima formazione nazionale, ma la perdita di nove punti rispetto alle politiche del 2011 e il mancato raggiungimento dei 276 seggi richiesti per formare un governo monocolore sono stati percepiti dalla dirigenza del partito come una vera e propria sconfitta. Sul piano pratico questo esito ha costretto l’Akp a fare ciò che non vuole e ha dimostrato di non saper fare, ossia dialogare con l’opposizione.
Riguardo le trattattive con i repubblicani, nonostante le distanze programmatiche tra le parti non fossero insormontabili, ad avere impedito l’intesa è stato l’irrigidimento delle due formazioni. Il partito di Erdogan e del Premier Ahmet Davutoglu non è stato disposto a cedere sulla temporaneità del nuovo Esecutivo a Kemal Kılıçdaroglu, leader del Chp, e quest’ultimo pretendeva la rinuncia del Presidente ad avocare a sé nuovi poteri.
Stando alla Costituzione, se non vi è possibilità di formare un Governo entro 45 giorni dalla data delle elezioni (in questo caso il 23 agosto) il Parlamento può essere sciolto in vista di nuove elezioni. Oggi, infatti, il Presidente ha annunciato che le elezioni anticipate si terranno il prossimo 1° novembre, ma i sondaggi pronosticano un esito non dissimile rispetto alla consultazione di giugno, con il rischio che l’Akp non riesca nemmeno la prossima volta ad ottenere la maggioranza assoluta dei seggi e che veda perfino il suo consenso ridursi ulteriormente.
Questa prospettiva fotografa perfettamente il lento ma costante declino verso cui sembra avviato il potere di Erdogan.
Un potere entrato in crisi dalla drammatica estate del 2013, quando le proteste di Gezi Park segnarono una dura battuta d’arresto a quel programma di ‘Islam e cemento’ che per un oltre decennio aveva caratterizzato l’agenda politica dell’esecutivo da lui presieduto. Senza una maggioranza netta sfumerebbero così le sue chance di approvare una nuova costituzione in cui il Presidente della Repubblica, ruolo che ricopre dal 2014 e che finora ha avuto poteri meramente cerimoniali, diventi il vero centro di potere del Paese.
A complicare il quadro c’è il conflitto interno con Hizmet, l’organizzazione fondata e guidata dal carismatico e discusso leader religioso Fethullah Gülen. Un tempo una importante fonte di consenso estremamente radicata nella società e negli apparati statali, Hizmet si è ben presto trasformata in un nemico temibile, infiltrato nella Polizia, nell’Esercito e nella magistratura, e capace di scatenare scandali e intralciare la macchina di potere costruita da Erdogan in questi tredici anni di potere.

 

(In)sicurezza interna

La Turchia si era presentata all’appuntamento del 7 giugno in un clima da strategia della tensione’, con un’escalation di attentati, atti di violenza e sabotaggi che avevano gettato un’ombra sulla tornata elettorale. Solo nei giorni fra il 31 marzo e il 2 aprile, ad esempio, due esponenti della formazione di estrema sinistra Dhkp-C, responsabili di diversi attentati a partire da gennaio, hanno sequestrato un giudice chiedendo ‘giustizia’ per un ragazzo ucciso dalla polizia durante le proteste di Gezi Park, assalto finito in un bagno di sangue; un misterioso mega black-out elettrico ha paralizzato il Paese; una donna kamikaze e un uomo hanno attaccato la questura di Istanbul; decine di simpatizzanti (o presunti tali) del Dhkp-C sono stati arrestati; un uomo armato armato ha assaltato una sede Akp; la sede centrale della polizia turca ha diramato ai comandi nelle 81 province una allerta possibili nuovi attentati. Tutto nell’arco di tre giorni.
Nel tentativo di spiegare questi tragici eventi si erano diffuse voci, rilanciate anche dalla stampa internazionale, circa un piano dei servizi segreti del Mit, diretto da Hakan Fidan, fedelissimo del Presidente Erdogan, per programmare attacchi e manovre per discreditare l’opposizione creando un clima di panico che rafforzi il consenso degli elettori all’Akp di Erdogan. A onor del vero, non esistono finora prove tangibili di un collegamento tra i fatti in questione e i servizi turchi, ma è noto come la Turchia abbia offerto il proprio sostegno a gruppi paramilitari dentro e fuori dai propri confini, soprattutto in riferimento alla crisi siriana. E le violenze proseguono tuttora, con il recente attacco al palazzo di Dolmabahce – sede del Primo Ministro Ahmet Davutoglu e simbolo della storia politica del Paes e- ancora a opera del Dhkp-C, e l’attentato da cui è uscito illeso il Presidente del gruppo editoriale filogovernativo Star Media Group‘, Murat Sancak.
In ogni caso, le urne hanno dimostrato che, se un ‘piano’ c’era, questo non ha funzionato. La gente si è stancata di sentire il Presidente agitare lo spauracchio del complotto per far cadere il Governo. L’Akp ha perso perché Erdogan non ha saputo leggere il malcontento popolare divampato a Gezi Park e, invece di dialogare con la società, ha stretto il giro di vite incrementando la violenza nei confronti del dissenso.
Ne è una prova la crescente ostilità palesata nei confronti dei giornalisti. La 149° posizione su 180 nel Press Freedom Index, il ranking mondiale della libertà di stampa testimonia la triste realtà di un Paese in cui arresti, intimidazioni e scontri frontali tra politica e giornali ‘non allineati’ sono all’ordine del giorno. Ma stavolta c’è dell’altro. Il 2 giugno gli avvocati di Erdogan hanno citato in giudizio Can Dundar, direttore del giornale ‘Cumhuryet‘, chiedendo per lui la pena dell’ergastolo. L’accusa: aver attentato alla sicurezza nazionale. La sua testata aveva pubblicato due foto, risalenti al 2014, di un camion carico di armi e equipaggiamenti militari fermato vicino al valico di frontiera con la Siria dalla polizia turca. In un primo momento il governo aveva messo la faccenda a tacere, ma la pubblicazione delle foto ha fatto scoppiare lo scandalo.
Per la cronaca, in molti hanno letto l’episodio come l’ennesimo capitolo dello scontro fra il Governo e Hizmet, che come abbiamo visto muove molti fili, anche nella polizia. Tuttavia la scoperta di questi traffici di armi al confine apre uno scenario ancora più inquietante: a chi erano (e sono) diretti quegli armamenti? Ad alcuni gruppi ribelli islamisti, in particolare Ahrar al-Sham (formazione discussa soprattutto riguardo alla sua presunta (‘moderazione’), di cui la Turchia si è fatta sponsor in questi tre anni di guerra in Siria, o – è l’ipotesi che molti sostengono – allo Stato Islamico?

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->