giovedì, Settembre 23

Il difficile gioco del nuovo Zar Putin

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C’è ancora qualcuno cui il “nuovo zar” non piace sempre più? Che non cada vittima anche solo involontariamente o malvolentieri di un’ultima versione di “fascino slavo” anche se nella fattispecie non si può parlare di un piacione naturale? Sta di fatto che il numero degli ammiratori dichiarati o trasparenti di Vladimir Putin continua inesorabilmente ad aumentare e la minoranza dissenziente, invece, a diminuire, avvicinandosi all’estinzione come pare stia accadendo nel suo Paese.

Per quanto riguarda la Russia, certo, la cosa non può stupire. Lasciando da parte i connotati più frivoli del personaggio (l’aspetto un po’ tenebroso controbilanciato dalle prodezze sportive e simili) e guardando alla sostanza, non c’è dubbio che la popolarità da record di cui gode in patria non sia gratuita. Vi ha innanzitutto ristabilito l’ordine e una relativa sicurezza e garantito almeno fino a ieri un crescente benessere, risollevando un morale nazionale prostrato dal crollo del regime comunista e dalla disintegrazione dell’Unione Sovietica.

Ma i consensi sono saliti alle stelle proprio in questi ultimi anni, in concomitanza con una crisi economica più allarmante delle precedenti se non altro per l’ennesima ricaduta. I russi sono più nazionalisti o, se si preferisce, più patrioti della media degli altri paesi e per amor di patria sono pronti a sopportare i più duri sacrifici. Lo hanno ampiamente dimostrato sotto la ferula di un autocrate come Stalin, e non solo quando si è trattato di respingere l’aggressione nazista.

Sono perciò istintivamente più che grati a Putin, adesso, per avere risollevato anche l’orgoglio nazionale offeso dagli sviluppi in Ucraina e fatto valere la dignità e gli interessi di una grande potenza storicamente tale con l’imperioso intervento armato in Siria dopo l’annessione della Crimea e il risoluto appoggio alla ribellione del Donbass contro il governo filoccidentale di Kiev.

Il tutto riportando la Russia in primo piano sulla scena internazionale con connessa ascesa del suo presidente “da paria ad arbitro tra le potenze” (powerbroker, come lo ha definito ‘The Guardian, pensando forse a Otto von Bismarck, il “cancelliere di ferro” artefice dell’unità tedesca). Personalmente,  Putin è stato fregiato da parte americana del titolo di uomo politico più potente del mondo, tenendo presumibilmente conto che nessun suo omologo straniero gode di un potere interno altrettanto saldo e incontrastato.

Ciò richiama naturalmente l’attenzione sul fatto che in Russia vige un sistema democratico più formalmente che sostanzialmente tale, cosa che alla maggioranza dei russi non sembra dispiacere più di tanto ovvero risulta persino gradita. Lo stesso si può dire però, spostando lo sguardo all’esterno del paese, di molti fra gli ormai tanti, in Occidente, che sono diventati o stanno diventando filorussi e comunque ammiratori del “nuovo zar” passando sopra alle pecche e carenze del regime moscovita o addirittura esaltando quest’ultimo come fonte di ispirazione politico-ideologica.

Nelle file di questa variegata categoria si va dall’autoritario premier ungherese Viktor Orban al leader leghista Matteo Salvini (che fraternizza anche con la Corea del nord), al suo aspirante alleato Silvio Berlusconi (grande amico personale di Putin e già sedicente candidato a ministro russo dell’economia) e a  gruppi e ambienti della sinistra non necessariamente estrema e non solo italiana per i quali la Russia resta ancora un po’ la terra del sol dell’avvenire pur presentando oggi un volto tutt’altro che progressista in ogni campo e punteggiato anzi da vistosi eccessi di capitalismo.

In Italia molti di costoro, spregiatori della coerenza, paventano a gran voce il pericolo domestico dell’”uomo solo al comando” e l’ennesima minaccia incombente sulla democrazia. Altrove, dove simili spauracchi non esistono o sono meno plausibili, si preferisce di regola mostrare minore tenerezza in generale nei confronti della Russia e porre semmai l’accento sugli interessi economici che militano a favore di avvicinamenti piuttosto che rotture comunque motivate con Mosca.

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