domenica, Aprile 18

Il dibattito sull’immigrazione field_506ffb1d3dbe2

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Londra – La copiosa immigrazione degli ultimi anni non ha danneggiato le possibilità lavorative degli inglesi. Questa la conclusione di un recente studio commissionato dal Governo al MAC, il Migration Advisory Committee, sugli effetti e l’impatto sociale di lavoratori immigrati poco qualificati.  «I lavoratori migranti negli ultimi 20 anni non hanno avuto un grande impatto sui salari dei lavorati dei Regno Unito, o sull’occupazione e l’economia in generale, o tantomeno in aree come alloggi, sistema sanitario, crimine, istruzione e sussidi sociali».  Allo stesso tempo, però, lo studio suggerisce che i migranti che svolgono lavori poco qualificati hanno avuto un forte impatto a livello locale nelle aree in cui sono concentrati.

Eppure, lo stereotipo dell’immigrato che arriva nel Regno Unito a fare ‘welfare shopping’ e a svuotare le tasse dello stato ricevendo sussidi e assistenza sanitaria, è una delle figure ricorrenti nel dibattito sull’immigrazione. Con in vista le prossime elezioni del 2015, uno dei temi più collegati alla questione immigrazione è proprio come gli immigrati influenzino il welfare e la vita degli abitanti nativi del Regno Unito. “Queste sono le percezioni spiega l’economista Francesco Fasani, Lecturer al Dipartimento di Economia al Queen Mary University di Londra e ricercatore al CReAM, Centre for Research and Analysis of Migration, con il quale abbiamo analizzato il dibattito intorno ai temi legati all’immigrazione e alle sue conseguenze sull’economia del Regno Unito.

“C’è un dibattito diffuso sui tabloid inglesi e c’è tutto un mondo aneddotico di questi immigrati che vengono e abusano del welfare. Una storia che si sente in tutti i paesi. Riguardo al Regno Unito sono stati fatti studi molto recenti sull’impatto fiscale degli immigrati. Ovviamente gli immigrati usufruiscono dei servizi, ma bisogna fare i conti giusti e vedere quanto contribuiscono in termine di tassazione. Studi dimostrano che gli immigrati di recente immigrazione sono dei net contributors al sistema fiscale inglese”. L’economista ci mostra uno studio di Christian Dustmann e Tommaso Frattini e sintetizza “loro stimano che la contribuzioni netta – ovvero tra quanto hanno contribuito e quanto hanno preso – si aggira sui 5 miliardi per i recenti arrivi dall’Unione Europea – e 15 miliardi dai non europei. Questo è un finding abbastanza comune. Al di là delle percezioni, gli immigrati hanno in genere caratteristiche che li rendono contribuenti netti del sistema, per via della loro età e della struttura familiare”. 

Un territorio che attrae molti stranieri per la sua fama di paese multietnico e la sua ricchezza. “Il Regno Unito è uno dei paesi di antica immigrazione, nel senso che è un Paese con un passato coloniale e quindi ha, in un certo senso, immigrazione da sempre. Ha un set di immigrati molto diverso, dall’India ai Caraibi, poi dall’Europa e, negli anni più recenti con gli ultimi allargamenti dell’Unione Europea, dall’Est europa. La particolarità del Regno Unito”, spiega Fasani, “forse unica al mondo, è di avere un’immigrazione molto istruita, diversamente ad esempio dall’Italia e anche dagli Stati Uniti.” Condivide con noi i dati di uno studio del CreAm e sottolinea: “Gli immigrati che arrivano qua sono molto più istruiti. Ad esempio, nei dati del 2013,  degli UK born il 45% ha finito l’istruzione a 16 anni o meno – mentre in tutti gli altri gruppi di migranti questo dato è inferiore”. 

Secondo l’Ufficio Nazionale di Statistica nel 2013 c’erano però 2.1 milioni di persone straniere che occupavano posti di lavoro non qualificati, e di questi 1.2 milioni non erano europee. L’economista specifica che “gli immigrati sono più istruiti ma non necessariamente trovano dei lavori che richiedono queste qualificazioni. Si può parlare infatti del downgrade degli immigrati”.

Il Regno Unito ha subito immigrazione in un momento di boom economico. “In tutti gli studi che noi economisti abbiamo prodotto non si vede un impatto sui salari in negativo, o sui dati occupazionali. Si vede un impatto positivo sulle finanze pubbliche. Quella nel Regno Unito è anche un’immigrazione circolare, cioè quelli che sono arrivati sono anche andati via. I giornalisti e una certa politica si limitano a sommare gli ingressi senza sommare le uscite. Il fatto è che molti immigrati – e questa è una cosa che il dibattito dimentica – tornano a casa. Quindi nel momento in cui mantengono la pensione in UK – giustamente poiché hanno contribuito – tornano nel paese di origine e quindi tutto ciò che è spesa sanitaria, assistenza e simili finisce a carico del paese di origine”.

Nelle recente elezioni europee, il partito UKIP di Nigel Farage ha ottenuto molti voti facendo soprattutto leva su sentimenti antieuropeisti e antiimmigrati della popolazione, suggerendo che ondate di europei stanno arrivando nel Regno Unito a rubare i lavori della popolazione locale. Come si può spiegare quindi quest’avversione verso lo straniero espressa anche dai voti ottenuti da UKIP? “La mia interpretazione è che nello UKIP c’è un forte anti-europeismo che è una tendenza comune. C’è molto scontento verso l’Unione Europea per come è stata gestita la crisi, c’è molto distacco e questo antieuropeismo si manifesta in modi diversi in diversi paesi. In UK  chiaramente non si può manifestare come anti-euro e quindi l’immigrazione europea sembra essere diventato un po’ il tema su cui concentrarsi.Certamente”, prosegue Fasani, “c’è una parte della forza lavoro inglese che è molto poco istruita, con un attaccamento al lavoro discontinuo, ed è chiaro che in certi casi i datori del lavoro preferiscono un immigrato ad un nativo. C’è una polarizzazione, una forza lavoro super istruita che appunto riempie le università e La City, e poi c’è una forza lavoro che è istruita ma si va a collocare in aree come la ristorazione, i servizi alla persona e necessariamente entra in competizione con i nativi”.

In realtà il partito di Farage non è l’unico che si prefigge di diminuire il numero di immigrati. David Cameron ne fece un cardine nella campagna elettorale che lo portò  a diventare Primo Ministro, promettendo una riduzione dalle centinaia di migliaia alle decine di migliaia di immigrati. “Cameron ha vinto anche con la promessa di questo immigration target. Io sono arrivato qui nel 2004 e una cosa che mi ha stupito rispetto all’Italia era il fatto che gli immigrati qui godessero di un marketing molto positivo da parte del Governo. Ad esempio”, nota Fasani, “è impossibile trovare o dati su criminalità distinti per immigrati e nativi. Mentre se uno va sul sito dell’Istat, si trovano immediatamente. Cameron non è riuscito a mantenere la sua promessa, poiché l’obiettivo delle ‘ten of thousands’ è chiaramente molto lontano. Hanno cercato di ridurre i numeri cambiando  la politica dei visti per gli studenti – la post study visa. Una politica, a mio avviso, totalmente insensata poiché l’istruzione è un settore di esportazione per UK e renderlo meno attraente semplicemente provvederà un’inflessione degli studenti internazionali. C’erano degli abusi e si poteva lavorare su quello. Siamo comunque lontani da questo target e c’è una parte di europei che sono difficili da fermare e per limitare gli europei, le due opzioni sono o rinegoziare la mobilità dei lavoratori – cosa credo abbastanza improbabile – oppure uscire dall’Unione Europea”.

 

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