sabato, Ottobre 23

Il dibattito sul nucleare in Europa dopo COP21

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All’industria dell’atomo la Commissione europea ha chiesto, nell’ambito delle consultazioni per la revisione del Trattato dell’Euratom (che venne firmato il 25 marzo 1957  contemporaneamente al Trattato di Roma che gettò le basi della costruzione europea) di rivedere le attuali pratiche procedurali e di informazione fissate all’epoca per rendere gli investimenti negli impianti nucleari più trasparenti. Foratom si è detta d’accordo con le richieste europee e ha raccomandato che i tempi di ‘lavorazione’ tra la richiesta delle imprese e l’approvazione vengano ridotti a un anno per l’approvazione di nuovi investimenti e due mesi per l’approvazione di modifiche di impianti nucleari esistenti per aumentarne la sicurezza e la sostituzione di componenti. Ha anche chiesto di aumentare la soglia attuale per gli investimenti in nuovi impianti o la modifica di quelli esistenti (dai €40 milioni attuali a €100 milioni). Ma anche i progetti al di sotto di questa soglia dovranno essere valutati dalle autorità europee che dovranno dare il loro benestare.

‘L’Indro’ ha intervistato Jean-Pol Poncelet, Direttore Generale di Foratom.

 

L’industria del nucleare come risponde alle preoccupazioni del pubblico?

Sono membro dell’accademia Reale del Belgio e ho scritto un libro per l’Accademia intitolato ‘L’energia che ti spiazza’ per parlare del nucleare. Si tratta di una forma di energia che preoccupa perché non è ben conosciuta e perché sfugge alla nostra quotidianità. Sappiamo tutti accendere un fuoco, sappiamo cosa significa far bruciare qualcosa ma l’energia nucleare non si accende, non brucia, non si vede. Cioè sfugge all’esperienza quotidiana della gente. Per questo è poco conosciuta.  Il pubblico allora si preoccupa e tanto più in quanto qui si parla di radiattività, un fenomeno che non si conosce  e di cui si ha paura mentre la radiattività è innanzitutto un fenomeno naturale oltre ad essere prodotta artificialmente. Allora tutto questo rende il nucleare  molto più difficile  da capire e il pubblico collega gli eventi e ricorda che ci sono stati degli incidenti anche se molto diversi tra loro.

 

Ce li ricorda?

Tre sono quelli che si ricordano: quello negli Stati Uniti di Three Mile Island  nel 1979 che non ha avuto conseguenze, zero su zero, praticamente un non evento ma con un grande impatto sul pubblico. Contaminazione zero. L’incidente  in Unione Sovietica fu tutt’un’altra cosa. Fu provocato dall’incompetenza di un operatore, come potrebbe essere stato ad esempio il caso del pilota  impazzito della Lufthansa che scagliò il suo aereo contro una montagna. A Chernobyl è stata più o meno la stessa cosa. Ma dopo l’incidente di Lufthansa nessuno si è sognato di dire che bisognava vietare l’uso degli aerei! Invece si deve trovare il modo di risolvere il problema ed è quello che è stato fatto. Quello che è successo è stato certamente un disastro, non voglio minimizzare questa vicenda  ma non è certo la catastrofe planetaria che alcuni hanno denunciato, anche se ci sono stati morti e una contaminazione di lungo periodo, quindi è stato un disastro.

Il terzo incidente è stato quello del Giappone, all’impianto di Fukushima, ma lì si è trattato di un guasto tecnico, cioè i reattori hanno cominciato ad avere dei problemi perchè i giapponesi non avevano previsto l’impatto del maremoto ed è tanto più straordinario che questo sia successo in un paese estremamente sviluppato sul piano tecnico. Non si capisce come un paese così avanzato possa essere stato così negligente, incapace di prevedere un evento come quello del terremoto che ha coinvolto anche la centrale di Fukushima. Si è trattato quindi di un incidente grave  ma di nuovo le sue conseguenze sugli esseri umani sono state veramente piccole. Lo dico anche se non è ‘politicamente corretto’ dirlo ma da un punto di vista di vite umane  l’impatto è stato minimo mentre enorme è stato quello a livello psicologico e sociale, e di contaminazione ce n’è stata veramente poca ma economicamente è stato un disastro.

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