domenica, Novembre 28

Il diavolo, probabilmente

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L’evoluzione della specie politica italiana obbedisce in una ormai precipitosa, inquietante, accelerazione alla dinamica dell’eterogenesi dei fini, l’’Heterogonie der Zwecke’ definita dal padre dalla psicologia Wilhelm Wundt giusto centotrenta anni fa. Vale a dire che le «conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali» portano a mutare identità e scopo, raggiungendo proprio il contrario di quello per cui ci si era organizzati e mossi. La ridefiniamo più compiutamente e comprensibilmente eterofine della genesi, aggiornandone ed ampliandone il senso: si comincia con un progetto, in corso d’opera si raggiunge il fine opposto. Mutando nel contempo la propria personalità ed appunto identità. Una dinamica contro cui in qualche modo ammonisce quanto il Mahatma Gandhi poneva a fondamento della scelta nonviolenta: «Il fine non giustifica i mezzi, ma i mezzi prefigurano i fini». Poi c’è la quotidianità umana in cui angeli e demoni si incrociano e mescolano, gli uni presentandosi come gli altri e viceversa, i mezzi si confondono con i fini e a tutto si può far ricorso, in qualche modo può perfino nascere una momentanea, incongrua ‘simpatia per il diavolo’. Analoga e diversa, a seconda delle interpretazioni, dalla ‘Sympathy for the Devil’ dei Rolling Stones, che prende spunto da ‘Il Maestro e Margherita’ di Mikhail Bulgakov. E quindi persone ed ambiti da esaminare, e via via diversamente giudicare per l’oggi e soprattutto per il domani, con l’ottica dell’eterofine della genesi. Traducendolo in altro modo il termine inglese ‘sympathy’ si può intendere come ‘comprensione’, e vogliamo utilizzarlo nel senso di comprendere, cioè capire. Capire che per quanto riguarda il ‘diavolo’, qualunque cosa significhi, la conoscenza serve anzitutto a riconoscere ed evitare chi del caso lo sia. O lo possa diventare.

Silvio Berlusconi mostra la nuova, vitale ripresa di protagonismo di un essere multiforme e imprevedibile, ‘funambolico’. Un uomo, un imprenditore, un impresario, passato quasi senza soluzione di continuità dalla sinistra, democristiana o socialista che fosse, al più smaccato anticomunismo fuori tempo massimo visto che quello era lo spazio libero e vincente. Poi tutto il resto, dimostrando di essere indubbiamente capace, ma anche capace di tutto, sino all’attuale passaggio dalla ‘foto di Bologna’ di fine 2015 con Matteo Salvini e Giorgia Meloni alla loro quasi demonizzazione e l’appoggio capitolino all’erede di ‘calce e martello’.

Alfio Marchini, l’altro soggetto di questo non troppo inaspettato legame, è probabilmente in soggettiva buona fede. Non crediamo che il candidato sindaco romano sia solo docile strumento a disposizione del leader di Forza Italia, delle sue trame revansciste o, peggio, del suo ondivago rapporto con il Presidente del Consiglio con sempre in sottofondo il possibile contraccambio di regalie aziendali e affaristiche. Però intanto il leader della lista del cuore mette assieme tutto e il contrario di tutto, proprie radici di sinistra, personale approdo religioso, civismo, forzitalismo, postneofascismo storaciano e chissà che altro in nome del passaggio dal comunismo ad un ‘comunalismo che giustifica ogni cosa. (Che poi di suo la proposta comunalista vera e propria è tutt’altra e serissima. Le riflessioni di Murray Bookchin, applicate anche nelle zone curde di Siria e Iraq, ed alla base in Turchia della revisione politica tendenzialmente non violenta del Pkk di Abdullah Öcalan, hanno straordinaria serietà. Una visione di autogoverno e vera democrazia, a partire dal concetto di confederalismo democratico).

Matteo Renzi è al centro della scena con il suo ‘fu’ Partito Democratico, già divenuto di fatto altro sia rispetto a se stesso (il PD, ma forsanche Renzi) che al comunque glorioso Ulivo prodiano ed ai suoi danti causa cattolici (Democrazia Cristiana-Ppi-Margherita) e di sinistra (Partito Comunista-Pds-Ds). Eterofine della genesi per molti dalle parti del ‘Partito di Renzi’, ben illustrata anche dalla storia di Enrico Chicco Testa, sia o meno alla guida del Ministero dello Sviluppo Economico, nato dirigente ambientalista divenuto difensore di qualsiasi tipo di energia, meglio se inquietante. E quando si passa da Aldo Moro ed Enrico Berlinguer a Denis Verdini, e con ‘l’Unità’ da Antonio Gramsci a Erasmo D’Angelis, difficile pensare a cosa più potrebbe succedere per veramente sorprendere…

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