lunedì, Settembre 27

Il dialogo tra le religioni è una cosa semplice

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Credere in Dio è una gran bella scommessa. Come tutte le scommesse, è quel salto nel buio, molto molto umano, non estraneo alle paure e ai timori, indissolubilmente intrecciato con l’incertezza. ‘Vinco o perdo?’ ‘Conviene o no?’ ‘Mi butto?’
La scommessa di credere in Dio, però, ha qualcosa di diverso rispetto a tutte le altre scommesse: mette doverosamente in gioco una certa serietà, una certa rigidità, per cui a un certo punto, il buio e l’ignoto si fanno certezza, la certezza verità e la fede diventa quel libretto di istruzioni da consultare accuratamente se si vuole giocare secondo le regole del gioco. Un gioco, quello della vita, anche questo, molto molto umano. E le regole non si cambiano: o si cambia gioco o si gioca così.
La verità è una cosa complicata, non si lascia cambiare, non ammette errori, è un po’ presuntuosa, si basta da sola. Chiude le porte ad ogni dubbio, ad ogni domanda, tanto non ne ha bisogno. La verità non vuole essere debole e, quando incontra quella fede assetata di certezze, è proprio il caso di dire ‘… e vissero per sempre felici e contenti’. Presuntuose, un po’ prepotenti, ma felici e contente.
Che ne è dell’umanità di quel salto molto molto umano? La tentazione di farsi verità indiscussa, raramente lascia spazio alla comprensione, all’ascolto, al dialogo, all’incontro con altre verità, perché alla verità piace un solo numero: il singolare. Eppure, da qualche parte, ha follemente conservato ciò che le è proprio, quel po’ di amorevole curiosità per l’ignoto, quell’intelligente consapevolezza di potersi sbagliare, quell’umano desiderio di conoscere quali verità hanno scoperto gli altri, quella rara, umile lealtà di pensarsi al plurale, di ammettere che non è sola. Proprio al di là del torto e della ragione, fuori dalle reti del ‘giusto’ e ‘sbagliato’ vive la parte più bella della verità: quella socievole, cordiale, educata.

E proprio in nome della parte più bella della verità, quest’anno, venerdì 13 maggio, il Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio (il più antico ordine equestre), in occasione del pellegrinaggio internazionale a Roma, ha deciso di riunire a tavolino le tre religioni monoteiste per dirci che la verità della fede è capace dibanchettare‘ con gli altri commensali, per esprimersi, chiacchierare, capire.
Ne è capace, perché in fondo sa mettersi in gioco, perché lo sa che, prima di tutto, è umana e dell’uomo. ‘Insieme, per il Dio comune nella diversità‘, questo è il titolo del ‘banchetto’,  “è un dibattito, un’occasione e una testimonianza, di dialogo interreligioso, per incontrarci come fratelli e sorelle, imparando a rispettarci ed apprezzarci a vicenda, e raggiungere l’obiettivo di costruire un solido futuro fondato sul bene comune della pace“, ci dice il Principe Carlo di Borbone delle Due Sicilie, Gran Maestro dell’antico Ordine equestre, che si propone di propagare i valori della fede cristiana attraverso contributi sociali concreti.
E uno dei linguaggi comuni, in grado di mettere gli uomini sulla stessa lunghezza d’onda, in grado di riunire le diversità allo stesso tavolo, è lo sport: “uno dei linguaggi più vicini ai giovani oggi, che con l’accettazione delle regole, il sacrificio, il rispetto dell’altro e dei suoi ruoli e con la sana competizione, rappresenta un valido strumento per educare alla pace, al dialogo, all’integrazione e all’avvicinamento tra popoli e culture diverse“, precisa il Principe.

La faccenda è ancora molto complicata. Insomma, parliamo di dialogo interreligioso, di lingue comuni, di rispetto e di incontro, però intanto ogni parte del mondo non ci lascia presagire nulla di buono. Come se stessimo qui a parlare del più e del meno, di qualcosa di importante sì, ma irrealizzabile. Come se stessimo sognando le solite bazzecole che non hanno a che fare con la realtà della natura umana e con il suo destino. Però, c’è di buono, che la natura umana non è poi così scontata e, se guardiamo dalla parte giusta, ci può insegnare che il dialogo è una cosa semplice.

Max Calderan, atleta ed esploratore, lo ha scoperto in un modo non proprio semplice: correndo da solo nel deserto. Allora, gli abbiamo chiesto come può essere così semplice guardare in faccia l’altro, capirlo, avere fede senza avere presunzioni. L’uomo delle sfide impossibili, che parteciperà al dibattito organizzato dall’Ordine, ci racconta in che modo le sue imprese estreme lo hanno condotto ad una consapevolezza di sé e ad un rapporto intimo con la natura e con Dio, in una preghiera senza pretese, pulita, che chiede solo equilibrio e forza e che supera limiti che crediamo impossibili. Una fede, la sua, che non cerca certezze, ma chiede equilibrio interiore e che trova il suo senso più profondo proprio nell’apertura agli altri. E, se le religioni possono spogliarsi di ogni presunzione, se possono comunicare pur parlando lingue diverse, perché ci mettono così tanto per imparare davvero a farlo? Gli abbiamo chiesto se è realistico parlare di un dialogo interreligioso, oggi, in un mondo dove la comprensione è per pochi, la fede non vuole che certezze chiuse e il dialogo è un miraggio lontano. Un mondo in cui, spesso, l’informazione ci conduce sul sentiero incosciente della presunzione e della confusione.

 

Lei Calderan è chiamato ‘l’uomo delle sfide impossibili’: ha corso 90 ore in Oman senza mai fermarsi; ha corso 360 km in 75 ore lungo il deserto dell’Oman con temperature oltre i 58°; ha corso in Egitto 148 km in 23 ore; è riuscito dove nessun’altro è mai riuscito. Qual è la spinta e la chiave comune a tutte queste sfide?
Nelle sfide, non solo sportive, ma nella vita di tutti i giorni, è fondamentale la curiosità di sapere perché qualcosa è definito difficile o impossibile da realizzare, la curiosità di scoprirne i motivi. Prima delle mie imprese, la medicina ufficiale diceva che era impossibile attraversare il deserto in piena estate, perché si andava incontro a morte certa. Io ho voluto scoprire perché ciò era impossibile: mi sembrava strano che l’essere umano, che proviene dalla natura, non fosse in grado di sopportare temperature estreme. Così ho dimostrato che è possibile. In Oman ho corso 360 km in 75 ore in piena estate.
Quali sono stati gli ostacoli, interiori e fisici, più difficili da superare per riuscire in imprese come le sue?
Bisogna parlare di due tipi di preparazioni: la preparazione del corpo umano, spinto ai limiti estremi attraverso allenamenti rigidi e severi e costanti privazioni; e la preparazione mentale, che organizza le parti tecniche della sopravvivenza, quali tipi di allenamento fare, che tipo di abbigliamento utilizzare… Quando ci sottoponiamo a preparazioni del genere, siamo pronti per entrare nel deserto e per effettuare un’esplorazione di un luogo dove nessuno è mai entrato prima. A quel punto la preparazione fisica te la scordi, la preparazione mentale non ha più senso perché la mente non può piegare chilometri di sabbia perché è la sabbia a piegare te. Allora, entri in un mondo sconosciuto, fatto di istinto di sopravvivenza, la stessa dell’uomo primitivo. Qui comincia il vero viaggio e la vera esplorazione.

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