lunedì, Ottobre 18

Il dialogo regionale con l’Africa e la relazione Italia-Eritrea Intervista a Nicola Pedde, Direttore dell’ ‘Institute for Global Studies’ di Roma

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Non ci sono azioni emblematiche – parlando di politiche cooperative e di integrazione internazionale – da parte italiana verso l’Eritrea?

La cooperazione ha subito l’ulteriore colpo, negli ultimi anni, di un allontanamento da parte del governo eritreo. Questo, peraltro, è il risultato di una lunga fase di crisi durata almeno 6 o 7 anni. Il problema fondamentale è che è mancata, come dicevo, la pianificazione… È mancato un progetto sul Paese. Ciò ha impedito di consolidare anche le esperienze e i tentativi di contatto e di gestione dei rapporti lodevoli o comunque concreti. Sono tutti venuti meno per assenza della controparte governativa. L’unico concreto tentativo postumo, forse tardivo , è stato quello di 3 anni fa del Viceministro Pistelli. Nel suo viaggio nella regione, aveva fatto un’ottima pianificazione di quella che era la possibilità di ristabilire i rapporti con i Paesi dell’area. In modo particolare con l’Eritrea, aveva aperto chiaramente una finestra a Akewerfi e al Paese, che sembrava potersi trasformare in qualcosa di concreto. Questa volta per incapacità o impossibilità politica eritrea – su questo è difficile dare un giudizio – , ciò non si è nuovamente materializzato.

Siamo entrati in un ‘limbo’ dal quale non sembriamo in grado di uscire – né sicuramente l’Eritrea da sola potrà farlo. In questo momento, non vedo grandi capacità di proiezione o grandi capacità di identificare una linea di interesse per il Paese nella regione. Mi sembra che il Corno d’Africa sia di nuovo sparito dalla nostra politica estera. Abbiamo questo piccolo contingente in Somalia di cui nessuno parla.  Ci sono una serie di piccoli tentativi di contatto con il sistema politico locale somalo, ma anche qui non c’è alcuna manifestazione di interesse a trasformarlo in una chiara linea politica verso la regione.

Quali sono gli interessi economici nell’area del Corno e i possibili obiettivi futuri  di una programmazione cooperativa di durata?

In generale gli interessi attualmente sono riferibili ad attori diversi da quelli europei, in particolare la Turchia in Somalia, mentre il Qatar ha una serie di programmi molto interessanti sulla regione. C’è una serie di investimenti museari per la ricostruzione e la ristrutturazione degli immobili dello Stato che saranno funzionali alla gestione di attività economiche e produttive; c’è anche il tentativo di rivitalizzare il tessuto delle piccole e medie imprese in Somalia, attraverso programmi di microcredito che tendono a finanziare una serie di imprenditori locali, soprattutto nell’agro-alimentare (coltivazione di frutti locali e allevamento). Ma sono cose abbastanza modeste per il momento, e tutto ruota ancora sugli aiuti umanitari e sulle rimesse. C’è, nell’ottica dell’investimento sugli immobili, questa idea dello sviluppo del turismo, ma siamo ben lontani in Somalia dal poter parlare di qualsiasi ipotesi di questo genere.

L’Italia ha poi una serie di interessi legati all’ENI nella definizione dei giacimenti che sono andati in assegnazione per l’esplorazione, ma in Somalia è ancora tutto bloccato sia in ragione della sicurezza che di una disputa territoriale a Sud, con il Kenya. C’è poi un’altra serie di potenziali interessi legati ai contratti sulla pesca dai quali noi siamo praticamente assenti.

Sull’Eritrea, nonostante il Paese sia sicuramente meno problematico della Somalia dal punto di vista della sicurezza, la proiezione italiana è praticamente nulla. Ci sono pochissime piccole industrie attive nel settore minerario; al di là di queste, le altre sono risibili. Anche la comunità italiana sul territorio è ridotta. Ormai sono pochissimi gli italiani della generazione che aveva interessi industriali concreti che sono rimasti e hanno saputo mantenere la propria capacità di controllo su queste attività produttive. La gran parte è composta da italo-eritrei – quindi, anche dal punto di vista della cittadinanza, sono praticamente cittadini locali.

All’epoca dell’ultimo Governo Berlusconi, c’era stato un tentativo di sviluppo immobiliare nell’area di Massaua, per lo sviluppo di una serie di infrastrutture legate al turismo, che avrebbero dovuto anche vedere la trasformazione della ex-pista militare di Massaua in un aeroporto aperto al traffico civile. Dopo i primi incontri, non se ne è fatto più nulla: sono sorte varie complicazioni dal punto di vista della gestione e delle imprese italiane in loco  e il progetto si è arenato. L’idea era quella di trasformare una parte del litorale a nord di Massaua in un’area di sviluppo per la costruzione di resort.

Dal punto di vista della Sicurezza e, considerando la natura del Processo di Karthoum, del contenimento dei flussi alle frontiere, che effetti si sono prodotti?

Il contenimento dei flussi, purtroppo, è effetto delle politiche regionali. C’è – e questo è indubbio – una gran massa di persone che si muovono dalla regione: non soltanto eritrei, ma anche etiopi e somali, e ognuno fugge da crisi diverse. Oltre ai conflitti e all’instabilità della Somalia, c’è anche la crisi economica in Etiopia, che è uno dei grandi generatori di questi flussi.

Riguardo ai flussi che interessano l’Eritrea, c’è la questione economica e soprattutto quella del servizio militare obbligatorio. Il controllo dei flussi dipende dalle logiche di quelle politiche: le riduzioni nei flussi sono intervenute quando il Sudan ha ‘sanitarizzato’ la frontiera, chiudendo per lungo tempo la gran parte degli accessi, ciò che ha limitato enormemente il numero degli eritrei e degli etiopi in fuga verso Nord. Però non c’è una capacità di limitare questi flussi in conseguenza di una politica di sviluppo dell’economia o della stabilità regionale. Siamo ben lontani dall’aver trovato la soluzione del problema.

In prima battuta, nell’ottobre 2016 il Ministro degli Esteri eritreo diceva alla nostra stampa: «Stiamo collaborando con Germania e altri Paesi dell’Unione, ma non con l’Italia. Ci chiediamo perché». Successivamente, a luglio di quest’anno, il portavoce del Presidente chiede all’Italia investimenti …. E non aiuti in denaro.  Sulla scorta di questi appelli, è possibile pronosticare la ripresa di un dialogo politico-diplomatico ed economico e di durata con questi Paesi e questo può fare oggetto del Vertice UE Africa di domani ad Abidjan?

In teoria, sì. Le richieste del governo eritreo sono anche legittime, come lo sono, però, anche le domande che fa il governo italiano. Ossia: quali garanzie e quali criteri di gestione l’Eritrea è in grado di assicurare agli investitori italiani?

Questa parte, onestamente, manca, nel senso che l’Eritrea non è un Paese facile né trasparente. Dal punto di vista degli investimenti delle imprese italiane e delle attività economiche in loco, le garanzie offerte dal governo eritreo sono sempre state lacunose. Ci sono stati anche casi di contenziosi importanti in passato che non hanno ancora trovato soluzione, e questa è una risposta che il governo eritreo deve dare. Credo che, da parte italiana, l’interesse sia sempre presente; l’Eritrea per una serie di ragioni, non ultima quella storica, rimane una priorità per il Paese. Però il rapporto è molto difficoltoso. Capisco le critiche, che saranno anche fondate, ma l’Eritrea non ha parametri di trasparenza e di garanzia sugli investimenti esteri tali da poter essere giudicati un’opportunità in questo momento.

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