sabato, Maggio 15

Il demagogo e lo straniero La drammatica situazione di decomposizione sociale frutto dell'incapacità italiana di fare una seria politica migratoria

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immigrati-polizia


Da noi
va avanti così, per esternazioni; in Svezia funziona altrimenti, per azioni. Da noi ci pensa Laura Boldrini, ogni tanto a sentenziare che la civiltà di una Nazione si misura dal luogo e dal sussidio che ospita e finanzia gli immigrati. A questo chiacchiericcio insolente e pretestuoso fa eco un recentissimo fatto di cronaca scandinava: un volo su cui era imbarcato un rifugiato curdo, da Ostersund a Stoccolma con prevista coincidenza per Teheran, è stato boicottato dagli stessi passeggeri, che si sono rifiutati di allacciare le cinture per protesta contro la deportazione del malcapitato. L’uomo, tra l’altro, da anni abita in Svezia, dove ha moglie e figli. Era costretto a rientrare in Iran per via di un cavillo legale, pur se a rischio tortura ed esecuzione capitale. Oltre a bloccare il decollo, i passeggeri hanno creato un pagina Facebook  in sua difesa, e un movimento guidato dalla rete svedese per i rifugiati, che organizzerà manifestazioni in tutta la Svezia. Ma questo non è l’ennesimo articoletto vagamente garantista, bensì la riflessione di un cittadino italiano ampiamente esausto della deriva della barchetta Italia. Colpa di tutti: della destra che in passato, con la Bossi-Fini, ha votato una legge incoerente e inapplicabile, e della sinistra, che da anni sparge la propria insipida demagogia sul piatto vuoto di una nazione senza regole. E per cominciare mi sentirei costretto a presentare il mio ‘certificato di benemerenze’: ero iscritto ad Amnesty quando in Italia, di soci, v’era qualche sparuto migliaio, per giunta snobbato e sprezzato dai militanti post-leninisti che allora fischiavano Ronald Reagan e però zittivano (i codardi) se a nominarne il contraltare missilofilo si faceva il nome di Leonid Breznev (piazza del Popolo, Roma); in Amnesty ho ricoperto incarichi nazionali, organizzato manifestazioni in cui sfilavano i (Giuliano) Vassalli, i (Norberto Bobbio), i (Cesare) Pogliano, non le mezze figure istituzionali di oggidì, senza cuore né cultura; l’attuale Presidente di Amnesty, Antonio Marchesi, è una persona di alto livello e insieme, per la causa, facevamo due nottate settimanali in treno, seconda classe vista cesso. Ancora adesso sono un piccolo sostenitore del movimento, come lo sono di Medici senza Frontiere e di Save the Children. Insomma un buon cristiano che ha imparato a scindere il fondamentale impegno dei movimenti e delle associazioni volontari dalla vita reale delle persone perbene che, ad esempio, mai sono state sfiorate dal soffio di un sentimento razzista e che nemmeno prenderebbero un caffè con Matteo Salvini, Roberto Calderoli, Mario Borghezio, tanto orrore suscitano in loro gli slogan, le battutacce e la melma che da anni tracima da quelle bocche e da quelle menti volgari. Di più, io credo che se nel nord non fossero mai nate queste brutte accolite di coscienze sporche, lo Stato avrebbe saputo affrontare con maggior raziocinio il tema dell’immigrazione. Ma tra chisparavaai barconi e chi si appellava a principi cristiano-buonisti di incertissima realizzazione, il passo più breve era mosso verso il nulla.

In Europa, soltanto Germania e Inghilterra contano più immigrati di noi, tuttavia le percentuali di occupati, in quei due Paesi, risulta sensibilmente più alta. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Roma per prima sopravvive in una drammatica situazione di decomposizione sociale. Nelle zone semi-periferiche e nelle borgate, dove un tempo era attiva una solidarietà verso il più debole, la presenza incontrollata di immigrati senza lavoro o senza fissa dimora ha fatto sì che si sviluppasse un’attitudine opposta, di fastidio, di insopportazione, a volte di vera e propria intolleranza. L’immagine della guerra tra poveri è retorica e non rende l’idea, piuttosto sembra essere in corso una battaglia tra cittadini-fantasma, individui che hanno smarrito una qualsiasi identità rappresentativa della memoria e del futuro che pure possedevano fino a poco tempo prima.
Si transita in aree stanziate da persone che, un minuto dopo aver messo piede in Italia, rinunciano a una speranza di integrazione, a un programma di vita, a un’esistenza decorosa. La colpa non è, ovviamente, di queste genti sbandate ma di chi le ha tradite, lasciate partire, finto di accoglierle. La colpa è di uno Stato che non ha mai avuto uno straccio di politica migratoria.
E così gli abitanti assistono sgomenti alla sistematica violazione di un territorio che appartiene a chiunque ci transiti.
Da un paio di anni, tutti, dicasi tutti i cassonetti della città sono oggetto delle manipolazioni di persone le quali, munite di appositi carrellini e ganci, pescano lì dentro ogni sorta di ben di Dio in alluminio, in plastica o in altri materiali non riciclabili. Non interessa se costoro siano zingari, rom o attori caratteristi … non è questo il punto, bensì altri due.  Il primo punto, forse veniale, è che queste continue, ossessive operazioni spargono inevitabilmente sporcizia e cattivi odori nei perimetri circostanti. Il secondo punto, forse mortale, è che i cittadini avrebbero anche il diritto di sapere in cosa diavolo consista davvero tale attività di riciclo. Ossia, molto amabilmente, in quanto utenti e non parenti Ama, piacerebbe capire dove vengano portati questi materiali non riciclabili; qualora vengano ricettati, a chi; se queste attività siano da considerare legali o illegali; se per caso dietro a tutto ciò operi un qualche racket; se infine si siano correndo o meno dei rischi ambientali. E non è un caso limite.
Due settimane fa, passeggiando in un viale del quartiere Espero, ho visto un immigrato frugare nel cassonetto giallo della Caritas adibito alla raccolta di vestiti per i poveri, e rubarne un bel po’. Lui si è accorto che l’avevo beccato ed è scappato col vergognoso malloppo. Ho chiamato i carabinieri e nel farlo non mi sono sentito affatto un odioso nonnetto delatore. Ero normalmente offeso dal gesto osceno di uno stronzo che andava rubando ai poveri, ai molto poveri, per un suo probabile tornaconto ricettatorio, per rivendere la mercanzia rubata ai mercatini abusivi di Ostiense o di San Giovanni. I carabinieri hanno preso la denuncia sul serio. Si fosse trattato di uno scippo, l’avrebbero archiviata all’istante, ma quell’episodio faceva schifo in sé e una volante l’hanno attivata di sicuro. Ebbene, è da non credere, ma una persona che pure è intelligente, colta e ben attiva in campo sociale e volontario mi ha rimproverato in ragione del fatto che, probabilmente, quell’individuo era tanto povero quanto i bisognosi di quei vestiti, così camuffando l’impegno per i diritti umani in una sorta di giustificabile guerra intestina tra derelitti.

Ecco, io credo che il danno di questo ragionare estremo sia stato, negli anni, enorme, e lo stiamo pagando tutti. Questa sconsiderata demagogia di stampo boldriniano, oltre ad apparire in tutta la sua finta coscienza rivoluzionaria (sono le barricate fatte ‘coi mobili degli altri’ di flaianea memoria), rende infatti difficile qualsivoglia programmazione seria. Non già un’altra legge liberticida e stupida, ma un progetto di accoglienza e di integrazione effettive, grazie al quale la funzione dell’immigrato possa assumere la dignità che merita.
La stessa dignità che ha mosso i passeggeri dell’aereo svedese a boicottare l’ingiusto rimpatrio di Ghader Ghalamere, uno di loro, uno che rispetta il prossimo e ne è rispettato, uno al quale era stato offerto un lavoro utile e, con esso, garanzie, diritti, doveri. Non questa bolgia di individui che vagano in un inferno delinquenziale, che bevono da impazzire, che a notte abusano di parchi per bambini riducendoli a cloache, che controllano gioco d’azzardo e prostituzione, che spacciano la qualsiasi e che soprattutto null’altro potrebbero fare in un Paese che non li ha richiesti, non li ha chiamati e non li ha accolti.

E naturalmente di tutti parliamo fuorché dei rifugiati politici. Questa breve rassegna racconta di un’umanità disperata che qui da noi non ritrova alcun senso del vivere, se non per pochi spicci, schiavi dei mille racket che controllano un paese la cui porta se l’è richiusa dietro di sé, lasciando le chiavi dentro, purtroppo.         

 

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