mercoledì, Agosto 4

Il cuore fa notizia. Scende in campo l’ultimo degli anarchici L’episodio di cui è stato vittima il calciatore danese Christian Eriksen e la nostra presa di contatto con il muscolo cardiaco, uno degli ultimi anarchici in circolazione

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Tre anni fa, avevo aperto un articolo, che parlava della morte di Davide Astori, a seguito di un arresto cardiaco, con queste parole: «Semmai si può trovare qualcosa di positivo nella drammatica scomparsa di uno sportivo di 31 anni, compagno di una giovane donna e padre di una bambina di 2 anni, avvenuta nella notte tra il 3 e il 4 marzo 2018, forse è nella riscoperta collettiva della morte nel mondo del calcio, ma non solo». Per rinforzare il concetto, aggiungevo: «La morte, quando riusciamo a fermare gli infernali ingranaggi delle nostre giornate e facciamo silenzio, si fa sentire, tanto da spingerci di nuovo a negarla, persino ad escluderla da qualsiasi conversazione». Anche allora c’entrava il cuore.

Appena 24 ore prima che si verificasse l’episodio di cui è stato vittima il calciatore danese Christian Eriksen, avevo partecipato alla registrazione di un Podcast sullo scompenso cardiaco, promosso da una casa farmaceutica, la Novartis, condotto dall’ottima giornalista scientifica, Silvia Bencivelli, e arricchito dalla presenza di Maria Rosaria di Somma, impegnata, insieme all’Associazione Italiana Scompensati Cardiaci, nell’impresa di fornire servizi e risposte alle persone colpite da scompenso, oltre che alle loro famiglie. Una bella realtà di volontariato, animata da encomiabile passione e sostenuta da un grumo di competenze davvero notevole.

Ragionavo sulle forti ambiguità e diffidenze che caratterizzano la nostra presa di contatto con il muscolo cardiaco, uno degli ultimi anarchici in circolazione, geloso della propria indipendenza e indifferente alla principale ossessione dell’uomo tecnologico, quella del controllo, a cui si sottrae ostinatamente.

Eppure, le sorti del lungo duello, quello tra l’uomo e il suo motore, sembrano piano piano volgere a nostro favore, proprio sabato, su un campo di calcio, ne abbiamo avuto una prova significativa.

È stato impressionante vedere, quasi in mondovisione e in tempo reale, cosa accade quando si verifica un arresto cardiaco, toccare con mano la radicalità di quell’effetto ‘interruttore’ che tanto ci spaventa, facendoci sentire guardinghi verso il cuore stesso. Eppure, proprio l’incidente occorso al calciatore danese, dice che la distanza tra l’uomo e il cuore si è ridotta considerevolmente, sono stati gli uomini, dai calciatori al personale sanitario, a mettere in gioco contromisure efficaci.

Abbiamo misurato, in quei momenti concitati, quanto sia cresciuta la nostra attitudine a fronteggiare un incidente cardiaco. Ci è stato ripetuto in continuazione che il primo a intervenire è stato il capitano della squadra di cui faceva parte Eriksen, effettuando correttamente i passi che avrebbero preparato il terreno a quelli dei sanitari, riportando il ventinovenne, padre di 2 bambini piccoli, da questa parte delle acque. Non è stato un caso, c’è una lunga strada che precede quell’intervento, anche molti lavoratori devono partecipare obbligatoriamente a corsi di primo soccorso,divenendo un esercito di sentinelle sul territorio, sussidiato da una miriade di defibrillatori,disseminati ovunque. Una di quelle macchinette portatili è stata decisiva, salvando la vita calciatore.

Stiamo rubando tanti segreti al nostro amato e temuto orologio-interruttore, la scienza non smette di assediarlo accumulando successi, mentre le associazioni di volontariato tengono il fronte sempre vivo, grazie ad un’autorevolezza e a una capacità di stimolo mai così spiccate.

Presto, forse, al cuore si comanderà, ci prenderemo dei vantaggi ma non sarà vittoria definitiva, perché ogni cuore risponde in proprio, in funzione di uno specifico stile di vita, che spetta a ciascuno noi, caso per caso, osservare, ascoltare, imparare a interpretare, perché se è vero che in definitiva la buona salute è in parte figlia di una buona medicina, quest’ultima non è solo faccenda esclusiva di medici, bensì un edificio complesso le cui antenne paraboliche sono proprio i malati e le associazioni di volontariato di cui si è appena detto.
Senza di essi la battaglia del cuore la vincerebbe l’imprevedibilità di un muscolo senza eguali, laborioso e ligio al dovere ma tuttavia soggetto a sporadici colpi di testa, che possono fare male o malissimo.
A meno che non si abbiano delle buone carte in mano, come quelle che cominciamo a esibire.

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