lunedì, Settembre 27

Il cuore del malcontento tunisino field_506ffb1d3dbe2

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Bloccata dall’instabilità e dallo stallo politico, la Tunisia continua a rallentare la sua ripresa economica. Le difficoltà nel rilanciare l’industria nelle aree depresse del Paese, favorendo l’investimento e diminuendo i livelli di disoccupazione e sottoccupazione, hanno minato fin dal 2011 le basi della ripresa della Tunisia post-rivoluzionaria, riproponendo ciclicamente gli stessi problemi che avevano portato milioni di tunisini nelle piazze di tutta la nazione, nei giorni della Primavera araba. Così, mentre nei palazzi di Tunisi sia continua a discutere sulla composizione del Governo tecnico che dovrà guidare la transizione del Paese verso le nuove elezioni, nelle città della provincia povera e dimenticata torna a montare una rabbia mai sopita.

Una serie di scontri tra polizia e manifestanti hanno avuto luogo negli scorsi giorni in vari governatorati del Paese. Gli incidenti hanno avuto luogo durante alcuni cortei indetti dall’UGTT, il principale sindacato tunisino, per protestare contro l’abbandono in cui versano alcune tra le maggiori città della provincia tunisina e in memoria degli eventi di Siliana del novembre dello scorso anno. A Gabes, Siliana e Gafsa, folle eterogenee hanno urlato una rabbia condivisa all’indirizzo delle istituzioni tunisine, colpevoli di aver dimenticato le promesse di ripartenza fatte anni fa alle popolazioni delle zone.

Siliana è stato il centro dove la rabbia è esplosa con maggiore forza, dando vita a una serie di scontri con le forze dell’ordine. «In centinaia si sono raccolti fuori dall’ufficio del governatore per ricordare le vittime, lanciando pietre contro la polizia, che ha lanciato dietro le pietre e si è poi lanciata contro i manifestanti per cercare di disperderli» scriveva ‘al-Jazeera’ il giorno dopo gli avvenimenti. Siliana è una cittadina di circa 25mila abitanti nel centro-nord della Tunisia, a circa 130 km dalla capitale. L’omonimo governatorato, di cui è capitale, è uno dei più depressi e arretrati dell’intero Paese, con tassi di disoccupazione che rasentano il 30% contro una media nazionale vicina al 16%. Nei giorni compresi tra il 27 novembre e il 1° dicembre 2012, migliaia di persone scesero in piazza per cercare di destare le attenzioni del Governo Jebali, per richiedere un piano di sviluppo economico per la loro provincia e per domandare le dimissioni del governatore locale. Poche ore sono bastate perché la manifestazione si trasformasse in uno scontro aperto tra la piazza e le forze dell’ordine. L’eccessivo uso della forza da parte delle autorità causò oltre 300 feriti tra i manifestanti, numerosi dei quali ricoverati all’ospedale per via di ferite oftalmiche riportate a causa dei proiettili di plastica sparati dalla polizia.

L’anno trascorso dagli eventi di Siliana non è servito a restaurare la pace sociale nel Paese, né a donare nuovo slancio economico alle province arretrate. I problemi che già un anno fa sembravano richiedere una risposta forte e immediata, incalzano oggi le forze di Governo con ancor maggiore veemenza. La desertificazione industriale del centro-sud della Tunisia non sembra ancora aver toccato il fondo; la disoccupazione giovanile – in particolar modo quella tra i neolaureati – rimane un problema di eccezionale gravità; i moniti delle varie organizzazioni internazionali – tra cui il Fondo Monetario Internazionale – per una riforma del sistema economico del Paese sembrano non trovare risposta, e nessuna proposta valida viene avanzata da una classe politica sempre più polarizzata e divisa.

Gafsa, città di 85mila abitanti nel centro-ovest della Tunisia, è stata per decenni la capitale mineraria del Paese. La forte presenza di miniere di fosfati nelle sue prossimità, hanno generato lavoro e ricchezza per gli abitanti della zona, attirando manodopera da tutto il Paese. I progressi compiuti nell’automatizzazione industriale e il deficit di investimenti nel polo minerario hanno fatto sì che l’industria iniziasse a perdere il proprio slancio a partire dagli anni Sessanta, trasformando una città fortemente sindacalizzata in uno dei maggiori centri del malcontento nell’intera Tunisia. E’ opinione diffusa che i prodromi della Primavera araba del 2011 possano essere rinvenuti nella rivolta del gennaio 2008 a Gafsa, quando decine di migliaia di abitanti del Paese scesero in piazza per chiedere nuovi investimenti per l’area e la caduta di Ben Ali. La violenta repressione da parte del regime non fu sufficiente a soffocare i venti di ribellione presenti nel Paese.

Lo scorso 27 novembre, migliaia di manifestanti sono giunti in piazza per protestare contro il perdurante disinteresse del Governo nei confronti dell’area e contro il peggioramento del livello di vita nella città. Nell’arco di poche ore, alcuni dei dimostratori si sono staccati dal corteo organizzato dall’UGTT per cercare lo scontro con le forze di polizia, che ha risposto utilizzando gas lacrimogeni. Le sedi dei partiti di governo sono state prese d’assalto: gli uffici cittadini di Ennahda sono stati messi sotto assedio e dati alle fiamme, duro segnale del forte risentimento di parte del Paese contro il partito che poco più di due anni fa vinse le elezioni per l’Assemblea.

«A prescindere dal nuovo approccio che sarà preso dal nuovo Governo tunisino che seguirà al Governo del movimento islamista Ennahda, le difficoltà economiche, finanziarie e sociali della nazione rimangono varie e complesse» scrive il quotidiano panarabo ‘al-Hayat’. «E’ sufficiente guardare a una tavola comparativa degli indici macroeconomici, libertà di parola, media e altre politiche per capire la delicatezza dell’attuale situazione e i compiti sul breve e medio termine».

Senza una ripresa dell’economia e dell’industria nelle aree più disagiate e arretrate del Paese, la Tunisia non potrà dar forma a una risalita dal gorgo di instabilità e malcontento in cui continua ad affondare. Se a Tunisi si discute su ripartizione dei seggi e su nomine governative, nei distretti industriali del Centro-sud si cerca di comprendere come sarà possibile impedire il deperimento di intere aree del Paese: senza una maggiore coordinazione tra i vari nuclei di potere per risolvere tale problema e saldare la frattura, c’è il rischio che l’atrofia del meridione finisca per trasmettersi anche al resto della nazione.

 

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