domenica, Luglio 25

Il crudele NO a Totò Cuffaro Lavorare in squadra. Le linee guida del neo responsabile del DAP

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E’ impegnativa la promessa di Santi Consolo, il magistrato da qualche giorno nominato nuovo capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria: “La priorità”, dice, “è monitorare la qualità vita detenuti e operatori, confronto con tutti. Dal carcere milanese di S. Vittore, a quello palermitano dell’Ucciardone; verificherò le condizioni di vita negli istituti di pena, e mi impegno per dare risposte concrete all’Europa”. La vive, assicura, come una sfida: “Quella di dare una svolta alle strutture penitenziarie. Un progetto che anche a livello europeo possa far guardare all’Italia come a un modello positivo“. E vediamole quelle che definisce le linee programmatiche del suo mandato: “La priorità è la qualità di vita dei detenuti, la tutela dei loro diritti e il miglioramento delle condizioni di lavoro degli operatori e la collaborazione con il mondo del volontariato. Voglio confrontarmi con tutti: operatori, sindacati, Polizia penitenziaria. Perché il Corpo dei baschi azzurri è il nerbo della struttura: sono questi uomini e donne a lavorare a diretto contatto con i detenuti e in prima linea nell’opera di rieducazione”.

Consolo annuncia che verificherà in maniera diretta l’effettiva condizione all’interno degli istituti di pena per vedere anche le condizioni di lavoro di quanti vi operano; e di voler mettere a punto un preciso programma di confronti; poi indica alcuni obiettivi: “Stenta a decollare la legge Marino per quel che riguarda l’abolizione degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Su questo versante farò delle verifiche per capire come è possibile attuare in tempi ragionevoli il nuovo assetto che prevede la cura e l’assistenza alle persone con disabilità mentali. L’obiettivo è avere la collaborazione degli enti locali e delle regioni, chiudendo gli Opg”. Per quel che riguarda il sovraffollamento carcerario confessa un’ambizione, quella di realizzare mini-progetti possibilmente approvati anche con la cassa delle ammende, per realizzare dei lavori all’interno degli istituti di pena che migliorino le condizioni abitative e per quanto possibile vadano ad ampliare anche gli spazi detentivi: “Tra i detenuti ci sono idraulici, piastrellisti e operai che possono lavorare e fare ordinaria manutenzione nelle case circondariali. In questo modo si fanno lavorare i detenuti, come avviene in altri Paesi europei, senza la necessità di intervenire con mega appalti che costano milioni di euro”.

La detenzione, sostiene, deve essere un’occasione di lavoro ma anche di utilizzo del tempo perché il detenuto acquisti delle abilità professionali: “Mi ha molto impressionato un’esperienza maturata in Spagna, dove si è fatto un censimento della capacità professionali dei detenuti. Si è verificato, sul campo, che ciascuno creava dei gruppi di lavoro per insegnare agli altri il proprio sapere, dalla lavorazione del vetro o del ferro ad altre abilità. Ho incontrato un detenuto che teneva corsi di lingua, la traccia è questa”.

Lavorare in squadra, la parola d’ordine: “Tutte le scelte devono essere condivise e portate avanti con entusiasmo. Ciascuno dovrà avere dei compiti specifici per raggiungere risultati. Solo così si possono cambiare le cose”.

In bocca al lupo, perché anche solo realizzare la metà del programma enunciato da Consolo non sarà né semplice né facile.

L’Europa intanto ci continua a guardare con occhio perplesso e preoccupato, e proprio per le questioni relative alla giustizia. L’ultimo monito, in ordine di tempo viene da un signore che si chiama Anton Borner. Herr Borner è un imprenditore tedesco, è il leader dell’associazione del commercio all’ingrosso e dell’export tedeschi. Conosce molto bene l’Italia, Borner; parla la nostra lingua, da noi è di casa, i figli studiano a Roma, forse conosce il nostro paese più di tanti italiani. Qualche giorno fa ha partecipato ad un convegno ad alto livello, l’Italian German High Level Dialogue, che ha visto la partecipazione di molti imprenditori italiani e tedeschi: hanno discusso e si sono confrontati sui temi urgenti e più “caldi”, come l’economia che non va, il lavoro che non c’è, la fuga dei “cervelli” dall’Italia, la crisi che colpisce il nostro paese molto più di altri. A un certo punto qualcuno ha chiesto a Borner che cosa frena le aziende tedesche in particolare, e straniere in generale, dall’investire in Italia: “L’incertezza del diritto”, ha risposto Borner. “Quello è un ostacolo gigantesco. I tempi dei processi sono insopportabilmente lunghi: non è possibile dover aspettare anni per una sentenza. Per un’azienda è un fattore di incertezza micidiale, quando deve fare un business plan”. Borner insomma ci dice che la ragione e la causa di un’economia che non va, del lavoro che non c’è, della crisi che ci colpisce più di altri paesi si devono in buona parte a una giustizia lenta, che non funziona, di fatto negata.

E a proposito di giustizia negata. In questa vicenda non sono in ballo posti di lavoro, investimenti, economia. Solo il buon senso, e il senso buono. La vicenda vede protagonista suo malgrado l’ex presidente della regione Sicilia Totò Cuffaro, condannato a sette anni di carcere per favoreggiamento aggravato alla mafia; ha già scontato tre anni: tempo che ha impiegato per laurearsi una seconda volta, scrivere libri, è stato un detenuto modello. Non importa qui stabilire se sia colpevole o no, se la sentenza sia giusta o meno. Il fatto è un altro: Cuffaro chiede di poter vedere per qualche ora la madre novantenne, affetta da demenza senile. Il magistrato di sorveglianza respinge la richiesta con motivazioni che lasciano perlomeno perplessi. Non si parla infatti di pericolosità sociale di Cuffaro, di possibilità di una sua fuga o altro che potrebbe giustificare quel NO. Nel provvedimento si legge che «il deterioramento cognitivo evidenziato svuota senz’altro di significato il richiesto colloquio poiché sarebbe comunque pregiudicato un soddisfacente momento di condivisione». Proviamo a farne una traduzione: poiché la madre di Cuffaro è praticamente incapace di intendere e volere, che il figlio la veda non serve, e dunque la visita è inutile; pertanto la si nega. Una logica da “Comma 22”. Da aggiungere che mesi fa Cuffaro aveva espresso il desiderio di partecipare ai funerali del padre. In quell’occasione in permesso gli è stato concesso, ma con ritardo. Non tanto, il ritardo sufficiente per far arrivare Cuffaro quando le esequie si erano già concluse…Il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha disposto “un accertamento preliminare” per capire con quali criteri il giudice di sorveglianza ha nega il permesso a Cuffaro. Sì, sarà davvero interessante conoscerli, quei criteri.

 

 

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