sabato, Luglio 31

Il Covid non è scomparso Un test Covid-positivo apre le porte della paura e del senso di colpa. Complice la retorica giudicante che ha inteso raccontare il contagio come il frutto di comportamenti socialmente sconsiderati. Non è così. Non solo

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Un test Covid – positivo è un passaggio quasi catartico. Soprattutto alle soglie dell’estate, mentre si riprende a respirare a pieni polmoni, liberati dalle mascherine, simbolo di malattia per eccellenza. Non può accadere. Non a me. Non ora. La certezza è tale che persino i sintomi più evidenti -l’affanno, il mal di gola e il graduale stordimento del gusto e dell’olfatto- sono rifiutati dalla mente. Anche se in fondo ai pensieri una voce sussurra: «forse ho il Covid». Chi scrive quella catarsi l’ha attraversata,rielaborando nell’isolamento la convinzione che il Covid diventi, a un certo punto, una malattia dello spirito. Una malattia che ben riassume questo tempo.

Un test Covid-positivo apre le porte della paura e del senso colpa. Complice la retorica giudicante che, in oltre un anno di pandemia, ha inteso raccontare il contagio come il frutto di comportamenti socialmente sconsiderati. Non è così. Non solo. In certi casi, il virus si insinua senza che si riesca a individuare l’anello di connessione nella catena del contagio. Noi, per esempio, non ci siamo riusciti. Sarà accaduto durante il viaggio in treno? Nel breve passaggio su un bus affollato? Non è dato saperlo e questo accresce il senso di frustrazione. Lo spaesamento per una narrazione che ha ascritto alla leggerezza dei singoli, la catastrofe di molti. Tanto più dopo aver ascoltato al telefono un operatore dell’Ausl autorizzare l’uso dei mezzi pubblici per andare a fare il tampone molecolare di verifica della positività. Usare l’autobus in pieni sintomi Covid e quindi con pieno rischio di contagiosità.

Ora, dopo mesi di dita puntate contro l’irresponsabilità dei ‘giovani’, è iniziata la conta dei 30enni che diffondono la variante delta. Chi scrive è una di queimilleniale ha scoperto la positività nello stesso giorno in cui, dopo mesi di attesa e iniziative inutili come gli open day, cercava di prenotare il suo vaccino. La fascia dei nati negli anni Ottanta è finita in fondo a ogni piano di immunizzazione, superata a sinistra anche dai maturandi. In compagnia dei soli ventenni. Malgrado i rischi legati alla mobilità e al lavoro. I risultati si vedono e qualcuno li sconta anche. Li sconta sulla propria vita pubblica e su quella privata. Perché mentre il mondo fuori torna a vivere, dentro l’isolamento si assapora una lenta sconfitta. Un solitario abbandono. In particolare se i call center Covid e tutti i numeri a cui chiedere informazioni sulla fine della reclusione domestica squillano senza risposta.

Il Covid non è scomparso, a prescindere dai racconti della propaganda dell’ottimismo. Unapropaganda che prima libera i cittadini, per spingerli a consumare e andare in vacanza, e poi riprende li bacchetta per i loro comportamenti irresponsabili. Un colpo al cerchio e una alla botte delle minacce di zone rosse e altre draconiane punizioni. Una infantilizzazione che vede nei cittadini bambini da terrorizzare, non adulti a cui spiegare. Il principale effetto di una simile linea è l’aumento della confusione e la crescita dell’insofferenza. Sentimenti destinati a vanificare qualsiasi futuro tentativo di contenimento.

Il Covid non è scomparso, ma si fatica a spiegare quale sia la reale intensità del pericolo. I bollettini quotidiani snocciolano una altalenante fiducia mentre all’orizzonte i virologi minacciano tempesta. In quei numeri ognuno cerca, egoisticamente, la conferma della propria liberazione. Dietro quei numeri, però, ci sono vite che scorrono nell’attesa e nell’incertezza. E fuori non c’è nessuno disposto ad aspettarle.

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