domenica, Luglio 25

Il corridoio Gwadar- Karakoram field_506ffb1d3dbe2

0

Senza titolo

«L’amicizia con la Cina è il nostro pilastro più importante in politica estera ed in materia di sicurezza». Si è conclusa con queste parole, la visita ufficiale  a Pechino del Presidente delle Repubblica pakistana Mamnoon Hussain, la prima realizzata in Cina del suo mandato. La frase non è che la conferma del segno sotto il quale si caratterizzano le relazioni tra i due Paesi dall’inizio del premierato di Nawaz Sharif (maggio 2013). Negli incontri susseguitisi tra Hussain e il Premier cinese Xi Jinping, alle parole sono effettivamente seguiti gli accordi, ma la cooperazione non ha avuto da parte cinese la medesima enfasi dei precedenti meeting bilaterali. Mentre le dichiarazioni di intenti si moltiplicano, la situazione langue sul fronte dei finanziamenti ai progetti presentati.

Il centro dell’attenzione del vertice erano le trattative sul cosiddetto New Pakistan-China Economic Corridor, termine indicante una serie di iniziative congiunte tra Cina e Pakistan sulla realizzazione di infrastrutture – portuali, stradali, ferroviarie e pipeline energetiche – che facilitassero i collegamenti e scambi commerciali tra le due nazioni. La definizione è stata coniata dal neo-Premier N. Sharif in occasione della sua visita diplomatica in Cina nel luglio 2013, non a caso la prima di tutto il suo mandato, durante la quale sono iniziate le trattative in materia. Nel corso di quel primo vertice, i neo-premier pakistano e cinese hanno messo sul tavolo un piano di investimenti di quasi 20 miliardi di dollari, in buona parte a carico di Pechino e delle sue banche ed imprese di Stato.

L’obiettivo del progetto è la creazione di un asse di collegamento continuo tra il Turkestan orientale cinese (o Xinjang) ed il porto pakistano di Gwadar, sulla costa del Belucistan. In realtà, i segmenti di questa ciclopica interconnessione sono in buona parte già esistenti, e la cooperazione dovrebbe servire solo ad aumentare la modernità degli impianti e le capacità di traffico commerciale. Il target finale di Pechino è però ben più ambizioso: utilizzare il Pakistan come snodo di passaggio commerciale e per le forniture energetiche dal Medio Oriente, bypassando i colli di bottiglia geografici che caratterizzano le sue linee di approvvigionamento marittime.

Il primo segmento è la monumentale Karakoram Highway. Il tratto autostradale di 1.300 Km è stato costruito nel 1966-79 inizialmente solo per necessità militari, e collega già oggi la capitale Islamabad alla città di Kashgar, nello Xinjiang. Sul confine territoriale, la strada attraversa arditamente la catena dell’Himalaya ad oltre 4000 metri di quota, circostanza che la rende l’opera del genere più elevata al mondo. Aperta ai traffici civili solo nel 1986, l’autostrada è caratterizzata però da una carreggiata ridotta e continui rischi dovuti a frane, ghiaccio e nevicate, al punto da rimanere ancora chiusa per diverse settimane durante la stagione invernale.

Pechino ha già avviato da anni un rinnovamento del tratto di strada sul proprio suolo, ma il vertice del 18-19 febbraio ha trasferito in mani cinesi anche parte del rifacimento del tratto che corre dalla capitale pakistana fino al confine del Karakoram. Per i lavori, la Cina ha già stanziato 400 milioni di dollari. Incrementare gli scambi commerciali è l’obiettivo primario di questa realizzazione, anche se entrambe i governi puntano ad obiettivi più localistici. Sul versante pakistano, l’approfondimento di scambi con la Cina via terra accrescerebbe l’importanza della capitale Islamabad, finora importante solo come centro amministrativo, depotenziando Rawalpindi e Karachi. Pechino è invece alle prese con un problema ben maggiore: il separatismo islamico degli Uiguri nello Xinjiang, responsabile da anni di scontri armati ed attentati e del quale proprio Kashgar è il centro propulsore. Migliorare le opportunità economiche di questa regione – strategicamente importantissima e ricca di risorse naturali, ma la cui popolazione rimane povera ed emarginata- è la carta che la Cina vuole giocarsi per stabilizzare la sua turbolenta frontiera occidentale.

Da Islamabad, il “corridoio” proseguirebbe dunque fino a Karachi ed al Belucistan con ben due tratti autostradali, il primo dei quali – la E-55- è stato rinnovato negli anni ’90. Dai sobborghi della capitale del Sindh il corridoio si snoda fino al porto di Gwadar grazie ad un’altra opera pubblica “Made in China”: la Makran Coastal Highway, realizzata col supporto cinese tra il 2002 ed il 2004.

Il punto di arrivo di questo “corridoio” è infine il porto di Gwadar. Una infrastruttura che è stato l’esempio primo della cooperazione Cina-Pakistan in materia di infrastrutture. Del tutto secondario fino agli anni ’90, è stato interamente ricostruito nel 2002-03 con il supporto finanziario e tecnico di Pechino. Ed è attorno a questo approdo che ruotano le implicazioni politiche e strategiche più importanti.

La Cina ha sperato a lungo di fare del Pakistan meridionale la chiave di accesso al gas e petrolio iraniano, aggirando non solo l’embargo Usa, ma anche gli stretti di Hormuz nel Golfo Persico e quelli di Singapore e della Sonda nell’arcipelago indonesiano, entrambe sorvegliati dalla marina militare americana. L’adesione -di fatto- dell’India all’embargo ha però fatto naufragare la realizzazione di gasdotti ed oleodotti che dall’Iran attraversassero l’intero subcontinente per deviare verso la Cina attraverso il Myanmar. Pechino ha quindi dovuto ri-orientare la sua strategia: contare sia sul fatto che il Pakistan non segua l’esempio indiano, sia sul convogliare su Gwadar il petrolio saudita, del quale è divenuta ora primo consumatore. Il prossimo faraonico progetto di condotte energetiche è proprio la realizzazione di un oleodotto dal porto pakistano che viaggi parallelamente al corridoio stradale fino al Turkestan Orientale.

Il primo passo cinese è stato compiuto appena un anno fa. Con la crisi economica internazionale e l’importanza ancora preponderante di Karachi, il porto di Gwadar ha attraversato diversi anni si poca profittabilità. La struttura era gestita dall’ex Autorità Portuale di Singapore, PSA (Port of Singapore Authority), oggi colosso multinazionale semi-privato della gestione dei porti (ha acquisito da diversi anni il controllo del terminal container di Genova – Voltri). Nel febbraio 2013, la PSA è stata dunque costretta  a vendere il controllo dell’hub, che è stato subito acquisito dalla principale azienda di Stato di Pechino attiva nel settore: la China Overseas Port Holding Company (COPHC).

La crisi del porto aveva anche costretto il governo pakistano ad archiviare un altro progetto, ovvero la costruzione nell’area portuale di un grande impianto di raffinazione petrolifera.

Durante il vertice del luglio 2013, Pechino ha incluso nei 20 miliardi di investimenti ipotizzati anche la riesumazione di questo progetto. Con la raffineria, il petrolio che giungesse a Gwadar – sia esso sbarcato dall’Arabia o pompato dall’Iran- potrebbe dunque essere spedito in Cina addirittura già raffinato. Il Pakistan beneficerebbe non solo del medesimo petrolio o gas e sul fronte dei commerci, ma anche di un enorme aumento di entrate fiscali (almeno 3 miliardi di dollari annui) in tasse e dazi sui prodotti importati.

L’insieme delle iniziative del “corridoio” Cina-Pakistan nasconde però anche numerose insidie. L’opzione delle risorse iraniane rimane in bilico sia per le pressioni di Washington che per gli attentati e gli scontri armati tra l’esercito di Islamabad ed i separatisti beluci. Il gasdotto che dovrebbe portare il metano iraniano a Gwadar è per ora bloccato a metà, anche se completo sul versante di Teheran. L’allargamento dell’iniziativa stradale sul Karakoram all’ambito ferroviario pare molto difficile se non impossibile per le asperità del terreno montuoso. Gli attacchi dei Taliban pachistani  scuotono spesso sia il Punjab occidentale che l’area di confine con il Tibet. Vi sono ormai prove concrete che anche i campi di addestramento dei separatisti uiguri, contro cui Pechino combatte, siano situati nelle aree tribali del Pakistan. Infine, la regione in questione non è altro che la propaggine più settentrionale del Kashmir, rivendicato da decenni dall’India, con la quale Pechino ha in comune nella regione la altrettanto decennale disputa sul massiccio dell’Aksai Chin.

Nonostante l’entusiasmo pakistano, sono proprio questi problemi di sicurezza che hanno probabilmente spinto gli omologhi cinesi ad avere molta più prudenza in materia di accordi. Il vertice del 18-19 febbraio si è chiuso con il menzionato accordo per il rifacimento dell’autostrada di confine, e la costruzione a Gwadar anche di una struttura aeroportuale. A parte due ulteriori accordi, uno di cooperazione sull’energia idroelettrica ed uno culturale, la Cina non ha però dato seguito a nessun finanziamento per ulteriori lavori, né sul fronte trasporti né sulle pipeline.

Il tavolo delle trattative rimane dunque aperto, ma non è escluso che i problemi siano giunti anche dal versante di Pechino, alle prese con notevoli problemi di liquidità di parte del suo sistema bancario. Le prospettive sia strategiche che economiche sono però troppo attraenti per ritenere che i progetti del “corridoio” saranno abbandonati, specie se il boom economico asiatico procederà la sua corsa. Quel che è certo, è che nel bel mezzo del disimpegno Usa-NATO dall’Afghanistan, il Pakistan sembra guardare sempre più verso la Cina, e sempre meno ad occidente.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->