sabato, ottobre 20

Il coraggio di Marina Abramovic A Palazzo Strozzi a Firenze in mostra The cleaner la prima grande antologica dedicata all’artista che trasformò la performance in arte, oggetto anche oggi di attacchi politici aggressioni e censure

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La grande  Mostra di Palazzo Strozzi dal titolo ‘Marina Abramovic,  The cleaner’, costituisce senza dubbio un motivo d’interesse e di riflessione per vari aspetti: innanzitutto perché si tratta  della prima grande mostra antologica dedicata dalla Fondazione Palazzo Strozzi a un’artista donna, la più importante rappresentante dell’arte performativa, cosa assolutamente inedita per l’Italia in questa formula immersiva, in secondo luogo perché la mostra è un racconto speciale del rapporto di Marina Abramović con l’Italia, dove hanno avuto luogo alcune delle sue memorabili performance, dagli Anni 70 in poi, infine,  perché l’artista che più di ogni altra segna la nostra contemporaneità, riflettendo sulla propria vita porta alla ribalta temi cruciali, che ci riguardano tutti: il rifiuto della guerra e della violenza, che ha vissuto sulla propria pelle e denunciato nei Balcani, l’anelito ad un modo libero da confini e carico di spiritualità, poiché fermamente convinta che ‘siamo tutti sulla stessa barca’, com’era scritto nel cartello innalzato dall’artista quale sintesi del Manifesto per la regata ‘Barcolana’, cartello che  suscitò le reazioni dei leghisti, i quali vi avevano scorto un riferimento politico pro-immigrazione.

Evidentemente questi contestatori vivono nell’ossessione delle imbarcazioni, anche metaforiche. “L’arte è intoccabile  e chi la censura crea martiri”,  così Vittorio Sgarbi a difesa   del diritto di libertà d’espressione artistica. E Marina,  riguardo a tali contestazioni ribadisce di “essere contenta che un singolo poster  abbia suscitato proteste nella Lega e nella politica italiana, significa che l’arte ha ancora questo potere e ciò è meraviglioso”. Purtroppo reazioni incresciose alla  creatività di Marina ( e d’invidia per il suo straordinario successo)  si sono avute in questi giorni anche a Firenze, quando a conclusione di un appuntamento col pubblico, è stata aggredita da un sedicente artista di origine ceca, non nuovo a gesti clamorosi come  sdraiarsi nudo per strada su un letto di dollari falsi o imbrattare una scultura di Urs Fisher. L’ uomo che aveva con sé un dipinto raffigurante il volto distorto di Marina, si è avvicinato all’artista   che aveva appena concluso l’incontro col pubblico e con gesto repentino lei ha sbattuto violentemente in testa il quadro intrappolando l’artista dentro la cornice. Non si è trattato di una performance inattesa, ma di un gesto di violenza. Ripresasi dallo shock  Marina ha voluto parlare con l’aggressore. “Non fuggo mai dai problemi. Li affronto” –ha detto l’artista – “E quando lo hanno portato da me e gli ho chiesto: “Perché l’hai fatto? Qual è il motivo? Perché questa violenza?” Lui ha risposto: “L’ho dovuto fare per la mia arte”. Vale la pena lasciare a Marina  descrivere quella che è stata la sua reazione, ascoltare il suo commento: “per me è difficile capire ed elaborare la violenza. E’ la prima volta che mi succede una cosa del genere. E ancora non riesco a capire. Con la violenza sugli altri non si fa arte. Anche io sono stata una giovane artista non famosa ma non ho mai fatto del male a nessuno. Nel mio lavoro io metto in scena diverse situazioni e metto a rischio la mia vita. Ma questa è una mia decisione e stabilisco io le condizioni”.

Ecco il punto: con la violenza sugli altri non si fa arte. Una lezione di vita la sua e una riflessione improntata alla comprensione: “In passato mi sarei arrabbiata per un fatto del genere, oggi invece provo compassione. La cosa più difficile è perdonare ma bisogna riuscire a farlo come dice il Dalai Lama”.  Non lo dice solo il Dalai Lama, ma è certo che egli è uno dei suoi riferimenti spirituali, la seconda volta che lo incontrò fu  nel centro buddista di Pomaia, in provincia di Pisa, ottobre 1982. Oltre all’aggressione nei confronti dell’artista la Mostra deve registrare anche la censura da parte dei social delle foto scattate ai performer nudi presenti nelle sale di Palazzo Strozzi e  soggetti attivi della Mostra stessa. Censurate anche le foto ufficiali. “Come possiamo comunicare l’arte” – commenta Arturo Galansino, direttore generale della Fondazione e curatore della Rassegna – “se incorriamo in questa pruderie virtuale? Nulla è cambiato rispetto a 40 anni fa quando a Bologna  nel 1977 la polizia interruppe la performance ‘Imponderabilia’”.  Tutti episodi questi che denotano arretratezza e chiusure mentali  che richiamano alla mente tempi oscuri, che a volte ritornano.

Ma che la città di Firenze, attraverso le sue massime istituzioni culturali e artistiche  intende contrastare: è significativo che due opere di Marina Abramovic siano esposte all’interno del Museo dell’Opera del Duomo in dialogo con capolavori come la Pietà Bandini di Michelangelo: si tratta di una fotografia della Pietà  (Anima Mundi) e del video Kitchen V.Carring the Milk, che è un omaggio alla mistica santa Teresa d’Avila. Un vero e proprio bagno di folla si è avuto al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, nell’Abramovic speaks, una conversazione con Arturo Galansino, sui  temi del percorso esistenziale e creativo dell’Abramovic, lungo il quale l’artista ha posto le basi per oltrepassare il carattere effimero delle sue opere e reinventare l’ idea stessa di performance che lei stessa definisce “arte vivente basata sul tempo. Negli anni Settanta” – ricorda- “nessuno voleva riconoscere la performance come arte, ma alla fine ci riuscimmo. Anche  oggi che i social hanno annullato i confini tra pubblico e privato, quest’arte resiste, certo non si possono chiudere gli occhi davanti alla tecnologia che è parte della nostra vita e bisogna imparare ad usarla senza che sia lei ad usare noi ma lo voglio dire forte e chiaro: Instagram non è arte. E se un artista riesce a rendere cristallino il suo messaggio e toccare emotivamente il pubblico vuol dire che ha fatto un buon lavoro”.

The Cleaner, il titolo della Rassegna, fa riferimento a un particolare momento creativo ed esistenziale dell’artista che dice::
«Come in una casa: tieni solo quello che ti serve e fai pulizia del passato, della memoria, del destino».
Quel  momento ha molto a che fare con l’Italia,  paese con il quale Marina ha un rapporto speciale non solo per averlo frequentato da giovanissima o per aver sperimentato qui le  prime radicali performance un po’ ovunque – Firenze, Bologna, Roma, Napoli, Venezia, Trieste ecc.- ma anche per un comune sentire. La mostra in Palazzo Strozzi, è  una straordinaria occasione per scoprire la complessità dell’arte di Marina Abramović, i cui lavori spaziano da azioni forti, violente e rischiose a scambi di energia gestuali e silenziosi, fino a veri e propri incontri con il pubblico, che negli ultimi anni è diventato sempre più protagonista nelle sue opere. Inizia dal Cortile del  Palazzo, che ospita il furgone Citroën ex cellulare della polizia che Marina e Ulay  acquistarono due anni dopo la loro conoscenza (Amsterdam 1975) e col quale condussero una vita nomade tra una performance e l’ altra, fra una esposizione e un festival, viaggiando incessantemente per tre anni in Europa in un connubio di vita e arte fanno parte di un progetto espresso nel manifesto Art Vital.  Il  manifesto ‘Attraversare i muri’  così descrive l’inizio dell’ avventura: “decidemmo di ribaltare le nostre vite. Non volevamo essere legati a un appartamento e pagare l’affitto. E Amsterdam non ci stava facendo bene. Così, con un po’ di soldi della Polaroid e altri del governo olandese, comprammo un  vecchio cellulare Citroën della polizia, e divenimmo un duo artistico ambulante. Nessuna dimora stabile. Energia mobile. Movimento permanente. Nessuna prova. Contatto diretto”. Parte da qui anche il viaggio del visitatore nei vari piani del Rinascimentale palazzo, che raccoglie 100 opere dell’artista, offrendo  una panoramica sui lavori più famosi della sua carriera, dagli Anni Sessanta agli Anni Duemila, attraverso video, fotografie, dipinti, oggetti, installazioni e la riesecuzione dal vivo di sue celebri performance da parte di un gruppo di performer specificamente selezionati  e formati in occasione della mostra.

E’ la voce della stessa artista ad accompagnare i visitatori e a ripercorrere le tappe della sua vita e della sua carriera iniziata a Belgrado come pittrice figurativa ed astratta, anche attraverso opere inedite. E’ negli anni Settanta che inizia il lavoro nella performance attraverso l’utilizzo del proprio corpo, esponendosi a dure prove di resistenza fisica e psicologica. Durante il viaggio in Europa Marina è  a Firenze per partecipare con un’opera ad una delle iniziative del compianto Mario Mariotti, straordinario artista, in S.Spirito. Dopo, la coppia intraprende viaggi di studio e di ricerca in Australia, India e Thailandia, iniziando anche le pratiche di meditazione. Entra in contatto con le culture aborigene e tibetane, poi i due Lovers si inoltrano per dirsi addio lungo la  Grande Muraglia cinese, percorrendo a piedi ciascuno 2500 chilometri. Gli Anni ’90 sono segnati dal dramma della guerra in Bosnia che le ispira l’opera Balkan Baroque (1997) con cui vince il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia, un’opera che è una metafora contro tutte le guerre: all’interno di un buio scantinato  l’artista pulisce una ad una mille ossa di bovino raschiando pezzi di carne e cartilagene mentre intona canzoni della tradizione popolare serba. Al padre, eroe della Resistenza, dedica The Hero.  Col passare degli anni la sua arte performativa, effimera per definizione, si dilata nel tempo: al Moma di New York, resta muta e immobile per più di 700 ore nell’arco di tre mesi.  The cleaner,  che resterà aperta fino al 20 gennaio 2019, è dunque un invito a far pulizia anche di  quelle idee e quei comportamenti che ostacolano relazioni fra uomini e popoli di diversa etnia e cultura e un invito alle donne a guardare avanti con coraggio a impadronirsi del proprio destino. Come ha fatto lei con grande coraggio.    

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