domenica, Agosto 1

Il controverso ritorno di Pechino all’atomo

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A quasi quattro anni dal disastro di Fukushima, la Cina scommette di nuovo sull’atomo, spinta dal desiderio di ridurre la propria dipendenza dai combustibili fossili e di affermarsi in un settore in cerca di nuove eccellenze. Il nucleare compare nel rapporto sul lavoro del governo per il 2014 tra le fonti energetiche su cui puntare maggiormente per ridurre l’inquinamento ambientale che affligge il Paese. Il settore tira: lo scorso dicembre, CGN (China General Nuclear Power), punta di diamante dell’industria atomica cinese, si è quotata alla borsa di Hong Kong con un’offerta pubblica iniziale di 24,5 miliardi di HKD (2,7 miliardi di euro), divenendo il primo gruppo nucleare a fare il suo debutto sul mercato azionario dai tempi della British Energy (1996).

All’indomani della crisi giapponese, Pechino aveva cancellato circa metà dei progetti al tempo in corso (un centinaio) al sopraggiungere di preoccupazioni sulla progettazione e collocazione di alcuni impianti nelle regioni interne del Paese, quelle più colpite da terremoti. La moratoria era poi stata annullata nell’ottobre 2012, quando l’allora Premier Wen Jiabao annunciò che la Cina sarebbe tornata alla «normale costruzione di nuove centrali nucleari sulla base di uno sviluppo ordinato». Lo scorso settembre, la National Development and Reform Commission, massimo pianificatore economico del Paese, ha approvato la ripresa di quattro progetti con una capacità combinata di 10 milioni di chilowatt, situati lungo le coste.

Nel 2013, l’energia atomica ha costituito solo il 2,1% di tutta l’elettricità prodotta nell’ex Celeste Impero, contro una percentuale a livello globale dell’11,3%. Secondo l’Energy Development Strategy Action Plan del 19 novembre scorso, entro il 2020, la Cina dovrà passare dagli attuali 19,1 gigawatt di capacità nucleare installata a 58 gigawatt, diventando il terzo Paese per capacità generata dopo Stati Uniti e Francia. Se tutto andrà come sperato, nel 2050 il Dragone dovrebbe raggiungere i 400-500 gigawatt. Il Piano prevede il ‘lancio in tempi opportuni’ di nuovi progetti lungo le coste del Paese e l’attuazione di studi di fattibilità per la realizzazione di impianti nelle province occidentali, insistendo sulla promozione dell’uso di grandi reattori ad acqua pressurizzata (come AP1000 e la versione cinese CAP1400), reattori raffreddati a gas ad alta temperatura (HTR) e reattori veloci. Dopo il disastro di Fukushima le ambizioni nucleari del Dragone si sono ridimensionate (secondo il Long-term development plan for nuclear power industry del 2006, l’obiettivo da raggiungere sarebbe dovuto essere di 80 gigawatt entro il 2020), ma per Moody’s, quella cinese è ancora «un’espansione atomica aggressiva». Dei 71 reattori in costruzione in giro per il mondo, 26 sono in Cina cui vanno ad aggiungersi i 24 già in funzione e i 180 ancora sulla carta.

Il Dodicesimo Piano quinquennale (2011-2015) prevede l’approvazione di un piccolo numero di progetti nucleari «dopo discussione approfondita», ma molte sono le attese sul ruolo che le ‘energie pulite’ ricopriranno nel prossimo Piano 2016-2020. Sopratutto alla luce degli impegni presi con la controparte americana a margine del summit Apec (Asia-Pacific Economic Cooperation) sui cambiamenti climatici. Secondo l’accordo stretto con Barack Obama, il gigante asiatico dovrà raggiungere il picco massimo di emissioni di gas serra entro il 2030. Per quella data, la produzione energetica cinese dovrebbe arrivare a dipendere per il 20% da fonti alternative; vale a dire che nei prossimi 15 anni la Cina è tenuta ad assicurarsi 800-1000 gigawatt di capacità energetica pulita contro gli attuali complessivi 1250 gigawatt, ottenuti perlopiù attraverso la combustione del carbone, sino ad oggi nutriente principale dell’economia energivora cinese.

Si tratta di un obiettivo per niente facile, nonostante –secondo dati di BNEF (Bloomberg New Energy Finance)- la Cina sia al momento il Paese più attivo nelle rinnovabili con 90 miliardi di dollari investiti. Ricorrere all’atomo, pertanto, rappresenta un’opzione allettante per raggiungere il traguardo prefissato. Ma c’è dell’altro. A livello internazionale il settore langue un po’ per l’onda d’urto di Fukushima, un po’ per l’improvviso entusiasmo suscitato dallo shale gas nell’America del Nord. Scenario, questo, che lascia al Dragone ampio spazio di manovra per effettuare il salto da ‘follower’ a ‘leader’ dell’industria portando avanti «miglioramenti tecnologici di rilievo». Come? Secondo il Premier Li Keqiang, «per diventare una potenza dell’energia nucleare, la Cina deve aumentare i propri vantaggi competitivi del settore, promuovere apparecchiature nucleari all’estero, e garantire che l’industria sia assolutamente sicura».

Pechino spera che il proprio programma nucleare possa proiettare nuove opportunità di business oltremare, come suggerito da un primo accordo per l’acquisto del 30-40% delle quote della centrale britannica Hinkley Point da parte dei due colossi di Stato CNNC (China National Nuclear Corporation) e CGN (China General Nuclear Corporation). Intesa particolarmente ghiotta che permette alle società cinesi di mantenere proprietà e gestione di centrali nucleari ‘Chinese-designed’ nel Regno Unito. Non solo. Stando a quanto affermato dal Capo ingegnere di SNPTC (State Nuclear Power Technology Corp), il gigante asiatico sarebbe in procinto di estendere le proprie attività in Turchia e Sudafrica.

Nel 2013, Pechino ha fornito al Pakistan un prestito da 6,5 miliardi di dollari per finanziare due reattori da 1100 megawatt di capacità ciascuno, a Karachi; più recentemente il Presidente Xi Jinping ha avanzato l’ipotesi di un coinvolgimento cinese nel nucleare civile indiano, in occasione della sua ultima visita nel subcontinente, mentre avevamo già avuto modo di rivelare le mire energetiche di Pechino nell’Europa centro-orientale. Il tutto da leggersi alla luce degli sforzi messi in campo dalla leadership per dotarsi di una squadra di campioni nazionali in grado di dare nuovo smalto all’immagine della Cina non più fabbrica del mondo, ma bensì promotrice di uno sviluppo votato alla qualità. Di poche ore fa la notizia che il Governo cinese starebbe pensando di razionalizzare e potenziare il settore promuovendo una fusione tra SNPTC e China Power Investment Corp., uno dei principali produttori di energia elettrica del Paese. Ma questo non vuol dire necessariamente ancorare l’industria ai colossi di proprietà statale. Liu Baohua, Segretario del National Energy Board, ha reso noto che il settore sarà progressivamente aperto agli investimenti privati sdoganando uno dei vecchi monopoli di Stato. Una mossa accolta con entusiasmo da parte dei governi periferici che intravedono in un settore nucleare più dinamico potenziali nuovi posti di lavoro a livello locale.

Sebbene la cooperazione internazionale sia benvenuta, Pechino non ha mai nascosto la volontà di raggiungere una sorta di auto-sussistenza tecnologica. Allo stato attuale, il programma nucleare cinese dipende principalmente dalla tecnologia di terza generazione AP1000 progettata dalla statunitense Westinghouse. Sulla base di un accordo di trasferimento di tecnologia siglato nel 2007, SNPTC sta ora lavorando alla progettazione e costruzione dei propri reattori (PAC 1400) sulla base del modello americano. Il primo reattore di questo tipo dovrebbe vedere la luce nel Zhejiang, ma continui ritardi hanno costretto ad una posticipazione del taglio del nastro al 2016 – se non più tardi. Nel frattempo, il Paese sta vagliando altre strade nello sviluppo di un modello di terza generazione tutto cinese qualificato per l’export. E’ questo il caso di Hualong I, reattore sviluppato congiuntamente da CNNC e CGN sulla base di know how francese e che -secondo quanto dichiarato dal Capo ingegnere di CGN- il gigante asiatico spera di esportare in Gran Bretagna nell’ambito dell’intesa su Hinkley Point di cui accennavamo.

Davanti all’evoluzione del nucleare ‘made in China’, per il momento i competitor internazionali si dicono tranquilli ridimensionando le sfide poste da un’industria considerata ancora acerba. Gli invitanti prezzi della tecnologia cinese non bastano a dirottare l’attenzione dalla lunga serie di ritardi registrati dai progetti autoctoni (oltre al caso del Zhejiang, problemi tecnici sono stati riscontrati anche in un reattore di terza generazione a Taishan, nella provincia del Guangdong). Alle difficoltà tecniche si aggiungono complicanze di ordine pratico. La formazione del personale impiegato nelle centrali, di solito richiede dai quattro agli otto anni e il gigante asiatico è a corto di talenti. «La Cina oggi ha circa mille esperti nucleari, ma avrà bisogno di averne 4mila entro il 2020», spiegava tempo fa al ‘China Daily’ Donald Hoffman, Presidente di Excel Services Corp, un fornitore di servizi di regolamentazione e di ingegneria nucleare statunitense.

Mentre un tempo Pechino si è dimostrato pronto a foraggiare le imprese statali nei settori ritenuti ‘strategici’, oggi, alla luce del rallentamento economico, priorità assoluta è far fronte alle montagne di debiti accumulati dalle amministrazioni locali nella corsa agli investimenti sfrenati degli ultimi anni. Ergo niente più credito facile e spese pazze. Stando così le cose, c’è da chiedersi se, in tempi di ristrettezze, il nucleare –i cui costi tecnici sono nettamente lievitati dopo Fukushima– meriti tanta attenzione. Sopratutto considerando che, secondo BNEF, nel 2030 l’eolico on-shore costituirà il mezzo più conveniente per generare energia in Cina. Stando agli analisti di Bloomberg, per quello stesso anno le rinnovabili potrebbero arrivare a produrre tre volte l’energia generata con il nucleare.

Una volta reciso il nodo gordiano dei costi e del know how non resta che riuscire a convincere la pancia del Paese che la Cina è in grado di gestire l’industria senza rischi. Il fatto è che Pechino non può più permettersi di avviare progetti invisi alla popolazione con la leggerezza ostentata in passato. Nel 2013, oltre 2000 persone sono scese in strada a Jiangmen (Guangdong) per protestare contro la costruzione di un impianto per la lavorazione dell’uranio da 6 miliardi di dollari. Le pressioni di piazza hanno portato all’abbandono del progetto, primo pesante dietrofront nel programma nucleare cinese. Con la speranza di avvicinare i cittadini all’atomo, il Governo ha cominciato ad adottare un approccio più trasparente organizzando tour degli impianti, sulla falsariga dei ‘public days‘ lanciati dal gruppo petrolifero Sinopec dopo le dimostrazioni contro la costruzione di un impianto petrolchimico a Maoming.

A metà gennaio, in occasione del Sessantesimo anniversario del programma nucleare civile, il Vice Direttore della National Energy Administration ha ricordato che «la Cina non ha mai incontrato problemi di sicurezza da quando la sua prima centrale nucleare è stata costruita nel 1985». Una legge sulla sicurezza nucleare è attesa per il 2016, anno in cui la Cina interromperà del tutto la costruzione di reattori di seconda generazione per dedicarsi interamente a quelli di terza. Ma la sostanziale immaturità del settore richiede cautela e i leader lo sanno bene. Parlando al summit sulla sicurezza nucleare tenutosi all’Aja lo scorso marzo, il Presidente cinese aveva paragonato ‘l’atomo’ al dono del fuoco rubato da Prometeo agli dei per il bene dell’umanità. Può portare grandi benefici, ma senza le dovute precauzioni «un futuro radioso rischia di essere offuscato da nubi nere e persino da catastrofi».

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