domenica, Maggio 9

Il contributo italiano nei Balcani e l’importanza della neutralità UE-Balcani occidentali: oggi Vertice a Sofia. Lo stato dell’arte sui negoziati (senza scorciatoie). La politica dell’Unione e il ruolo chiave dell’Italia nella regione. Intervista a Stefano Pilotto, Docente di Relazioni internazionali e Direttore dei Programmi della MIB School of Management di Trieste

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Quali sono, sul piano politico, gli elementi determinanti per un rilancio del percorso di adeguamento agli standard europei che non scavalchi la società in termini di consenso espresso e responsabilità condivise?

L’aspetto positivo è che si continui a parlarne, evitando di mettere ‘nel frigorifero’ il problema dell’integrazione dei Paesi dell’Europa centro-orientale e dei Balcani occidentali. Bisogna, però, parlarne in modo maturo, vale a dire non rinunciando ad affrontare di petto le questioni veramente spinose. Il che significa tenere conto degli interessi di tutte le popolazioni coinvolte.

Un esempio. Per quanto riguarda la gravissima crisi ucraina, si è arrivati, nel 2014 e 2015, agli Accordi di Minsk (rispettivamente, Minsk I e Minsk II). Nei negoziati non sono intervenute soltanto le ‘potenze’, cioè il Governo ucraino di Kiev, la Federazione russa, l’Unione Europea e, dietro di loro, gli Stati Uniti. Sono stati coinvolti anche i rappresentanti dei Distretti di Donetsk e Luhansk, in Ucraina orientale – il Donbass -, che erano direttamente coinvolti nella questione. Tornando al caso di Kosovo e Metohija, non è stato seguito lo stesso approccio: hanno partecipato l’UE, la Serbia, i rappresentanti dell’autoproclamata Repubblica del Kosovo, ma non sono stato chiamati ad esprimersi i rappresentanti della minoranza serba che vive in Kosovo e Metohija (vale a dire Kosovska Mitrovica o nelle enclave serbe come Goraždevac, Velika Hoča, Dečani, Peć, Gračanica). Tutte queste persone dovrebbero essere anch’esse chiamate a partecipare ai negoziati per arrivare alla definizione di un accordo che soddisfi le parti nel loro insieme, senza esclusioni.

L’UE può fare, allora, un ulteriore sforzo aprendo un tavolo al quale siedano, sì, i kosovaro-albanesi e i serbi di Belgrado, ma anche i serbi di Kosovska Mitrovica e delle altre enclave. Questo, secondo me, è un aspetto che Federica Mogherini potrebbe considerare con attenzione.

Considerando l’importanza strategica dei Balcani occidentali, qual è il contributo politico italiano, sia ‘di posizione’ (da un punto di vista percettivo e di orientamento) che di azione e supporto al processo di integrazione?

Il contributo italiano avrebbe potuto essere più efficace. Ho visto l’Italia molto silenziosa, molto poco propositiva. Avendo, lo scorso anno, ospitato il Vertice di Trieste, avrebbe potuto proporre qualche cosa di più; ho visto, invece, un Paese molto allineato con il generale approccio dell’UE. Il Governo di Paolo Gentiloni, d’altra parte, sapeva di essere a fine mandato e alla vigilia di nuove elezioni. Il voto è arrivato e, tuttora, l’Italia non ha ancora un Governo: perciò è molto timida, non si avventura.

Occorre anche considerare che, per come è strutturato, l’ordinamento dello Stato non attribuisce grandi poteri in mano a una persona – neppure al Primo Ministro. Quindi l’Italia, per effetto anche delle sue stesse istituzioni repubblicane, non può sempre condurre una politica estera – non dico coraggiosa o avventurosa, ma perlomeno decisa, che preveda, in altre parole, prese di posizione nette in certi frangenti, capaci di dare un contributo efficace. Altri Paesi possono farlo: nel caso della Francia, ad esempio, il Presidente della Repubblica detiene un potere molto più vasto.

Nonostante questa timidezza condizionata, l’Italia gioca un ruolo importantissimo nei Balcani. Basti pensare che il Monastero di Dečani, ‘Patrimonio dell’Umanità’ secondo l’UNESCO, è protetto dalle Forze Armate italiane.

Ritiene che in Italia, con il nuovo Governo, possa affermarsi un nuovo orientamento?

È possibile, soprattutto per le posizioni della Lega; non tanto per i 5 Stelle che, in materia di politica estera, non mi pare abbiano definito un grande programma. La Lega ha sempre dimostrato un certo approccio filo-russo alle relazioni internazionali. Ciò potrebbe tradursi in una condotta filo-serba che, in questo caso, non farebbe altro che riequilibrare l’atteggiamento parziale dell’UE. Se l’Italia adottasse un’azione tendente a riequilibrare la posizione dell’Unione (non in funzione filo-serba, ma neppure anti-serba), potrebbe favorire una maggiore neutralità da parte di Bruxelles.

Considerato il recente passato, in Serbia esiste una percezione negativa dell’Italia?

In realtà no, perché abbiamo sempre avuto ottimi rapporti bilaterali. È chiaro che quando, nel 2008, l’Italia si mise sull’attenti davanti agli Stati Uniti riconoscendo – senza pensarci troppo – l’indipendenza del Kosovo, quell’atto generò in Serbia grande delusione, ma la stima reciproca rimane fra i due paesi e l’Italia continua ad essere molto popolare in Serbia.

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