mercoledì, Ottobre 20

Il contributo italiano nei Balcani e l’importanza della neutralità UE-Balcani occidentali: oggi Vertice a Sofia. Lo stato dell’arte sui negoziati (senza scorciatoie). La politica dell’Unione e il ruolo chiave dell’Italia nella regione. Intervista a Stefano Pilotto, Docente di Relazioni internazionali e Direttore dei Programmi della MIB School of Management di Trieste

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Tra le fatiche incontrate nei vari dossier e l’affacciarsi di un’apertura ai negoziati per l’ex-Repubblica jugoslava di Macedonia e l’Albania, il 2025 è stato indicato dalle istituzioni di Bruxelles come l’anno del possibile ingresso di Serbia e Montenegro nell’Unione Europea, nell’ambito degli sviluppi di un’iniziativa volta a integrare, a livello istituzionale, i Balcani occidentali (avviata, 4 anni fa, dal ‘Processo di Berlino’) e del rilancio (dal settembre 2017) della politica europea di allargamento e vicinato.

Il processo di allargamento coinvolge tutti quegli Stati – candidati attuali e potenziali – interessati ad aderire all’UE (in base all’Art. 49 del Trattato sull’UE), con vantaggi reciproci: stabilità e cooperazione transfrontaliera, sviluppo socio-economico e ‘modernizzazione’ nei vari ambiti della vita politica e sociale. Agli attuali candidati (nell’area balcanica: Albania, Macedonia, Serbia e Montenegro) si affianca la Turchia, mentre Kosovo e Bosnia-Erzegovina restano candidati potenziali. Non è previsto, da qui alla scadenza del mandato dell’attuale Commissione europea (31 ottobre 2019), l’ingresso di nuovi membri nell’Unione.

Il percorso, privo di modalità ‘abbreviate’ e irto di ostacoli e questioni aperte (soprattutto la questione kosovara e la ‘normalizzazione’ dei rapporti con la Serbia) è oggetto di dibattito all’odierno Vertice di Sofia, centrato sul tema della ‘connettività’ umana ed economica, ma anche sulle problematiche legate alla sicurezza (presenza di foreign fighters in Bosnia e Kosovo) e alla migrazione irregolare. L’integrazione euro-balcanica ha a che fare con responsabilità congiunte: un impegno da parte dei vari leader politici regionali, ma anche un rinnovato rapporto tra istituzioni europee e un’ opinione pubblica piuttosto scettica al riguardo (con le eccezioni di Kosovo, Albania e, in parte, Macedonia), per la quale l’adesione all’Unione non avrebbe un impatto positivo per il proprio Paese.

A due mesi dall’adozione della nuova Strategia, un processo di cooperazione rafforzata e meritocratica, che pone significative riforme politico-istituzionali ed economiche a condizione dell’auspicata integrazione continentale della regione, l’Alto Rappresentante per la politica estera e la sicurezza comune dell’UE, Federica Mogherini e il Commissario europeo per la politica di vicinato Johannes Hahn hanno presentato a Strasburgo il ‘Pacchetto allargamento’ 2018. Il documento, a cadenza annuale, contiene valutazioni sullo stato di avanzamento del processo di adesione. Nelle parole di Hahn, nonostante i «progressi compiuti» da Albania e Macedonia (in materia di lotta alla corruzione e al crimine organizzato, di trasparenza della pubblica amministrazione e indipendenza dei magistrati), «Permangono lacune importanti. Le riforme, in particolare per quanto attiene allo Stato di diritto, devono essere attuate con maggiore risolutezza e produrre risultati sostenibili». Il valore delle riforme è condiviso nella misura in cui si riconosca che esse – prosegue Hahn – «non sono ‘per Bruxelles’», ma «offrono vantaggi diretti alla regione e ai suoi cittadini così come all’intera Europa».

Dopo il Vertice di Trieste, che ha inaugurato l’Area economica regionale integrata, le incognite che pesano sul complesso iter di adesione dei Paesi balcanici portano l’Italia, scrive Raffaella Coletti – Ricercatrice del CeSPI -, a rivestire un «ruolo chiave per favorire l’integrazione» europea di quei Paesi  «a diversi livelli». L’Italia è, infatti, uno dei «Paesi membri più direttamente interessati all’area» in materia di partenariato commerciale, di cooperazione decentrata (nella Macroregione adriatico-ionica, che coinvolge anche Albania, Montenegro, Serbia e Bosnia-Erzegovina) nonché nell’ambito delle diverse missioni internazionali che vedono l’Italia attore in organizzazioni come l’OSCE (della quale ha assunto la Presidenza per l’anno in corso) o la NATO.

Tornando all’ordine del giorno del Summit di Sofia, il quadro è complesso e non sembra offrire – nello spazio di un incontro di vertice – gli elementi per considerare, in senso retrospettivo, i risvolti politici del processo di integrazione euro-balcanica e le prerogative italiane che ne sono parte.

Ce ne parla Stefano Pilotto, Docente di Relazioni internazionali e Direttore dei Programmi della MIB School of Management di Trieste.

 

Professor Pilotto, quali sono, rispetto al 2017, le ‘novità’ del Vertice di Sofia in rapporto alle specifiche criticità di ordine politico sottese agli sviluppi del Processo di Berlino? Pensiamo a questioni legate al bilanciamento degli interessi dei rispettivi Paesi e al consenso sulle condizionalità  imposte dalla politica europea di allargamento, che vanno dalla soluzione delle controversie bilaterali (soprattutto tra Belgrado e Pristina) alla riforma delle istituzioni (ad esempio, la riforma costituzionale del sistema giudiziario albanese).

Si prende in considerazione un Vertice europeo che si svolge nella capitale bulgara, ossia nel ‘cuore’ dei Balcani, e che si pone il generale obiettivo di rilanciare il processo di integrazione dei Balcani occidentali all’interno dell’Unione Europea. Questo processo, nondimeno, si è un po’ arenato e temo si stia arenando ulteriormente.

Non mi pare che, dal vertice triestino del 2017, siano emersi molti elementi di novità. Ho ascoltato con attenzione il discorso dell’Alto Rappresentante per la politica estera e la sicurezza comune dell’UE, Federica Mogherini, la quale mi ha dato l’impressione di continuare a percorrere esattamente la stessa traccia degli anni precedenti. A questo proposito sono, personalmente, un po’ critico.

Mi sembra che l’UE continui ad adottare una tattica e una condotta non perfettamente neutrali. Questa condotta prevede che l’integrazione dei Paesi candidati all’interno dell’Unione possa avvenire a condizione di obbedire ad alcuni suoi desiderata che, tuttavia, non sono solo relativi ai prerequisiti stabiliti per entrare nell’Unione, ma interessano anche questioni meramente politiche.

Potrebbe citare un esempio?

L’esempio che mi sembra più interessante è quello della Serbia e della Provincia autonoma di Kosovo e Metohija. Nel 2008, c’è stata una auto-proclamazione di indipendenza da parte del Kosovo, che la maggioranza dei Paesi membri dell’UE ha riconosciuto. Ad opporsi rimangono, oggi, 5 Paesi dell’Unione: Spagna, Romania, Slovacchia, Grecia e Cipro. Malgrado questa realtà, l’UE ha considerato il problema come se il Kosovo fosse indipendente. Non sono stati adottati quei gesti di delicatezza opportuni, onde evitare di colpire la Serbia o urtarne la suscettibilità. Questo, a mio parere, è un elemento che nuoce.

Quando si parla correntemente dei ‘6 Paesi’ dei Balcani occidentali, si fa riferimento a Bosnia-Erzegovina, Albania, Montenegro, ex-Repubblica jugoslava di Macedonia e Serbia; ai quali si aggiunge il Kosovo… Ma possiamo considerarlo alla stregua degli altri Stati sovrani? Dicendo ‘6 Paesi’, si promuove immediatamente il Kosovo a Paese indipendente e sovrano, il che costituisce uno sgarbo e un atto di indelicatezza non solo nei confronti della Serbia, ma di altri Paesi e realtà politico-territoriali. Se, infatti, consideriamo la Bosnia-Erzegovina, al suo interno c’è la Repubblica Srpska, che è perfettamente allineata con la Serbia.

Bruxelles dovrebbe, perciò, essere molto più attenta e neutrale. Nel caso portato in esempio, avrebbe dovuto studiare un modo per ammettere nei negoziati anche alcuni esponenti dell’autoproclamata Repubblica del Kosovo senza, peraltro, considerarli alla stregua degli altri Stati sovrani. Questo non è avvenuto, e la conseguenza è stata che alcuni Paesi dell’UE come la Spagna, la Romania e la Repubblica di Cipro – proprio 3 dei 5 Paesi che negano l’indipendenza del Kosovo – non vogliono prendere parte al vertice di Sofia né ai negoziati ai quali parteciperà la Delegazione dell’autoproclamata Repubblica del Kosovo, come se fosse un Paese sovrano.  Si tratta di un problema reale: l’UE si trova, una volta di più, impreparata di fronte a questa crisi perché non ha saputo prevenirla né meditare attentamente sulla questione.

Esistono molti altri problemi di natura politica, come appunto quello della definizione dell’amministrazione della Bosnia-Erzegovina a livello duraturo: sussiste il problema del ruolo assunto dall’Alto Rappresentante della comunità internazionale (figura istituita, nel 1995, dall’Accordo di Dayton – Allegato 10), che funge da arbitro e che, molte volte, rappresenta una limitazione della sovranità stessa della Bosnia-Erzegovina. Vi è, poi, la questione del nome della ex-Repubblica jugoslava di Macedonia, che la oppone alla Grecia e anche alla Bulgaria.

L’Unione Europea, pertanto, prima di parlare di grandi progetti di sviluppo economico – che hanno indubbia rilevanza -, deve cercare di risolvere i nodi politici. La strategia finora adottata è, invece, ben diversa e si esprime, nella sostanza, secondo questa logica: mettiamo nell’angolo i problemi politici, fingiamo di ignorarli, trascuriamoli e promuoviamo la cooperazione economica. Trasferendo fondi, tutti saranno contenti. In realtà si stenta a comprendere che i soldi non risolvono tutto, e che le popolazioni non risponderanno positivamente se, prima, non si definisce la questione della identità nazionale di certi Paesi.

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