lunedì, Novembre 29

Il ‘consumismo solidale’ dopo G20 e COP26 Paradossalmente, in questo periodo natalizio, il ‘consumismo solidale’ diventa un fenomeno positivo e da incentivare qualora sia collegato alla solidarietà ed alla ricerca di risorse utili per lo sviluppo delle condizioni climatiche e sociali in via di miglioramento

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Il periodo natalizio è costellato di sollecitazioni a ‘consumare solidale’. Le non profit in generale ci inducono a  consumare per guadagnare un po’ di solidarietà che non si limita  a farci essere ‘un po’ più buoni a Natale’, ma costruisce un futuro di risultati ambientali, sociali, di pace e di sviluppo socio-economico  che vanno al di là del periodo natalizio.

Quest’anno il tema del ‘consumismo solidale’ è ancor più incisivo perché le esigenze del pianeta dopo il G20 e Cop26 di Glasgow (non è ancora finito, ma le evidenze indicano, per esempio, una situazione peggiorativa della Co2 e un difficile accordo almeno riparativo) sono, purtroppo, drammatiche: si pensi che dal concetto condiviso del climate change come esortazione si è passati ad un global warming (ricordate Al Gore?) come condizione di pericolo che ci costringe a trasformare le ‘call to action’ degli SDG’s e dell’OCSE in scelte operative e ancorate al reale (per esempio con il PNRR). La Deloitte ha fatto uno studio per cui nel 2070 la decarbonizzazione rapida ed intensa porterebbe ad un differenziale postivo del 3,3% del PIL ed un incremento di circa 470.000 posti di lavoro. Anche l’annoso problema dei costi di raffreddamento del pianeta, con una temperatura inferiore a 1,5 °, si risolverebbe nel 2043 con più benefici che costi. Una sfida che ha bisogno costantemente di risorse.

Quindi il consumismo, che è considerato, giustamente, come una propensione al consumo di beni e servizi voluttuari e non essenziali ed è una seconda scelta patologica del consumo, paradossalmente, in questo periodo natalizio, diventa un fenomeno positivo e da incentivare qualora sia collegato alla solidarietà ed alla ricerca di risorse utili per lo sviluppo delle condizioni climatiche e sociali in via di miglioramento. La cronaca offre occasioni di ‘consumismo solidale’, legate a marchi storici della solidarietà laica e cattolica, gestite da non profit che da esso traggono finanziamento per i loro obiettivi di solidarietà fatta di progetti sociali per l’ Italia, per quelle parti del mondo dove la guerra è in atto o raccoglie ancora strascichi di morte. Si giustifica questo ‘ossimoro’ virtuoso e questo paradosso?

Il ‘consumismo solidale’ è una offerta di prodotti e di servizi il cui acquisto crea le condizioni per l’attività di ‘non profit’ che per tutto l’anno  svolgono azioni a favore di fasce deboli dei territori e del mondo. Anzi, bisognerebbe che il ‘consumismo solidale’ diventasse una costante ed un’abitudine di consumerismo (consumo razionale). Ciò creerebbe una continuità di finanziamento di progetti solidali. Da eventi speciali di ‘consumismo solidale’ natalizio ad una attività di consumo solidale costante. E tutto questo perché non tramite uno spazio, dedicato solo a questo tipo di attività o al ‘cause related marketing’, ove le imprese profit offrono una quota dei loro ricavi per i progetti sociali? Perché non attivare delle sedute di ‘borsa della solidarietà’ ove si acquistano azioni collegate a progetti di solidarietà delle imprese?

Il ‘consumismo solidale’ è la vendita di ‘prodotti progetto’ che hanno un doppio valore: quello intrinseco del prodotto(che deve essere di qualità) e quello di ‘valore aggiunto’ di sviluppo del progetto di solidarietà e di sostenibilità. Esso si traduce nell’assistenza agli anziani ed ai bambini in difficoltà, ai malati con patologie diffuse o rare, alla ricerca scientifica, ai clochard ed ai disoccupati che, a macchia di leopardo, stanno crescendo, ai produttori dei paesi in via di sviluppo che hanno la giusta remunerazione della loro attività, ma anche agli investimenti di salvaguardia del pianeta. Presupposto di mercato è che le non profit o le imprese profit a forte responsabilità sociale (corporate social responsability) devono far percepire ai consumatori il progetto che ‘sta dietro’ al prezzo pagato per il prodotto e devono dimostrare i risultati ottenuti tramite le vendite di solidarietà.

In questo caso il ‘consumismo solidale’ aumenta la fiducia del cliente nei confronti del fornitore e quindi si raggiungono obiettivi di sviluppo economico e sociale che incrementano il ‘capitale sociale’ dei territori. Certo bisogna vigilare affinchè queste attività commerciali non  nascondano opportunismi e quindi si deve chiedere trasparenza e responsabilità di gestione in termini aziendali.Ciò  vuol dire sviluppare l’”accountability” nel non profit e nelle imprese ad orientamento sociale.In questa dimensione il consumismo assume “valore sociale e di solidarietà” offrendo un “supplemento d’anima” anche a prodotti di consumo “routinario”.E quindi “W il consumismo solidale”!.

Questo consumo deve diventare strutturale e ci sono segnali di conversione: le persone chiedono di poter scegliere, acquistare e vivere nel rispetto del pianeta, ma soprattutto di poter lasciare ai propri figli l’eredità di un  mondo uguale, se non migliore di quello che hanno vissuto. Dopo la pandemia, è una esigenza non facile da attuare. C’è una evoluzione del capitalismo da consumo ad libitum, il benessere come strumento da consumare e non come fine da mantenere, il ‘mordi e fuggi’ riguardo alle opportunità pn logica opportunistica ad un richiamo ormai costante a vivere nel rispetto dell’ecosistema in equilibri con un calmiere agli eccessi, un profitto che deve essere strumento ed in equilibrio non solo con le risorse dell’oggi, ma anche del mantenimento delle risorse per domani. Qualcuno dice che l’acronimo magico è ESG (Environment, Social, Governance), altri affermano che è una ennesima mossa di marketing e di ’greenwashing’ per mantenere lo ‘status quo’ del ‘profitto per il profitto’.

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Sull'autore

Professore associato di Economia delle aziende e delle amministrazioni pubbliche presso l'Istituto di Pubblica Amministrazione e Sanità (IPAS). Direttore del Master in Management delle aziende cooperative e imprese sociali non profit (NP&COOP). Docente senior dell' Area Public Management & Policy della SDA Bocconi. Membro del comitato scientifico della rivista Non Profit, Maggioli Editore. Membro del comitato medico-scientifico della rivista Vivere oggi del Comune di Milano. Membro del comitato scientifico della rivista Azienda Pubblica, Maggioli Editore. Fondatore e promotore della collana "Aziende non profit. Strategie, struttura e sistema informativo", EGEA, Milano. Membro dell'editorial advisory committee di Health Marketing Quarterly e del Journal of Professional Services Marketing, The Haworth Press, Inc., Binghamton, New York. Membro del comitato scientifico dell'Unione Nazionale Imprese di Comunicazione, UNICOM. Membro dell'Associazione Italiana di Economia Sanitaria, AIES. Membro dell'Osservatorio Camerale Economia Civile, Camera di Commercio di Milano. Membro del comitato scientifico dell'Associazione Italiana Fundraiser di Forlì, ASSIFF. Membro del Consiglio di Gestione della Fondazione a sostegno della solidarietà sociale Umanamente, gruppo RAS. Membro del comitato etico di Coop Lombardia, Milano. Membro del comitato etico di Investietico, BPM Milano. Membro del comitato scientifico dell'Associazione Italiana della Comunicazione Pubblica e Istituzionale.

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