lunedì, Maggio 17

Il complicato rapporto Usa-Giappone

0

Il recente incontro tra Donald Trump e il premier giapponese Shinzo Abe si preannunciava assai delicato. La campagna elettorale del tycoon newyorkese era stata infatti tutto incentrata sulla necessità dichiarata di ridiscutere il rapporto tra Stati Uniti ed alleati asiatici in ogni suo aspetto; dalla rinegoziazione di nuove intese bilaterali per quanto riguarda il commercio a un riequilibrio delle spese relative al mantenimento dei contingenti Usa all’estero. Il candidato repubblicano non aveva esitato ad associare il Giappone alla vituperata Cina per quanto riguarda la manipolazione del cambio e l’impiego di pratiche commerciali, nonché a minacciare la Toyota di imporre pesanti dazi doganali nel caso in cui avesse rifiutato di costruire negli Stati Uniti i modelli automobilistici che invadono il mercato Usa.

Ma non è tutto. Una delle prime mosse compiute da Trump da presidente è stata quella di formalizzare il ritiro degli Usa dalla Trans-Pacific Partnership (Tpp), l’accordo di libero scambio tra Paesi che si affacciano sul Pacifico elaborato dall’amministrazione Obama in funzione di contenimento della Cina. Abe aveva investito buona parte del proprio capitale politico per far accettare ai giapponesi questo trattato, arrivando a farlo approvare alla Dieta pochi giorni dopo l’elezione di Trump al fine di mettere il magnate di fronte al fatto compiuto e indurlo a rivedere la propria posizione in materia. Il primo ministro giapponese ha tuttavia sottovalutato la determinazione di Trump nel ‘picconare’ gli accordi multilaterali, dove l’approccio assembleare impedisce giocoforza agli attori più forti di far valere il proprio peso specifico come invece accadrebbe in un rapporto bilaterale.

I risvolti critici del vertice tra Trump e Abe sono però stati rapidamente eclissati dal raggiungimento di una serie di intese riguardanti la collaborazione militare tra i due Paesi. Gli Stati Uniti schierano in Giappone un contingente di 45.000 militari, a cui va sommata la Settima Flotta di stanza a Yokosuka. Le spese per il mantenimento di questa forza bellica sono coperte da Tokyo per il 75% del totale, ma Trump aveva reso noto che la ‘protezione’ Usa dalla presunta minaccia rappresentata da Cina e Corea del Nord avrebbe richiesto un maggiore sforzo finanziario da parte di Tokyo, nonostante il Giappone – primo creditore estero degli Stati Uniti – paghi già carissimo questo ‘servizio’. Eppure, Abe è riuscito ad ottenere non solo il rinvio dei colloqui aventi come oggetto la richiesta Usa di un maggiore contributo di Tokyo al mantenimento delle Truppe Usa, ma anche un aperto elogio dal capo del Pentagono James Mattis per l’incremento delle spese militari attuato dal governo giapponese in questi ultimi anni.

Durante un incontro con Inada Tomomi, l’aggressiva ministro della Difesa giapponese, lo stesso Mattis ha inoltre ribadito l’impegno statunitense a difendere gli interessi giapponesi fino alle Isole Senkaku, che la Cina (che le denomina Diaoyu) rivendica apertamente e ha recentemente incluso nella propria Air Defense Identification Zone (Adiz). Già, perché secondo le stime del Ministero delle Risorse Geologiche e Minerarie cinese, nei fondali marini che lambiscono questi atolli risiederebbero non meno di 100 miliardi di barili di petrolio. La Cina considera però fondamentale il controllo dell’arcipelago delle Senkaku-Diaoyu, così come quello delle Spratly e delle Paracel, non solo per effetto della necessità di limitare la dipendenza energetica cinese dalle importazioni mediorientali, ma anche per importantissimi questioni strategiche.

La strategia navale di lungo termine cinese, rivoluzionata negli anni ’80 dall’ammiraglio Liu Huaqing in base alle teorie elaborate dal grande collega statunitense Alfred T. Mahan, è infatti incardinata su due catene insulari: la prima corrisponde alla linea immaginaria transitante per le Isole Ryukyu settentrionali, Okinawa, Taiwan, le Filippine settentrionali, Brunei e le coste del Vietnam meridionale, mentre la seconda segue un tracciato collocato a maggiore distanza dalle coste nazionali, in quanto transitante per il Golfo di Tokyo, l’Isola di Guam, le Isole Palau e la provincia indonesiana della Papua occidentale.

È in forza di tali circostanze che Trump ha definito l’alleanza tra Washington e Tokyo una «pietra angolare della stabilità in Asia orientale».  L’impressione è che il repubblicano stia riprendendo alcuni aspetti della ‘logica del Pacifico’ che aveva ispirato l’amministrazione Obama. Come ha osservato a questo riguardo il Alfred McCoy: «Pechino ha intensificato le pretese sul controllo esclusivo sul Mar Cinese Meridionale, ampliando la base navale di Longpo sull’isola di Hainan a prima struttura per sottomarini nucleari della regione, accelerandone il dragaggio per creare tre nuovi atolli che potrebbero diventare aeroporti militari nelle controverse isole Spratly, e avvertendo formalmente l’Us Navy di stare alla larga. Con la costruzione delle infrastrutture militari nel Mar Cinese Meridionale e nel Mar arabico, Pechino forgia la futura capacità di compromettere chirurgicamente e strategicamente il contenimento militare statunitense. Allo stesso tempo, Pechino sviluppa piani per sfidare il dominio di Washington nello spazio e nel cyberspazio. Per esempio, completerà il proprio sistema satellitare globale entro il 2020, prima sfida al dominio di Washington sullo spazio da quando gli Stati Uniti lanciarono il sistema di 26 satelliti di comunicazione per la difesa nel 1967 […]. In caso di necessità, nell’arco di uno o due decenni la Cina sarà pronta a tagliare chirurgicamente l’accerchiamento continentale di Washington in alcuni punti strategici, senza dover confrontarsi con la potenza globale delle forze armate statunitensi, rendendo inutile la vasta flotta di portaerei, incrociatori, droni, caccia e sottomarini statunitensi».

Per sabotare i progetti cinesi, gli Stati Uniti hanno operato sia a livello diplomatico, appoggiando le rivendicazioni territoriali filippine e vietnamite, che sul piano militare. Nell’estate 2012 è attraccata a Singapore la prima littoral combat ship (la marina statunitense ha annunciato l’intenzione di dislocarne nel Pacifico altre 50). Nelle acque del Mar Cinese Meridionale si si è poi tenuta ‘Rimpac 2014’, la maggiore esercitazione marittima del mondo: vi hanno partecipano, sotto comando statunitense, 25.000 militari appartenenti a 22 Paesi diversi, oltre a 55 navi e 200 aerei da guerra. Ma la piattaforma operativa di cui Washington si serve per adempiere all’obiettivo di vanificare gli sforzi cinesi rimane proprio dal Giappone.

Tokyo non ha mai riposto la propria diffidenza nei confronti della Cina, specialmente in seguito all’ascesa di Shinzo Abe, che ha cercato ripetutamente di tenere alto il livello della tensione in funzione anti-cinese nonostante l’irritazione sociale, che va montando sempre di più, sia concentrata soprattutto nei confronti della permanenza delle basi americane nell’isola di Okinawa, che a svariati decenni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale rappresenta un simbolo della subalternità nipponica agli Stati Uniti. Susumu Inamine, sindaco della città di Nago, situata nell’isola di Okinawa, ha tuonato: «il Giappone è divenuto una colonia statunitense e ha fatto qualsiasi cosa volesse il generale McArthur […]. Al punto in cui siamo, non mi meraviglierei se Okinawa venisse tagliata via dal Giappone per rimanere una colonia dell’esercito Usa […]. Il Giappone ha permesso agli Usa di tenere Okinawa in ostaggio […]. Siamo letteralmente circondati dall’esercito americano […]. Non dovremo solo convivere con le basi statunitensi, ma anche con gli incidenti e i crimini collegati alla presenza statunitense in Giappone, lasciando ai nostri figli e nipoti un’eredità di miseria e squallore». Gli abitanti di Okinawa sono effettivamente sempre stati considerati in modo leggermente subalterno da Tokyo,  che non ha esitato a utilizzarli come pedine di scambio con le forze armate statunitensi quando il generale McArthur, capo del Supreme Command Allied Powers in Giappone, proposte di far stazionare le truppe Usa proprio sull’isola, prevedendo che la presenza americana avrebbe scongiurato il sorgere di revanscismi nazionalisti.

Il prevalere della linea del ‘containment’, elaborata da George Kennan, comportò la marginalizzazione di MacArthur, e il conseguente tramonto del suo progetto di indebolimento del Giappone incentrato sullo smantellamento dei conglomerati monopolistici locali noti come Zaibatsu. In Cina stavano infatti affermandosi i seguaci di Mao Zedong a scapito del Kuomintang di Chang Kai-Shek, ed occorreva creare un solido argine atto a impedire che l’ondata comunista tracimasse sottraendo altri Paesi alla sfera egemonica statunitense. L’appoggio al Giappone, deciso nell’ambito di questa strategia di contenimento della Cina, favorì la spettacolare ripresa economica del Paese, che fu peraltro favorita dallo scoppio della Guerra di Corea del 1950, la quale portò Washington a lanciare una fortissima spinta al riarmo (nel 1952/1953, gli Usa destinarono alle spese militari il 15% del Pil, dopo aver trainato la corsa al riarmo della Nato, con la spesa militare dei Paesi membri che passò dai 38 miliardi di dollari del 1949 ai 108 miliardi del 1952) che produsse ripercussioni estremamente benefiche sull’economia nipponica.

La fine della Guerra Fredda, conclusasi con l’implosione dell’Unione Sovietica, ha determinato la seconda trasformazione della Cina, che dopo esser divenuta un formidabile alleato in funzione anti-Urss grazie alle abili manovre diplomatiche di Nixon e Kissinger, fu nuovamente vista da Washington come la maggiore minaccia strategica all’egemonia statunitense. Ragion per cui il Giappone mantenne la propria centralità geopolitica e la base militare statunitense di Okinawa, nonostante le parole di Inamine, fu ricostruita per essere adattata a nuovo fulcro di proiezione di potenza militare verso l’ex ‘Celeste Impero’. Okinawa ospita ben 27.000 dei 45.000 soldati Usa di stanza in Giappone, nonostante l’isola copra appena lo 0,6% del territorio nazionale complessivo. La base Usa di Futenma, sempre presso Okinawa, viene ripetutamente presa di mira dai manifestanti – che ne chiedono lo smantellamento – e per questo costituisce un incubo per i rapporti nippo-statunitensi, specialmente alla luce del fatto che è stata considerata indispensabile nell’ambito della strategia del ‘pivot asiatico’ perseguita dall’amministrazione Obama, come dichiarato apertamente nel 2012.

L’ex segretario alla Difesa Donald Rumsfeld la considera infatti «la più pericolosa base americana al mondo», in quanto punto nodale dei rapporti diplomatici segreti tra i due Paesi. Per la popolazione civile le basi statunitensi di Okinawa rappresentano un’umiliazione supplementare a quella rifilata verso la metà del XIX Secolo, quando il Commodoro Matthew Perry approdò in Giappone allo scopo di porre fine al Medio Evo nipponico, dominato dallo shogunato e inaccessibile agli stranieri, anche in ambito commerciale. Perry fece massiccio ricorso alla forza bruta per aprire coercitivamente lo ‘Stato del sol levante’ al ‘mercato’ e consentire alle imprese statunitensi di penetrare all’interno del Paese. Negli accordi commerciali e diplomatici che Washington imposero al Giappone, gli Usa ottennero che sul suolo giapponese i propri cittadini non dovessero essere giudicati secondo la legge nazionale, cosa che ha permesso ai militari americani di farla franca nonostante la gravità dei reati commessi – si pensi alle decine di stupri.

L’atteggiamento sprezzante degli Usa e le svariate umiliazioni riservate al Giappone spingono regolarmente una frangia della classe dirigente giapponese a farsi carico dell’irritazione popolare per esercitare pressioni costanti tese ad promuovere una revisione del Trattato di Mutua Cooperazione e Sicurezza sottoscritto a Washington nel gennaio del 1960, nel tentativo di ottenere un riequilibrio degli sbilanciati rapporti di forza che caratterizzano l’alleanza bilaterale attraverso lo sviluppo di adeguate capacità militari da parte del Giappone.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->