martedì, Ottobre 19

Il collasso dietro i forconi field_506ffb1d3dbe2

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Il suo giardino è una sinfonia di fiori e arredi squisiti. Nemmeno un giardiniere maldestro potrebbe trascurarlo al punto da farlo ignorare. Anche se si sta impegnando parecchio, perché dal 2006 nel giardino d’Europa – com’era nota l’Italia ai tempi del Grand tour per le sue meraviglie d’arte e natura – il bilancio al dicastero dei Beni culturali è passato da 200 a 47 milioni. Il Ministro Massimo Bray citò questo crollo a giugno, chiedendo più risorse. E l’ha ricordato ancora il 10 dicembre, durante un incontro pubblico a Milano con il sociologo Aldo Bonomi e lo storico Marco Revelli intitolato ‘Fine o nuovo inizio? L’Italia può tornare a fare l’Italia?’, incentrato sul rilancio del Paese a partire dalla cultura. E dalla bellezza, quel tratto con cui gli italiani amano identificare la loro terra da molto tempo.

«Questi sette mesi» al Governo, «mi dicono che è molto difficile», ha affermato Bray, ricordando oltre al taglio del bilancio le 40mila bollette non pagate che trovò al suo arrivo, la spesa media nella formazione di 0,83 centesimi all’anno e le risorse per le – frequenti – emergenze ridotte a 43 milioni. Ma in quei sette mesi il Ministro ha visto che una metà del Paese, «poco conosciuta dalla politica», ha energia e voglia di cambiare; l’Italia può ripartire ascoltandola, e creando la consapevolezza diffusa che la cultura è centrale. Il sociologo Bonomi vede nella crisi una metamorfosi, economica, politica, antropologica e delle forme di convivenza, e nelle proteste dei forconi la rappresentazione di un’altra crisi, profonda, quella della rappresentanza. Per Bonomi l’Italia paga le sue resistenze al cambiamento del modello economico, e la povertà e il precariato conseguono alla fine di un ciclo; il rilancio è possibile, però, se si metteranno a frutto le migliaia di giovani ben istruiti, creativi e avvezzi al digitale che ora sono disoccupati e costretti a emigrare, e verso i quali «manca una visione politica». Anche per lo storico Revelli l’Italia può rilanciarsi, ma a due condizioni: sfruttare la spinta trasformatrice del conflitto e “smettere di fingere”, riconoscendo che siamo di fronte a una fine. Ne abbiamo parlato con lui.

Professor Revelli, la crisi senza precedenti che stiamo sopportando, che cosa, dal punto di vista politico e sociale, ha fatto saltare in termini di valori e convinzioni politiche?

I pareri miei, del sociologo Bonomi e del Ministro Bray mi pare convergessero, con motivazioni diverse, sulla constatazione che viviamo la fine di molti cicli, politici e sociali. Si sono incrociate le riflessioni di Bonomi sul capitalismo ‘in-finito’ e le mie sul ‘finale di partito’. È una discontinuità forte, che ci mette di fronte anche a una mutazione antropologica e culturale. Anche la crisi può produrre una ‘apocalisse culturale’, di un tipo umano formatosi nella lunga transizione dal fordismo al postfordismo. Una doppia fine, dunque, un ciclo sociale ben tematizzato da Bonomi nelle tre fasi: quella fordista, del capitalismo industriale di grande fabbrica; quella postfordista, del capitalismo ‘molecolare’, fatto di piccola e media impresa, lavoro autonomo di prima e seconda generazione, e così via; e la terza fase, il capitalismo delle reti, in cui i flussi sono preminenti rispetto ai luoghi.

Che cosa sta accadendo oggi?

Assistiamo al collasso dell’assetto postfordista. In fondo i forconi, che tanta impressione fanno, sono il segno tangibile del postfordismo ridotto in povertà dal capitalismo delle reti. Il nostro Paese era riuscito a metabolizzare la transizione tra la prima fase e la seconda, con i distretti produttivi ad esempio, un modello che ha fatto storia nel mondo. La terza fase invece ci è stata letale. Fra quelli che bloccano le rotonde a Torino ci sono piccoli i commercianti e gli artigiani in fallimento con cartelle elettorali vicine alla scadenza, i disoccupati, i precari e gli autonomi del lavoro manuale. I nuovi poveri, insomma. E allo stesso tempo abbiamo assistito alla parallela metamorfosi e caduta della rappresentanza di partito.

In che modo?

Possiamo applicare ai partiti la stessa periodizzazione. Il fordismo fu un modello per il partito di massa, ad esempio nella struttura centralistica. Il passaggio al postofordismo fu assorbito dalla forma partito con gruppi più piccoli che cercavano di catturare consensi anche tramite strategie di marketing. La terza fase è stata letale, anche in questo caso: il partito non l’ha retta, in parte perché si è finanziarizzato troppo e i suoi conti sono esplosi. L’elezione bulgara di Matteo Renzi alla segreteria del Partito democratico ci dice una cosa: il 70% degli aderenti non ne poteva più di quel partito. È l’equivalente dei forconi. Come dire, persino quel sindaco un po’ arrogante e saccente è meglio di ciò che c’era prima. Comunque, fra le tante prognosi infauste forse una piccola speranza può essere data da un piccolo protagonismo a livello dei territori. Non c’è solo decadenza.

Uno degli assunti dal quale partiva l’incontro di ieri sera era che sono ‘saltate le risposte localistiche’. È davvero così? E forse dobbiamo ragionare in termini di glocalizzazione?

Se prendiamo le risposte localistiche come le chiusure identitarie dei territori, è abbastanza evidente, ad esempio nella caduta della Lega Nord o nella crisi dei distretti. Il glocal è la capacità di portare una visione culturale ampia, cosmopolitica, sui territori, e dà una grande speranza.

Altra considerazione al centro dell’incontro è stata che sono ‘neutralizzate le vie d’uscita dall’economia sociale di mercato’. Ci spieghi il suo punto di vista.

Il modello che ora governa l’Europa è insostenibile. Se il dogma dell’uso punitivo del debito resta dominante, se la gabbia di ferro del fiscal compact (l’accordo fra gli Stati dell’Unione europea per l’equilibrio di bilancio nda) non salta, per rientrare nei parametri l’Italia dovrà continuare a pagare fra i 100 e i 120 miliardi d’interessi sul debito pubblico e restituzione di quote di debito. Di questo passo il territorio morirà.

Che significa che gli italiani possono tornare a fare l’Italia ripartendo dalla cultura e dalla bellezza? E come farlo?

Il gigantesco patrimonio culturale dell’Italia è una potenzialità enorme che il Paese ha disprezzato in qualche misura finora, non solo perché non l’ha usato ma anche perché l’ha lesionato e spesso considerato un ostacolo in base a una logica che abolisce i limiti. L’Italia può tornare a essere un Paese sostenibile e vivibile se riscopre il limite e il rispetto e valorizza ciò che vale.

Matteo Renzi Segretario del Partito Democratico a 38 anni, Matteo Salvini della Lega Nord a 40, Angelino Alfano del Nuovo centrodestra (Ncd) a 43. È iniziato il ricambio generazionale tanto atteso nella politica italiana? E sarà anche un ricambio di idee?

Idee proprio non ne vedo. Quando guardo Alfano o sento Renzi non penso alle idee. Sotto la carta d’identità niente, mi verrebbe da dire. Il ricambio anagrafico non equivale a cambiamenti politici, e se dovessi ragionare in termini di tipi umani non so bene quale sceglierei fra una generazione e l’altra.

Della sinistra – e del sindacato – ha criticato quella che ha definito “la politica dello struzzo”. Che cosa non ha voluto vedere, la sinistra italiana? Quella di oggi è in grado di rimediare?

Non è in grado, senza dubbio. Posto che esista ancora una sinistra, rappresenta su vasta scala gli errori del passato, come l’aver rinunciato a idee e azioni favorendo logiche per la rendita di posizione. Parlare di casta non è solo liquidare con qualunquismo la crisi della rappresentanza, è vedere con realismo un corpo separato dalla società, con un linguaggio, un vestiario e luoghi di frequentazione trasversali e diversi da quelli del resto del mondo. Certo, si esasperano alcuni vizi dei vecchi modelli organizzativi, a partire dall’idea di una naturale superiorità dei rappresentanti rispetto ai rappresentati.

Anche il sindacato, secondo lei, non rappresenta più il mondo reale. Ha detto che è morto.

La sua crisi è parallela a quella del partito e non meno grave. La perdita d’iscritti alle organizzazioni sindacali è un’emorragia pari almeno all’uscita degli elettori dal sistema politico, e ricordiamo che alle ultime elezioni il 50% degli aventi diritto si è tenuto fuori. In alcuni settori il sindacato non esiste affatto, e interi segmenti di forza lavoro non sono tutelati.

Con il sindacato è morta anche la capacità di rappresentanza delle associazioni di categoria?

Parlare di morte è un po’ drastico, ma di certo tutte le forme di rappresentanza vivono una crisi pesantissima, non solo i partiti e i sindacati. È saltata la rete delle intermedizioni sociali, soprattutto per quanti sono stati più colpiti dalla crisi. È evidentissimo ad esempio nelle proteste dei forconi: lo Stato non ha interlocutori riguardo a loro fra le organizzazioni di rappresentanza.

Forse ha fallito anche il mondo della cultura, chi ha la responsabilità di ‘pensare’ la politica e la società e in questi anni non ha saputo dare contenuti adatti a quegli altri mondi?

Da tempo la cultura è in difficoltà, e non solo in Italia. Non riesce a esprimere riflessioni sul sociale, a offrire una possibile ricostruzione di senso di ciò che accade in quell’ambito. La categoria degli intellettuali è in crisi, e forse questa figura si è proprio estinta. Credo che l’intellettuale, padrone del linguaggio, sia stato ‘assunto’ nel grande ciclo della produzione e riproduzione sociale. La maggior parte degli intellettuali ha reso il linguaggio merce e strumento di consenso.

Da dove dobbiamo ripartire per prosperare di nuovo? Quali sono le priorità per l’Italia?

Dobbiamo ripartire dal senso del limite: il collasso dei limiti ha determinato l’onnipotenza nichilistica a cui abbiamo assistito, anche in politica. Dobbiamo ripartire anche dai territori, dalle reti in prevalenza informali presenti in esso, dalla coscienza di luogo. E da un ripensamento del governo europeo, dei meccanismi che regolano i flussi in Europa, per favorire una rinascita.

 

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