venerdì, Maggio 7

Il codice purpureo bizantino ritorna a Rossano field_506ffb1d3dbe2

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E’ stato nuovamente esposto al pubblico nel Museo Diocesano di Rossano Calabro dopo un restauro durato tre anni, il magnifico Codice miniato detto ‘Purpureus Rossanensis’,  ascritto nel 2015 dall’UNESCO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura) fra i documenti della memoria e del Patrimonio dell’Umanità in quanto primo libro illustrato della storia dell’Occidente.

L’intervento conservativo sull’opera, gestito dall’Istituto Centrale per il Restauro e la Conservazione del Patrimonio Archivistico e Librario (ICRCPAL) oltre che averne riconosciuto il grande valore storico, ne ha confermato l’origine orientale quanto a manifattura e decorazione pittorica. Infatti, l’opera, attualmente costituita da 188 fogli in pergamena dalla preziosa colorazione porpora, rimasta intatta sui soli fogli nei quali è presente soltanto la scrittura in caratteri onciali, in oro e argento, si ritiene che originariamente fosse di ben 400 pagine. Elaborata nel VI secolo d.C. ad Antiochia in Siria o a Cesarea di Palestina e poi trasferita in Calabria, a Rossano, fu usata per scopi liturgici come Evangeliario.

Il Codice conserva oggi soltanto il Vangelo di Matteo e quello di Marco, oltre a parte di una lettera di Eusebio a Carpiano sulla concordanza dei Vangeli, che dovevano essere tutti nel volume, come dimostra la prima illustrazione miniata con i simboli dei quattro Evangelisti. Soltanto 15 pagine sono decorate, con scene della vita di Cristo (a cominciare dalla Resurrezione di Lazzaro), ma la più significativa sembra l’ultima, in cui Matteo, assiso su un seggio prezioso simile a quelli ravennati, elabora il suo vangelo, ispirato dalla personificazione della Sofia (la Sapienza di Dio), che gli indica come procedere nello scritto. Le immagini spettacolari e scenografiche nei loro colori, mentre i testi in caratteri capitali sono su due colonne di 20 righe ciascuno: l’opera fu prodotta in officine abituate a produrre volumi cerimoniali con materiali rari e costosi (come il colore porpora delle pagine) per una committenza alta ed è esempio fra i più preziosi dell’arte bizantina.

Il manoscritto fu portato alla conoscenza del mondo scientifico alla fine dell’Ottocento da alcuni studiosi di Lipsia. Venne documentato fotograficamente dallo storico Arthur Haseloff nei primi del Novecento, dato che si conservano le lastre presso l’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione (ICCD), evidenziandone il suo stato di conservazione; nel 1907 lo storico dell’arte Antonio Muñoz ne curò una serie di cromolitografie (ossia fotografie con l’uso del cromo) e negli anni Venti del secolo scorso il manoscritto, dato che il suo grave degrado (dovuto alle conseguenze di un evento sismico nella zona), fu restaurato da Nestore Leoni. Tale intervento ha provocato però dei danni irreversibili, ma tali intervento provocò dei danni irreversibili, così come anche nuova legatura, poi sostituita negli anni Cinquanta per presentare l’opera in varie mostre. Oggi il nuovo restauro si è limitato a piccole risarciture, astenendosi da pratiche più invasive; ha realizzato una legatura più idonea e strutturalmente efficace per il codice, e un ulteriore contenitore foderato con velluto in seta e fornito di un battente a sostituire la funzione dei fermagli sulla copertina.

Nel Museo Diocesano di Rossano esso è posta in una teca climatizzata per un monitoraggio continuo del codice, e sistemi multimediali consentono al visitatore per far sfogliare l’Evangeliario senza doverlo toccare.

La collaborazione di Rosi Fontana, responsabile della comunicazione per il completamento del restauro del Codex Purpureus Rossanensis, ci ha permesso un approfondimento sulle varie problematiche ad esso connesse.

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