giovedì, Giugno 24

Il cinema indonesiano secondo Sidi Saleh

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Dove giri i tuoi film? Puoi dirci su cosa vertono per lo più?

Oltre a Surabaya, nell’isola di Java, giro quasi sempre a Jakarta, mi torna comodo, abitando qui ed è più conveniente. Scrivo di storie che sento molto vicine a me. Parlo quasi sempre di tematiche a sfondo sociale e che interessano la collettività. Mi piace capire perché le persone hanno conflitti tra loro, solamente perché non piace l’attegiamento dell’uno o dell’altro. A volte litigano perché sono differenti. La realtà di Jakarta è costituita da persone dalle mille sfaccettature, che sono poi protagoniste delle mie storie. Inoltre a Jakarta si comunica con molta difficoltà. Prima di rompere il ghiaccio passa molto tempo e nei miei film cerco di mostrare questo aspetto, cercando di colmare quel vuoto che purtroppo si sente nel mio Paese quando si vuole comunicare con le persone. L’unicità indonesiana sta nel fatto che ogni persona si riconosce in base anche a diversi aspetti, tra cui la nazionalità, l’origine e la madre. Come in Belkibolang, l’antologia di corti che ho diretto e prodotto, presentandoli al 13. Far East Film Festival di Udine.

C’è un regista indonesiano che ammiri in modo particolare?

Sì, il suo nome è Arya Kusumadewa e, come me, ha studiato cinema all’ Institute of Arts di Jakarta. Lo definisco uno dei miei senior. È un regista che mi piace molto, perché crea film fuori dal sistema ed alcuni di essi sono in uno stile diverso, particolare dai film indonesiani che conosco. Fa parte di quel cinema ‘indipendente’ che apprezzo molto, ha uno stile tutto suo e trasmette passione nel girare i film e la sento tutta. Tra i suoi lavori vorrei nominare Identitas (2009), Kentut (2011) e Beth (2012). Ci sono registi indonesiani che non sono molto conosciuti e stanno sparendo in Indonesia, non riescono ad essere apprezzati purtroppo, ma io riesco ad apprezzarne il valore in alcuni film. Arya è uno di questi.

Qual è la tua fonte d’ispirazione per i film che giri?

Il mio subconscio mi sta dicendo di fare film. Perché la mia telecamera e il fatto di guardare molti film mi stanno dicendo di intraprendere questa carriera. Non ho idoli particolari, conto solo su me stesso.

Stai lavorando ad un lungometraggio adesso? Puoi darci qualche informazione a riguardo?

Sì, sto lavorando ad un lungo. Si chiama ‘Pai Kau’. Ho iniziato l’anno scorso. Ora, avendo i mezzi per farlo, vorremmo girare nel mese di settembre. È una vendetta di una storia d’amore. La struttura della storia e del background è cinese. Vorrei mostrare una situazione in una cultura, non riguarda un problema sociale collettivo.

Hai un sogno nel cassetto?

Sì, vorrei essere un buon narratore di storie. Ora che ho realizzato e capito la sua funzione, vorrei essere uno dei migliori narratori di storie, uno ‘storyteller’ come si definisce a livello internazionale.

Cosa suggeriresti ai giovani che vorrebbero intraprendere la tua carriera?

Assolutamente di cercare di capire in giovane età cosa si vuole fare ‘da grandi’ e chi si vuol diventare, allora si può intraprendere questa strada. Non pensare troppo ma agire e creare, se quel che si vuol fare è il regista. Io ci sto provando, non è semplice ma dà un sacco di gratificazioni veder realizzati piccoli sogni. Non bisogna pensarci troppo, ma fare e mettere in pratica quel che si è imparato e usare l’immaginazione e le proprie idee per realizzare quel che si ha in mente.

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