lunedì, Aprile 19

Il centenario di Alfredo Martini, maestro di vita e di ciclismo Alla guida degli azzurri per 22 anni, conquistò sei maglie iridate, sette argenti e bronzi, è considerato l’ambasciatore delle due ruote nel mondo. A colloquio con Franco Quercioli che nel suo ultimo libro definisce Martini uno dei grandi maestri di vita e di pensiero: “Geniale la sua idea del Nobel per la pace alla bicicletta”

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Cento anni fa, il 18 febbraio del 1921 nasceva a Calenzano, tra Firenze e Sesto Fiorentino, Alfredo Martini, una leggenda del ciclismo. Gli  appassionati delle due ruote sanno chi è stato Martini, ciclista al tempo dei mitici Coppi e  Bartali, ma soprattutto Commissario Tecnico della nazionale italiana che dal ’75 al ’97 – dunque per ben 22 anni! – ha condotto gli azzurri a conquistare  ben sei maglie iridate, indossate da Francesco Moser (nel ’77 a San Cristòbal in Venezuela), Giuseppe Saronni (’82 a Goodwood in Gran Bretagna), Moreno Argentin (’86 a Colorado Springhs negli Stati Uniti), Maurizio Fondriest (’88 a Renaix, Belgio) e due volte Gianni Bugno (nel ’91 a Stoccarda in Germania e nel’ 92 a Benidorm in Spagna), oltre a sette argenti e sette bronzi.  

Ma al di là dei titoli conquistati, delle medaglie e dei riconoscimenti che gli sono stati tributati per meriti sportivi, e che ne hanno fatto uno dei grandi ambasciatori del nostro ciclismo nel mondo, ciò che emerge dai libri a lui dedicati e dai ricordi anche personali di chi scrive, è la sua grande umanità, il suo entusiasmo per una vita dedicata al ciclismo per lungo tempo il più popolare al mondo,  una vita fatta di fatica, sacrifici,  solidarietà e anche soddisfazioni, vissuta con umiltà, senso della misura e saggezza. Quella  saggezza che mostrò in un suo scritto nel quale lanciò un’idea che poteva apparire folle:  assegnare il Nobel per la pace alla bicicletta.

I motivi li  spiegò lui stesso, tracciando con poche parole la storia  sociale delle due ruote: “cento anni fa era un mezzo, spesso anche di lusso, per andare a lavorare. Così si sapeva che cosa volesse dire pedalare, in salita e in discesa, sullo sterrato o fra i sassi, la mattina presto o la sera tardi. E i corridori sentivano che la gente era vicina, partecipe, entusiasta.  Oggi, un secolo dopo, la bicicletta si sta rivelando  sempre più importante. E’ la chiave di movimento e lettura delle grandi città. Un contributo sociale che non ha controindicazioni.  Fa bene al corpo e all’umore. Chi va  in bici fischietta,  pensa, progetta, canta, sorride. Chi va in macchina, s’incattivisce o si intristisce . La bicicletta non mi ha mai deluso. La bicicletta è sorriso e merita il Nobel per la pace.” In queste parole è racchiuso anche il senso di una vita, la sua come di tanti altri.

Nato e cresciuto in una famiglia dalle sane radici popolari (suo padre fonditore alla Richard Ginori di Sesto, lui stesso ancora adolescente, apprendista  alla Pignone), fin da ragazzo Alfredo manifesta una grande passione per il ciclismo – allora lo sport più popolare in  quell’Italia contadina e operaia – che diverrà la sua professione e la sua vita:  prima da allievo e dilettante  (è da quegli anni giovanili che data la sua amicizia con Fiorenzo Magni, un ragazzo di Vaiano,  Prato, esuberante e caparbio). Poi la guerra travolge tutto, e il giovanissimo Alfredo  vi partecipa come ‘staffetta partigiana ( mentre  Fiorenzo si ritroverà dall’altra parte, nella RSI). «Quando finì la guerra» scrive Martini «cominciò la miseria. Eppure fu un grande momento. La gente pativa disagi e povertà, ma era unita, era libera, e costruiva una nazione. Questi sentimenti davano grande forza. La speranza di potersi conquistare un domani migliore è la più importante delle condizioni materiali».

In quell’Italia fatta di rigore e semplicità,  in quello sport nel quale a differenza del calcio,  ove c’è il pareggio, diceva lui stesso, le alternative sono solo due: vincere o perdere, Alfredo corre nel ’45 con la Bianchi di Fausto Coppi,  come indipendente, e continuerà fino al ’57.

Nella sua carriera di ciclista ha vinto poco ma bene ( fra l’altro una tappa al Giro d’Italia, quella di Firenze, nel quale fu anche maglia rosa, una al Tour de la Suisse  conclusa al terzo posto dietro giganti come Kubler e Koblet, vari piazzamenti) poi, dopo 12 anni di pedalate , sudore, sacrifici,  inizia la sua  grande stagione di Commissario Tecnico, diventando senza volerlo – è stato  scritto – l’anima del ciclismo italiano e,  anche dopo, il punto di riferimento dei vari CT Franco Ballerini, Paolo Bettini, Davide Cassani. Un ruolo ricoperto fino a quando non ha tagliato il traguardo dell’ultimo chilometro ( l’immagine è sua) all’età di 93 anni,  nella sua casa di via Giusti a Sesto Fiorentino, la notte del  25agosto del 2014, circondato dall’affetto   delle figlie Milvia e Silvia e dall’amico prezioso Marco Mordini,  per andare a raggiungere l’amata moglie Elda.

Ai libri dedicati alla sua vicenda umana e professionale (qualche titolo: ‘Ciclismo brava gente, un secolo di pedali e passioni di Francesco Caremani, ’Alfredo Martini, memorie di un grande saggio del ciclismo’ di Franco Calamai, scomparso pochi giorni fa, fino a ‘La vita è una ruota’, scritto dallo stresso Martini con Marco Pastonesi)  se n’è aggiunto un altro, l’ ultimo, scritto da Franco Quercioli, proprio per ricordare il suo Centenario. Titolo: ‘I silenzi di Alfredo Martini’ (Edicicloeditore, Firenze).  

A Franco Quercioli, insegnante, appassionato di ciclismo, impegnato nel sociale e nel sindacato,  autore di saggi  romanzi e articoli dedicati anche al mondo del ciclismo (Gino e Fausto, una storia italiana, La speranza correva a sinistra, cronaca familiare di maestri e biciclette) chiediamo:

Franco perché di quel titolo dedicato ai silenzi di Martini?

“Perché le sue parole, quelle di Alfredo, vengono dal silenzio,  e i suoi silenzi erano anche delle risposte ai quesiti che gli venivano posti.  Dovevano essere interpretati come espressione della sua sincerità….

Vi siete frequentati a lungo?

Ho avuto con lui vari incontri a quattr’occhi,  anche a  lunghi intervalli di  tempo nel corso dei circa trent’anni di frequentazione, colloqui bellissimi durante i quali io parlavo, parlavo  lui ascoltava poi rispondeva e per me era come ascoltare le parole di un saggio, un saggio che veniva dal popolo, cresciuto alla cultura del lavoro, nella quale le parole hanno un peso. Le sue venivano dal silenzio.

Parlaci di qualcuno di questi incontri….il primo come avvenne?

Lo cercai telefonandogli a casa per avere la sua testimonianza su Coppi e Bartali, sui quali stavo scrivendo un libro che era il ricordo di memorie familiari, tra cui la passione di mio padre per il ciclismo che poi divenne anche la mia, simile a quella di una generazione di ragazzi per la quale i ciclisti erano tappini delle bibite con le loro figurine dei loro idoli, campioni o gregari che fossero, e con i quali giocare in strada.Chi meglio di lui mi avrebbe potuto parlare  di queste due leggende viventi?  E lui lo fece con il garbo, l’affetto, la lucidità che  erano la sua cifra, di atleta e commissario preciso, scrupoloso, come un operaio nell’officina, e di persona che si nutriva di vita e di libri. 

A proposito  di Coppi e Bartali ricordo a Franco che in  una pubblica occasione qualcuno chiese a Martini riguardo all’iconica foto della borraccia al Tour de France del ’52, chi avesse passato  la bottiglietta all’altro. Sapevo chi era stato  e anche Alfredo lo sapeva, ma nella sua risposta volle cogliere il significato simbolico di quel gesto:  non importa  chi è stato a passare la borraccia – rispose – ciò che quel gesto ci dice, è la fraternità che  unisce nel  momento del bisogno, due campioni, due rivali, ed è lì anche la grandezza del ciclismo. “

Franco aggiunge che Martini era solito sottolineare come dopo ogni corsa, i concorrenti che si erano combattuti aspramente durante la gara, tagliato il  traguardo, si abbracciavano. Perché la solidarietà vinceva sull’egoismo.”  

Come ti spieghi la fraterna amicizia di Martini con Fiorenzo Magni, i quali durante la guerra avevano militato su fronti opposti?

Me lo spiego con la profonda convinzione di Alfredo circa la non partecipazione attiva di   Fiorenzo Magni all’imboscata dei repubblichini contro i partigiani a Valibona. Mentre altri ciclisti non si presentarono al processo, lui, Alfredo Martini, da sempre di sinistra, si presentò per testimoniare che Fiorenzo era una brava persona. Se lo disse,  era ciò che lui sinceramente  pensava.

Nelle vostre conversazioni avete mai parlato della tragica fine di Pantani?

Sì, so che lo aveva cercato perché intendeva incontrarlo e farsi dire tutto.  Ma proprio tutto. L’incontro non avvenne. Soffrì molto dell’esito di quella vicenda, di quella morte misteriosa che resta uno dei grandi misteri dell’Italia. Quanto al doping, Alfredo si era fatto l’idea che non fosse solo  nel ciclismo, ma anche nella politica, nell’economia, nella società, che è una società dopata.

Quand’è che lo hai incontrato l’ultima volta?

Era il 5 giugno del 2014. Sapevo che non stava bene, era peggiorato dopo febbraio, quando aveva presentato insieme a Marco Pastonesi il suo libro, La vita è una ruota, il più bello di tutti. Gli portai Gino e Fausto. Una storia italiana, il libro per il quale Alfredo mi aveva seguito con interesse, fin dall’inizio. Lo prese delicatamente e lo sfogliò appena. «Bella questa copertina» disse. L’illustrazione ritraeva Gino e Fausto che insieme tenevano in mano l’Italia, come nel famoso gesto di passarsi la borraccia. «È proprio cosi, loro due rappresentavano l’Italia, erano i nostri veri ambasciatori». Poi gli scrissi la dedica  che avevo pensato a  lungo: «Ad Alfredo, un grande maestro che ho avuto la fortuna di conoscere e che mi ha insegnato come il ciclismo è legato profondamente alla vita e alla storia sociale».
La lesse con attenzione. Ogni suo gesto era essenziale, come ogni suo silenzio e ogni sua parola: «È proprio vero, io la penso così e tu l’hai capito bene».

Hai parlato di  Alfredo Martini come uno dei tuoi grandi maestri. Gli altri chi sono?

Don Lorenzo Milani ed Ernesto Balducci, come ho scritto nel libro. Loro erano entrati nella mia vita quando, giovane maestro elementare, cercavo la stradanell’impegno civile e religioso che quei due illuminavano con le loro scelte autenticamente evangeliche. Il loro messaggio passava soprattutto attraverso la Parola. Questa era la strada che avevo seguito nella scuola e nella politica: quella di un umanesimoevangelico, egualitario e sociale, dove la parola apre
le strade della conoscenza e del cambiamento , posto con forza nell’Umanesimo planetario di Balducci. La conoscenza di Alfredo, mi ha accompagnato invece in età matura nella ricerca delle mie radici popolari attraverso il ciclismo, che era parte della   mia storia familiare. Sesto Fiorentino era stato tra i primi comuni socialisti d’Italia, qui era nato il socialismo dei nostri padri,  ora cominciavo veramente a capire che quel socialismo nasceva da una cultura più profonda: la Cultura del Lavoro. Le mie radici erano dentro quell’umanesimo operaio di cui Alfredo Martini rappresentava ancora un esempio concreto.

Quale insegnamento, quale   immagine ti ha lasciato?

Mi ha colpito la sua visione del mondo, la sua idea che la ‘vita è una ruota’, contenuta nel  libro  da lui scritto con Pastonesi. “ Il mondo è una ruota con i raggi ma se questi si rompono la ruota non gira, non funziona. E  oggi i raggi di questo pianeta sono rotti.  

E dell’idea del Nobel alla bici che ne dici?  

E’ una grande geniale idea.  Da rilanciare.

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