mercoledì, Settembre 22

Il Caso Karadima scuote ancora il Cile field_506ffbaa4a8d4

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Santiago del Cile – Nell’aprile del 2010, il medico James Hamilton, il sociologo José Andrés Murillo e il giornalista Juan Carlos Cruz in un certo senso si immolarono al cospetto della società cilena quando, su alcuni canali televisivi e sulla stampa, rivelarono gli abusi sessuali subiti a opera di Fernando Karadima, parroco della chiesa del Sacro Cuore di El Bosque de Santiago.

Considerato quasi un santo, Karadima era alla guida de El Bosque fin dagli anni 80, in piena dittatura di Augusto Pinochet e data in cui iniziarono a verificarsi gli abusi; lo restò fino al 2006, già in democrazia, quando andò in pensione a 76 anni. Le sue messe e i suoi ritiri erano tenuti in gran credito ed erano famosi nella società cattolica dell’epoca. Alcune delle persone formate dal sacerdote sono ora personalità di spicco della gerarchia ecclesiastica cilena, come Juan Barros Madrid, vescovo della diocesi di Osorno; Andrés Arteaga, vescovo ausiliare di Santiago; Horacio Valenzuela, vescovo di Talca, o Tomislav Koljatic, vescovo di Linares.

Nell’aprile del 2010, la stampa diventò l’amplificatore dello scandalo che avrebbe smosso le fondamenta del clero cileno quando vennero pubblicate le dichiarazioni di alcune delle vittime del parroco. Nonostante non sia ancora chiuso, il cosiddetto “caso Karadima” è già diventato il film El Bosque de Karadima, visto da oltre 330 000 persone in Cile (un gran successo se si considera che tra i 10 film cileni più visti del 2014 solo una commedia superò i 300 000 spettatori e gli altri non oltrepassarono i 100 000).

L’Indro ha parlato col regista, Matías Lira, autore anche della serie di tre puntate sullo stesso caso trasmessa a fine settembre dal canale Chilevisión.

 

Matías, di cosa si parla nella serie che non sia stato trattato nel film?

Nella serie ho potuto allargarmi di più. Ci sono più vittime, ma anche la trama giornalistica di coloro che rivelarono il caso e quella ecclesiastica del potere di chi lo coprì. Come produttore e regista, mi sento più tranquillo con la serie che con il film perché posso spiegare più cose. Con un lungometraggio, uno deve scegliere.

El Bosque de Karadima mostra gli abusi sessuali di un parroco ma, nonostante ciò, non finisce con un rifiuto della Chiesa.

Il film parla degli abusi di potere e di come certe persone usino la libertà concessa dall’autorità (ecclesiastica) per compiere gli abusi. Io sono cattolico, conosco la vera Chiesa, quella che fa un lavoro sociale importante per la comunità. Non tutta la Chiesa è così. C’è chi usa quel potere in modo positivo. Il film si schiera contro il circolo di potere che sta usando l’istituzione per compiere gli abusi, lo stesso Papa lo dice.

Ci sono state ripercussioni? Sei stato chiamato dal Vaticano o dai vertici della Chiesa cilena?

No, ma il film è stato così forte da costringere la Chiesa cilena a riscrivere i protocolli interni su come comportarsi quando si verificano gli abusi.

Il personaggio principale rappresenta una delle vittime? C’è una parte inventata?

Nulla è inventato. Le vittime pubbliche sono quattro o cinque, ma io ho incontrato tante altre persone che hanno deciso di non parlare perché i loro casi erano caduti in prescrizione e non avrebbero ottenuto nulla. Ho unito tanti di quei racconti nel mio protagonista, è un fusione di varie persone.

Forse, usando un solo personaggio si può approfondire di più la sua storia e questo aiuta a immedesimarsi.

Volevo mostrare un essere umano perverso che usa la confessione, il momento in cui un cattolico è più esposto a segreti e dolori, per ricattare le proprie vittime. Le riprese ravvicinate, le immagini della setta (qua fa riferimento alla chiesa di El Bosque) con la propria mensa, la biblioteca e le stanze e la mancanza di scene di catarsi che porterebbero sollievo creano una sensazione di angoscia. In fondo, però, le vittime vivono proprio così, angosciate.

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