giovedì, Dicembre 2

Il caso Huawei ‘sbarca’ in Europa Il confronto Usa-Cina focalizzato sul colosso delle telecomunicazioni investe il 'vecchio continente'

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Lo scorso novembre, il ‘Wall Street Journal’ riportatò la notizia secondo cui l’amministrazione Trump, impegnata in un duro confronto con la Cina che dal campo del commercio si è esteso quello dell’hi-tech, aveva intensificato le pressioni sugli alleati europei affinché rivedessero radicalmente la propria postura riguardo al gigante cinese Huawei. L’accusa è quella di spionaggio, che, a detta di Washington, il colosso delle telecomunicazioni con sede a Shenzhen porterebbe avanti appoggiandosi sulla sterminata rete infrastrutturale allestita nel corso degli anni in oltre 170 Paesi del mondo. La situazione è poi degenerata con l’arresto in Canada della dirigente di Huawei (e figlia del suo fondatore, l’ex ufficiale dell’Esercito Popolare di Liberazione e membro storico del Partito Comunista Cinese Ren Zhengfei) Meng Wanzhou in ottemperanza a un ordine di cattura internazionale spiccato dagli Stati Uniti sulla base di una presunta violazione delle sanzioni nei confronti dell’Iran. La Cina ha naturalmente respinto qualsiasi addebito, e accusato gli Stati Uniti di ricorrere a qualsiasi metodo pur di bloccare l’avanzata tecnologica cinese.  La tesi propugnata da Pechino è avvalorata dalle dichiarazioni del generale James L. Jones, Consigliere per la Sicurezza Nazionale sotto l’amministrazione Obama e ascoltato analista geopolitico secondo cui «la battaglia [contro Huawei]non nasce soltanto dall’esigenza di difendere quote di mercato statunitensi ma anche dalla necessità di ridimensionare l’influenza cinese verso i Paesi alleati degli Stati Uniti».

Sotto questo aspetto, Huawei rappresenta uno degli operatori strategicamente più importanti, trattandosi di un impero imprenditoriale che impiega circa 180.000 dipendenti le cui attività variano dalla realizzazioni di cellulari per il consumo di massa alla costruzione di reti di comunicazione alla fornitura di assistenza agli operatori telefonici (serve infatti ben 46 dei 50 maggiori clienti su scala planetaria). Si parla di quasi 93 miliardi di dollari di fatturato e 7,3 miliardi di utile netto registrati nel 2017, con un incremento (rispettivamente) del 15,7 e del 28,1% rispetto all’anno precedente. Il Consumer Business Group, il ramo che si occupa della produzione di cellulari, ha contribuito al fatturato complessivo della società per 36,4 miliardi di dollari (una crescita stratosferica che ha portato Huawei a rivaleggiare con concorrenti del calibro di Apple e Samsung), ma il ruolo trainante lo svolge ancora la divisione Carrier Network Business Group, specializzata nella progettazione e nella realizzazione delle infrastrutture per la comunicazione, che da sola copre circa la metà del fatturato (45,7 miliardi di dollari).

È proprio questo il comparto su cui, secondo gli Stati Uniti, Huawei farebbe leva per esercitare la propria attività spionistica per conto del governo, al quale ogni azienda cinese è tenuta per legge a comunicare qualsiasi ‘informazione sensibile’ per la sicurezza nazionale ai sensi della riforma dell’intelligence nazionale introdotta da Pechino nel 2017. Nell’ottica Usa, Huawei rappresenta quindi una sorta di ‘braccio armato’ del Partito Comunista Cinese, dinnanzi al quale si presenta ora la possibilità di affinare notevolmente le proprie capacità di sorveglianza mediante la partecipazione alle gare che stanno tenendosi in vari Paesi del mondo per la realizzazione della rete 5G. L’Australia nutre sospetti del genere quantomeno a partire dal 2012, quando i servizi di intelligence di Canberra suggerirono caldamente alla National Broadband Network (Nbn) di estromettere Huawei dalle gare per la realizzazione di una colossale rete in fibra ottica a beneficio del quale il governo aveva stanziato ben 38 miliardi di dollari. La Nbn prestò ascolto alle raccomandazioni dell’Australian Intelligence Organization, che già guardava con sospetto alle attività promosse da Pechino in loco attraverso enti quali l’Australian-China Relations Institute della Sydney University of Technology. L’india, dal canto suo, ha invece proibito a Huawei di costruire le proprie infrastrutture di telecomunicazione nelle arroventate aree di confine con il Pakistan, che da anni va consolidando i propri rapporti politici ed economici con la Cina.

Ma il teatro a cui gli Usa mostrano maggiore interesse è indubbiamente quello europeo. Non a caso, ha rivelato il ‘Financial Times’, lo scorso novembre una delegazione statunitense si è recata nel ‘vecchio continente’ per sollecitare l’adozione di un approccio maggiormente vigile nei confronti della Cina. Il segretario di Stato Mike Pompeo ha rafforzato l’offensiva diplomatica attraverso una visita a Budapest – meta significativa, visto e considerato che l’Ungheria rappresenta l’hub europeo di Huawei – nel corso della quale ha avvertito i Paesi dell’Europa orientale che l’eventuale adozione delle apparecchiature 5G cinesi mal si coniuga con la prosecuzione della partnership con gli Stati Uniti.

La Polonia si è immediatamente allineata, non limitandosi a vietare ai funzionari pubblici di impiegare apparecchiature Huawei e ad arrestare un executive della società, ma arrivando ad esortare i Paesi membri dell’Unione Europea e trovare una posizione comune per escludere completamente Huawei dal loro mercato. Il governo della Repubblica Ceca, dal canto suo, ha invitato le agenzie statali e gli operatori telefonici che si avvalgono della rete mobile nazionale a non collaborare in alcun modo né con Huawei né con Zte, altra azienda cinese finita nel mirino statunitense. Anche Germania e Italia sembrano intenzionate a soddisfare le pretese di Washington.

Sorprendentemente,a porsi in controtendenza è stato un membro di primissimo piano come la Gran Bretagna, la quale ha evitato di estromettere il colosso cinese dopo le rassicurazioni fornite dal National Cyber Security Center (Ncsc), secondo cui esistono diversi metodi per limitare al minimo i rischi connessi all’utilizzo di Huawei nelle future reti 5G. Robert Hannigan, ex capo del Government Communications Headquarters (Gchq, l’agenzia britannica di intelligence), ha aggiunto che il Ncsc «non ha mai riscontrato evidenze attestanti cyber-attività malevole perpetrate dalla Cina attraverso Huawei […]. Ritenere che qualsiasi tecnologia cinese applicabile alla rete 5G rappresenta un rischio inaccettabile è senza senso».

La Cina, dal canto suo, conta di smontare la campagna statunitense contro Huawei durante la Conferenza per la Sicurezza che sta svolgendosi proprio in questi giorni a Monaco di Baviera. Qui Pechino ha inviato nientemeno che Yang Jeichi, ex ambasciatore negli Stati Uniti e membro del Politburo con alle spalle una carriera diplomatica di grande prestigio, costellata di successi quali la risoluzione delle dispute connesse allo status di Taiwan. Gli Usa hanno invece mandato due ‘mastini’: il vicepresidente Mike Pence e il segretario di Stato Pompeo.

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