mercoledì, Aprile 21

Il caso di Alessandro Gassman Padre d'arte. Il peso dell'arte sui figli dei grandi. E' una condizione che va affrontata con maturità

0

Alessandro Gassman

Farò riferimento a una biografia attuale e ad alcune affermazioni che mi hanno colpito. Non per attaccare questo o quello, bensì per ragionare sui temi dell’origine e dell’eredità. Lo spunto me l’hanno offerto le poche righe di presentazione che Alessandro Gassman dedica a se stesso in apertura del blog a sua firma su “Il Fatto quotidiano”. Per non sbagliare non cito a memoria ma taglio e copio quanto segue: «Chiamarsi Alessandro Gassman è stato insieme la mia fortuna e la mia “maledizione” di famiglia… Nato a Roma nel 1965, a 18 anni avevo già un nome pesantissimo, l’aspettativa di essere l’erede delle qualità artistiche di papà e mamma, e non meno importante nel mestiere di attore, il phisyque (!) du rôle. Non è detto, però, che un ragazzo abbia la consapevolezza di tutte le sue qualità solo per il cognome che porta. Insomma sono partito alla conquista del Gassman che era in me… Siccome nessun mestiere si improvvisa e, soprattutto a casa Gassman, il mestiere di attore, a 18 anni eccomi alla Bottega Teatrale di Firenze, dove ho studiato per due anni sotto la guida di papà Vittorio: devo aggiungere altro?? Assolti anche gli obblighi di leva, comincio a lavorare in teatro nel 1982, ancora con l’adorato genitore…il mio incubo e la mia delizia… Vinco anche (grazie a lui ovviamente) il “Biglietto d’Oro” e siamo stati in tourneè per ben due anni!! È il 1986 e da quel momento in poi ho sempre lavorato. Mi auguro di essere migliorato, ho fatto anche tante cose di cui non vado fiero…ma questo fa parte del curriculum di ognuno di noi, figli d’arte e non!! Ora curo le regie dei miei spettacoli teatrali, ho realizzato il mio primo film da regista, continuo a lavorare come attore diretto da altri e …stranamente…mi piace fare questo mestiere…nonostante il cognome!!»

Dice: «Perché te la prendi con Gassman?» Non è così, davvero. Io non lo conosco nemmeno, di lui mi sono arrivati giudizi d’ogni sorta, benevoli o cattivelli, e me ne sono fatto uno mio. Ritengo che Alessandro sia un attore così così. Figlio di uno dei più grandi del XX secolo, egli non possedeva alcun talento specifico per esercitare quel mestiere. Nonostante ciò, il padre decise di adottarlo e di plasmarlo il più possibile, non alla sua immagine debordante, ovvio, ma a quella di un commediante di mestiere, tant’è che dai ventuno anni in poi il suo figliolo non smetterà mai di lavorare. Decine di commedie per il cinema, altrettanti ruoli televisivi, pubblicità, foto senza veli, comparsate… Insomma non si è fatto e non ci ha fatto mancare niente, fino alla clamorosa nomina a direttore artistico dello Stabile del Veneto “Carlo Goldoni”, benché la sua esperienza teatrale fosse di medio calibro. Anche perché la sua regia del Riccardo terzo verrà dopo, e sarebbe stato meglio non fosse venuta affatto, dato l’inverosimile risultato dell’impresa, di cui colpisce soprattutto la smodata ambizione del confrontarsi con un Classico ‘non proprio’ conosciuto.

.

Dice: «Ma sei matto a scrivere queste cose?!?!» Ti farai dei nemici!!! Ma per carità… In Italia nessuno terrà mai in conto il libero giudizio di uno scrittore che non appartiene ad accolite politiche, religiose, massoniche, sessuali o famigliari. Quel che del resto mi sembra molto più interessante è il dramma privato dei figli d’arte. Nell’italico mondo delle arti, dello spettacolo e del giornalismo, essi rappresentano una minoranza che però, talvolta, sparecchia il piatto e si divide i miseri resti del nostro cinema e del nostro teatro. E andrebbe vaticinato con sommesso coraggio che, a tutt’oggi sfuggendo la fondamentale portata delle opere, delle scritture e delle interpretazioni di questi eterni ragazzi, l’abbagliante luce paterna farà loro perpetua ombra persino al di là delle loro stesse carenze. D’altronde sono rarissimi i casi contrari.

Sul palcoscenico non c’è dubbio che vada distinta l’eccezione di Eduardo De Filippo, figlio di Eduardo Scarpetta; nei campi di calcio Paolo Maldini supererà di gran lunga il già bravissimo padre Cesare; nelle aule di tribunale Giuliano Vassalli riuscì a eguagliare in valore il padre Filippo, sommo civilista, ma per farlo dovette optare per le aule penali. Gli esempi, insomma, mancano. Altresì la norma racconta di un disagio, che proprio l’auto-presentazione di Gassman junior sottolinea in un tutta la sua evidenza. Vi è come un intertesto che al lettore appare indicibile. E anzitutto andrebbe chiarito che chiamarsi Gassman, Tognazzi o Mastroianni vale l’identico destino di chi, oltre a portare un certo cognome, da esso erediti genio, competenza e prestigio. So di che parlo, sono stato figlio di uno dei più grandi avvocati italiani del dopoguerra, di un legale che, dopo morto, verrà celebrato in Consiglio di Stato, fatto quasi unico. Per cui so quanto mi sia costato il “tradimento” delle aspettative di bottega… È tuttavia palese che la notorietà pubblica di un professionista risulti infinitamente minore rispetto a quella di un grande attore, sebbene l’eccellenza di un padre resti comunque un elemento da affrontare. Né una fortuna né una maledizione, dunque.

L’esser figli di un fuoriclasse (intendiamoci, fuoriclasse nel suo campo, perché un primattore potrà anche essere un uomo irrisolto, un padre difficile…) è una condizione che va affrontata con maturità. Forse Alessandro non avrebbe dovuto fare l’attore, poiché certamente gli sarebbero occorsi, per il gran rifiuto, non soltanto una speciale e diversa vocazione ma anche la forza di consumare un parricidio tragicamente simbolico. Va da sé che transitare indenni attraverso una sofferenza così reale non è mai un gioco da ragazzi: come minimo ci vogliono una personalità fortissima e la voglia di costruirsi una propria cultura. Inoltre, dall’altro capo del filo quel ragazzo si troverà un genitore incapace di nascondergli le glorie e i successi di una vita, la cui egolatria risulterà spesso esorbitante rispetto ai benefici di una auspicata sobrietà esistenziale. E però, nascondere a se stessi la circostanza di aver proseguito lungo la strada più facile, è un esito un po’ penoso.

Rispetto ai suoi balbettanti esordi, Alessandro Gassman è persino migliorato, e oggi è un medio attore italiano che, se non avesse portato quel cognome, non avrebbe goduto di tutti i grandi privilegi che la vita gli ha poi concesso in termini di opportunità, di potere e di denaro. Differente sarebbe stato il percorso di Christian De Sica, il cui papà era un gigante almeno pari a Vittorio. Ebbene, Christian ha sempre usato la massima umiltà tanto che, proprio in memoria del padre, non arrischierà nemmeno una piccola sfida malcelata; dapprincipio si è tenuto basso esasperando un registro comico che comunque gli apparteneva davvero. Christian cantava bene, sapeva ballare, fare le facce giuste, possedeva i tempi delle battute… E infine ha incarnato un’altra figura di attore rispetto a quella paterna, mostrando in che misura si potesse sopravvivere a un insuperabile “mostro di bravura”. Il discorso sarebbe lungo; da Orazio a Dostoëvskij, le colpe dei padri sono sempre ricadute sul capo dei figli. Come se da quell’autorevole magistero fosse disceso, oltre all’aura della perdita e del vuoto, anche quel particolare sentimento di dolorosa esclusione, che nessuna pratica di auto-inganno potrà mai riconciliare nell’alveo di un’esperienza autentica.        

                             

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->