domenica, Settembre 19

Il caso De Magistris field_506ffb1d3dbe2

0

Luigi De Magistris

Copertina dedicata alla vicenda della condanna per abuso d’ufficio del sindaco di Napoli, Luigi De Magistris. Lui non si dimette, ma accusa lo Stato di essere infiltrato dalla mafia. Vicende giudiziarie legate anche al destino del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Voci sempre più insistenti lo danno per uscente dal Quirinale all’inizio del prossimo anno. Colpa della richiesta dei magistrati di Palermo di sentirlo come teste nel processo sulla trattativa Stato-mafia? Intanto, sul fronte politico, Renzi incontra Marchionne a Detroit, mentre la sinistra Pd e la Cgil abbassano i toni dello scontro con il Governo sul Jobs Act.

Irrompe all’attenzione delle cronache il ‘caso De Magistris’. Il sindaco di Napoli (condannato in primo grado ad un anno e tre mesi per abuso d’ufficio nell’inchiesta ‘Why Not’, istruita a Catanzaro quando Luigi De Magistris era ancora magistrato) non ci pensa proprio a dimettersi e, anzi, alza il tiro contro i suoi presunti nemici. È vero che la pena resta sospesa, insieme all’interdizione dai pubblici uffici imposta dalla legge Severino, ma buon senso istituzionale vorrebbe che il sindaco facesse un passo indietro. Consiglio venuto da più parti, compreso ‘l’amico’ Marco Travaglio (se pur convinto della sua innocenza) nel suo editoriale di oggi sul ‘Fatto Quotidiano’.

Ma per ‘Giggino o’ sindaco’ non ci sono dubbi. «La mafia ha deciso di infiltrarsi, di non colludere più con la politica e di prendere la forma delle istituzioni, passando dalla strategia criminale esterna alla stagione della legalità formale», è sbottato il sindaco di fronte al Consiglio comunale partenopeo, «ho pagato perchè non mi sono fatto corrompere, non mi sono girato dall’altra parte, non mi sono piegato». Un non addetto ai lavori potrebbe interpretare come ‘eversive’ le parole di De Magistris. Termini condivisibili per chi, invece, ha seguito la vicenda ‘Why Not’ e i misteriosi rapporti di Saladino (non ‘il Feroce’, ma Antonio, protagonista dell’inchiesta) con la massoneria. E poi, i nomi dei politici saltati fuori come quello di Clemente Mastella, protagonista della caduta del governo prodi nel 2008, che la dicono tutta sugli intrecci occulti rimasti inspiegati. Ma la casta ha già deciso di insabbiare il caso ‘Why Not’, insieme allo stesso De Magistris. Lapidario il presidente del Senato Pietro Grasso: «La legge Severino va applicata». Spietata la deputata Pd Michela Rostan: «De Magistris  vittima di continui deliri onirici». Condanna unanime. Metodo nazista-staliniano.

Giorgio Napolitano potrebbe lasciare il Quirinale all’inizio del prossimo anno. L’indiscrezione sta prendendo sempre più consistenza negli ambienti istituzionali. Due i segnali che in questi giorni hanno fatto riaccendere i riflettori sul rebus della successione al Colle: l’editoriale di mercoledì scorso del direttore del ‘Corriere della Sera’ Ferruccio De Bortoli e la chiamata a testimoniare del presidente della Repubblica da parte dei giudici di Palermo nel processo sulla trattativa Stato-mafia. Le danze le aveva aperte De Bortoli prospettando l’uscita di scena di Re Giorgio nel 2015. Ma la scossa più forte arriva da Palermo. Sul nostro giornale abbiamo già raccontato i termini ‘ufficiali’ della vicenda della chiamata in causa di Napolitano come testimone (verrà sentito al Quirinale), ma i retroscena sono quelli che contano. «La differenza la possono fare le domande, non tanto quello che il teste crede di sapere», così si esprime la Corte di assise di Palermo nell’ordinanza di audizione del presidente. Un passaggio ambiguo che da molti è stato letto come un rischio per Napolitano di trasformarsi da testimone ad indagato nel processo sulla trattativa Stato-mafia.

Questa mattina è stato il già citato Pietro Grasso a cercare di togliere le castagne dal fuoco all’inquilino del Colle. «Anche io ho testimoniato a questo processo», ha detto Grasso, che però non aveva un collaboratore «utile scriba di indicibili accordi» come Loris D’Ambrosio e non è stato nemmeno intercettato mentre parlava al telefono con Nicola Mancino, l’ex ministro imputato nel processo sulla trattativa. Meno diplomatico il senatore del M5S Vincenzo Santangelo che su facebook scrive che Napolitano dovrebbe avere «almeno un briciolo di dignità dimettendosi e testimoniando da comune cittadino, a porte aperte».

Abbandonando le vicende massonico-giudiziarie, il fronte politico offre il solito spettacolo della sfida tra Matteo Renzi e il duo sindacati-sinistra Pd sulla riforma del Lavoro. Il rottamatore, galvanizzato dall’incontro di oggi pomeriggio a Detroit con l’ad di FCA Sergio Marchionne, già ieri sera aveva punzecchiato la ‘vecchia guardia’. «Per rifare l’Italia siamo pronti, se servirà, a condurre battaglie in Parlamento e a sfidare i poteri forti», aveva detto ‘turboRenzie’ dal Consolato italiano di New York, aggiungendo poi che «non ci sarà alcun pasticcio. Faremo una riforma fatta bene, che sarà degna di questo nome».

Guanto di sfida raccolto svogliatamente da Susanna Camusso. Il segretario Cgil, a margine di un incontro al CNEL questo pomeriggio, ha definito «strano» l’aut aut lanciato da Renzi sul Jobs Act. Niente di più. Nessuna chiamata alle armi contro l’assalto all’articolo 18 e ai diritti dei lavoratori. Solo l’auspicio che riprenda un «cammino unitario» con Cisl (orfana del segretario Bonanni) e Uil. Anche il ribelle Pierlugi Bersani, smette i panni di Toro Seduto e abbandona il sentiero di guerra con un’intervista al quotidiano on line ‘Huffington Post’. «Da giorni chiedo di discutere nel merito della riforma del lavoro», dice l’ex numero uno del Nazareno, «e per risposta sento circolare voci di persone che mi accusano di volermi riprendere un ruolo. Lo ripeto ancora una volta: io sono a posto e non ho niente da chiedere». Quello che rimane della sinistra italiana, dunque, a parole non recede dalla difesa a oltranza dell’articolo 18, ma lascia intendere chiaramente al premier di non essere disposta ad arrivare fino alla rottura con il renzismo dominante. Si continua a trattare in vista della riunione della segreteria Pd lunedì prossimo, ma è Stefano Pedica a spiegare l’aria che tira: «Il Pd deve rimanere unito per il bene del Paese».

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->