martedì, Agosto 3

Il caso Cucchi non è chiuso

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Stefano Cucchi

La giornata politica si è aperta con le contestazioni della Fiom a Matteo Renzi al suo arrivo alla fabbrica Palazzoli di Brescia, dove il premier ha partecipato all’assemblea degli industriali locali. Presenti anche i giovani dei centri sociali, protagonisti di scontri con le forze dell’ordine. Ma la notizia di apertura riguarda il caso Cucchi con il sindacato di polizia penitenziaria Sappe che querela Ilaria, la sorella di Stefano, mentre la famiglia incontra il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone. Silvio Berlusconi passa all’offensiva contro la legge Severino. Dopo il veto dei berlusconiani la professoressa Maria Alessandra Sandulli si ritira dalla corsa per la Consulta. Inchiesta P3: Denis Verdini e Nicola Cosentino rinviati a giudizio; per il Gup di Roma volevano «condizionare il funzionamento di organi costituzionali». Il governo mette la fiducia alla Camera sul ddl processo civile.

«Non è accettabile, dal punto di vista sociale e civile prima ancora che giuridico, che una persona muoia, non per cause naturali, mentre è affidata alla responsabilità degli organi dello Stato». Questa frase è stato costretto a pronunciarla ieri il procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, per cercare di arginare la frana che rischia di dividere per sempre i cittadini italiani dalle Istituzioni dello Stato dopo la ‘sentenza assurda’ che ha mandato assolti tutti gli imputati per la morte di Stefano Cucchi. Pignatone si era anche detto disponibile a riaprire le indagini «se emergeranno fatti nuovi» (o se riemergeranno le prove occultate ndr) e oggi ha incontrato la famiglia di Stefano promettendo che «rileggerà tutti gli atti della vicenda», conferma Ilaria Cucchi appena uscita dal tribunale di piazzale Clodio.

Giustizia per Stefano la chiedono anche vip come Adriano Celentano e Jovanotti, ma il sindacato di polizia penitenziaria Sappe non se ne dà per inteso (se ne frega) e rende noto di aver depositato a Roma una querela nei confronti di Ilaria. Scrive il Segretario Generale Donato Capece: «Dopo essersi improvvisata aspirante deputato, prendiamo atto che Ilaria Cucchi vorrebbe ora vestire i panni di pm, magari consegnando quelli da giudice al suo difensore per confezionare una sentenza sulla morte del fratello Stefano che più la soddisfi». Poi, il numero uno di questa sigla di ‘secondini’ aggiunge senza un briciolo di umanità e di logica che «bisognerebbe mostrare pubblicamente anche le 250 fotografie fatte prima dell’esame autoptico (che dimostrano che sul corpo di Stefano Cucchi non c’era nulla) e non sempre e solo quella, terribile, scattata dopo l’autopsia e che presenta i classici segni del livor mortis». Sul tema non riesce proprio a tenere la lingua a freno nemmeno Gianni Tonelli, segretario del sindacato di polizia Sap, il quale dopo aver scritto in un comunicato che «se uno ha disprezzo per la propria condizione di salute, se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze», oggi rincara la dose farneticando di poliziotti paragonati ad ‘Abele’ che avrebbe meno diritti di ‘Caino’ (escluso quello di poter spezzare la schiena a manganellate al povero ‘Caino’ di turno). Matteo Renzi, invece, si guarda bene dal pronunciare una sola parola di coraggio sulla vicenda Cucchi, politicamente scomoda come l’alluvione di Genova.

Mattinata movimentata per il presidente del Consiglio, giunto a Brescia per partecipare all’assemblea degli industriali locali, padrone di casa il leader di Confindustria Giorgio Squinzi. Dal palco della fabbrica della Palazzoli srl –che per l’occasione ha messo in ferie forzate i suoi dipendenti- Renzi ha ribadito che sul jobs act all’esame della Camera «se ci sarà bisogno di mettere la fiducia la metteremo». Intanto, fuori dai cancelli, andava in scena la dura contestazione inscenata dai giovani del centro sociale ‘Magazzino 47’. Cori, lancio di uova, fumogeni e qualche pietra contro i poliziotti che hanno risposto con i soliti manganelli, visto che le ‘zecche’ sono ancora manganellabili, al contrario degli operai della Fiom che nell’occasione hanno manifestato pacificamente contro il premier. Dal palco della città lombarda Renzi non si è limitato a parare i colpi provenienti dalla sinistra Pd sul lavoro, ma ha contrattaccato denunciando un misterioso «disegno per dividere il mondo del lavoro» ordito dai suoi avversari (i sindacati non corporativi e i reduci del Pci).

La concezione renziana del lavoro e dei rapporti tra lavoratori e imprenditori (padroni), una sorta di corporativismo fascista 2.0, sembra aver perso i favori dell’intellighentia intellettuale arruolata nei grandi giornali. Ieri, nella consueta ‘omelia’ domenicale pubblicata da ‘Repubblica’, il fondatore Eugenio Scalfari ha tirato l’ennesima bacchettata alla teoria dell’uomo solo al comando. Picconata a cui Renzi ha risposto dal palco bresciano dichiarando che «non c’è un uomo solo al comando, c’è un popolo che chiede di cambiare per sempre». Oggi, sul ‘Corriere della Sera’, Massimo Franco definisce l’azione del premier – tra l’altro in vistoso calo di popolarità nei sondaggi e in crisi con la legge elettorale – come «una concezione e una pratica della leadership forse post democratiche, sicuramente post partitiche, che si affidano tutte al rapporto tra il capo e gli elettori, riservando al dissenso toni infastiditi e sprezzanti». Sulla legge di stabilità ci pensa poi l’Istat a mischiare le carte certificando una stima del Pil a +0,5% nel 2015 e addirittura in rialzo dell’1% nel 2016. Buone notizie gelate dalla precisazione che i provvedimenti adottati con la manovra (positivi nel 2014) avranno, invece, «un effetto cumulativo netto nullo nel biennio successivo per la compensazione degli stimoli legati ad aumenti di spesa pubblica e alla riduzione della pressione fiscale e contributiva con l’inasprimento dell’imposizione indiretta previsto dalla clausola di salvaguardia».

Luigi De Magistris ha ‘scassato’ la legge Severino con il suo ricorso accettato dal Tar della Campania che lo ha reintegrato al suo posto di sindaco di Napoli, ma rischia adesso di fare un favore a Berlusconi. Non conta nulla che l’ex Cavaliere sia stato condannato in via definitiva per una frode fiscale accertata, mentre ‘Giggino o’sindaco’ solo in primo grado per una più che dubbia accusa di abuso d’ufficio nella scomoda inchiesta ‘Why not’. Sono le falle costituzionali della legge Severino (votata peraltro anche dai berlusconiani) a contare politicamente. Intervistato dalla sua Canale5, il leader di Forza Italia si è detto ottimista sul fatto che «la giustizia possa prevalere sulla convenienza politica dopo l’assoluzione a Milano nel processo Ruby e la decisione del Tar di Napoli di rinviare alla Corte Costituzionale la legge Severino, che ha causato la mia ingiusta espulsione dal Senato». Una sponda inaspettata, ma gradita, Berlusconi la trova proprio nel presidente della Corte Costituzionale Giuseppe Tesauro che condivide la speranza del ‘Caimano’ che la giustizia (quale?) prevalga sulla politica e chiude il suo pensiero augurandosi che il Parlamento possa «intervenire» sulla legge Severino prima del «giudice».

A proposito di Consulta c’è da segnalare, per concludere, il passo indietro compiuto dalla professoressa Maria Alessandra Sandulli, uno dei due nomi ‘rosa’ fatti dal Pd insieme a quello di  Silvana Sciarra per trovare l’accordo con il M5S e sbloccare finalmente l’impasse istituzionale. «Nel contesto che si è venuto a creare, ritengo opportuno non confermare la mia disponibilità ad accettare (la candidatura ndr)», ha detto la prof. Sandulli che sarebbe stata ‘trombata’ non dai soliti ‘grillini’ (la telefonata tra il capogruppo Pd Luigi Zanda e quello pentastellato Alberto Airola era stata positiva), ma dal veto imposto dal duo FI-Ncd a causa di una firma apposta sull’appello ‘Salviamo la Costituzione’ nel 2005 contro la riforma della Giustizia dell’allora governo Berlusconi.

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