lunedì, Maggio 17

Il carcere che non serve a nessuno

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In generale, nella vita ‘normale’ le donne sono più forti e ‘resistenti’ degli uomini; e accade anche in carcere. Sono poche (anche se evidentemente sempre troppe), le donne detenute che si tolgono la vita. Ogni regola, tuttavia ha le sue eccezioni. Ramona C., 27 anni, italiana originaria di Grosseto, è una di queste ‘eccezioni’. Detenuta nella sezione femminile del carcere don Bosco di Pisa, Ramona è in cella dal 31 luglio. Una manciata di giorni. L’accusa che l’ha portata in cella parla di ‘maltrattamenti familiari, dopo una precedente detenzione domiciliare per stalking’. In carcere beneficia del cosiddetto ‘regime aperto’: ovvero otto ore quotidiane di socialità. Divide la cella con altre detenute. Chissà cosa le passa per la testa, chissà perché prende quella decisione; che non è certo improvvisa: è un pensiero che martella dentro, una ‘ossessione’ che l’accompagna da tempo, e che ha cura di occultare affinché nessuno se ne accorga, possa dare l’allarme. Paziente, attende. Attende il momento in cui si trova da sola in cella. La corda con cui impiccarsi è già pronta, ricavata da un lenzuolo. Un attimo, e Ramona evadedalla vita.

L’Osservatorio sul carcere dell’associazione ‘Ristretti Orizzonti‘ fa sapere che è il ventinovesimo suicidio in cella dall’inizio del 2015. Prima di Ramona, qualche giorno prima si impicca un uomo di trent’anni, Manuel C., nazionalità romena; è detenuto nel carcere piemontese di Alba; anche lui ricava una corda da un lenzuolo, attende il momento ‘buono’, quando non c’è nessuno che lo possa fermare; e si uccide. Gli agenti della Polizia penitenziaria, nelle stesse ore, sventano altri due tentativi di suicidio, sempre per impiccagione: quello di F.S., 46 anni di Pescara; e quello di N.R., 45 anni, napoletano.

Circa un terzo dei suicidi tra i detenuti riguarda persone di età compresa tra i 20 e i 30 anni; più di un quarto, un’età compresa tra i 30 e i 40. In queste due fasce d’età il totale dei detenuti sono, rispettivamente, il 36 per cento e il 27 per cento. Altri 44 detenuti sono deceduti per ‘motivi da chiarire’ o per patologie che non erano, evidentemente, compatibili con il regime carcerario.

I suicidi sono la punta emergente di una più vasta e drammatica realtà. La descrive Donato Capece, Segretario Generale di uno dei sindacati della Polizia penitenziaria, il Sappe. Un vero e proprio atto d’accusa: «Per il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria le condizioni di vita dei detenuti, in linea con le prescrizioni dettate dalla sentenza Torreggiani, sono migliorate in Italia. Non si dice, però, che le tensioni del sistema penitenziario italiano continuano a scaricarsi sulle donne e gli uomini del Corpo di polizia penitenziaria». Riferendosi alla specifica situazione in Toscana Capece rileva che «dal 1 gennaio al 30 giugno 2015 nelle 18 carceri toscane si sono contati due suicidi di detenuti in cella, altri tre suicidi sono stati sventati dagli uomini della polizia penitenziaria, e si registrano ben 501 atti di autolesionismo: il numero più alto in tutta Italia posti in essere da detenuti. Ancora più gravi i numeri delle violenze contro i nostri poliziotti penitenziari: parliamo di 213 colluttazioni e 39 ferimenti.  Ogni giorno, insomma, le turbolenti carceri toscane e italiane vedono le donne e gli uomini della polizia penitenziaria fronteggiare pericoli e tensioni e per i poliziotti penitenziari in servizio le condizioni di lavoro restano pericolose e stressanti. Ma il DAP queste cose non le dice».

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