martedì, Agosto 3

Il cappello, arte e stravaganza image

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Foto Lazzerini

“Se è vero che l’abito parla di chi lo indossa, non è men vero che il copricapo è rivelatore di ruoli e  mestieri ma – come osservava  Cristina Acidini, soprintendente al Polo Museale di Firenze presentando la bella Mostra sui Cappelli, inaugurata ieri alla Galleria Palatina di Palazzo Pittiben altra cosa è il cappello”. Infatti, il cappello, soprattutto quello femminile, oltre a corrispondere ad antiche funzioni di riparo dalla pioggia o dal sole o a contenere le chiome, segue la moda del momento e spesso si adegua ad uno stile individuale. Il contrario quindi di un copricapo generico, valido  per tutti. No, anzi la moda dell’ultimo mezzo Millennio, subentrata alle cuffie ed ai veli,  ha teso ad assecondare il gusto personale delle Principesse d’Europa. Dunque,  cappelli con forme, fogge,colori, modelli differenziati, vengono da lontano (come del resto, documentano  libri e dipinti delle varie epoche).

Qui, però, alla Palatina di Palazzo Pitti, fanno bella mostra di sé esemplari delle note firme delle case di moda del Novecento: Chistian Dior, Givenchy, Chanel, Yves Saint Laurent, John Rocha, Prada,Gianfranco Ferrè, celebri modisti del presente e del passato come Philip Treacy, Stephen Jones,Caroline Reboux, Claude Saint-Cyr, Paulette e manufatti di modisterie italiane e fiorentine, di alcune delle quali si conosceva appena l’esistenza. Centoquarantadue i pezzi esposti, selezionati attraverso gli oltre mille in dotazione e donati alla Galleria del Costume, che danno vita alla prima mostra monografica dedicata al cappello. Afferma la Direttrice della stessa Galleria Caterina Chiarelli:  “un cappello può essere studiato dal punto di vista storico – artistico, ma può essere interpretato sotto un profilo puramente estetico, prendendosi così la libertà di formulare giudizi o esprimersi mediante aggettivi onnicomprensivi: bello, fantasioso, fantastico, divertente”.

E guardando davvero questi piccoli capolavori, anche da profani, appare evidente  – come sottolinea Katia Sanchioni – il fatto che  sulla finalità didattica prevalga quella ludica. In questa Mostra  la fantasia si sbizzarrisce e davanti a noi fanno bella mostra di sé cappelli di tutti i tipi e fogge,disposti non in ordine cronologico, bensì per colore: rosso, arancio, giallo,verde, blu, violetto oltre naturalmente al bianco e nero e alla paglia: baschi, toque,copri-chignon, a cloche, a fascia, a turbante, berretto da bambina, cuffia,coloniale, snood, safari, caschetto, a pagoda, a clessidra, da automobile, turbante, bob  e via di seguito. Nel ricco catalogo che illustra la Mostra, ogni pezzo è ampiamente e minuziosamente descritto. La mostra annovera importanti prestiti di Cecilia Matteucci Lavarini,  collezionista privata di haute couture nonché donatrice della Galleria del Costume. E presenta anche straordinari bozzetti realizzati appositamente dal Maestro Alberto Lattuada, insieme agli esemplari creati da Clemente Cartoni, celebre modista romano degli anni Cinquanta-Sessanta.

Si tratta di pezzi rari che contribuiscono a definire il cappello, questo genere di cappelli, come tanti prodotti artistici, con una loro armonia estetica , la conformazione scultorea, la componente cromatica e la raffinatezza ornamentale. O come oggetti di design , che vanno ben oltre il semplice accessorio, contribuendo a connotare la personalità di chi lo indossa.  Notava giustamente Cristina  Acidini, come il cappello femminile intorno al quale non si ironizza più, non evoca bon ton ma tutt’altra gamma di significati simbolici: condizione alternativa, contestataria,ecologica e quant’altro, pur continuando ad esaltare quale icona non solo di Hollywood ma dell’eleganza planteria Audrey Hepburn, celebrata per i suoi cappelli nel recente Audrey Hepburn in Hats (2013). Insomma,  un qualcosa, per dirla con Simona Fulgeri, che va oltre la moda. Nella Mostra fiorentina trova spazio anche  il cappello di paglia di Firenze  che, ben lo sappiamo, ha una storia antica e da oltre un secolo vanta riconoscimenti ( e imitazioni) in tutto il mondo: un brand internazionale, si direbbe oggi. Dai campi di grano del contado fiorentino, nell’area compresa fra Brozzi, Campi, Signa e Poggio a Caiano…. i prodotti usciti dalle pazienti mani delle trecciaiole hanno raggiunto tutti i continenti. Curiosa la citazione di una lapide, fatta dal Presidente del Consorzio Giuseppe Grevi, che in una chiesa di San Miniato a Signa ricorda un bolognese trapiantato nel Settecento a Signa, il quale  vendette cappelli agli inglesi e arricchì se stesso….

E come non ricordare i lavoranti della paglia raffigurati nei dipinti dei Macchiaioli,  o celebrati nel cinema, nel teatro,  nella musica?  Già nell’Ottocento  un divertente lavoro teatrale, Un chapeau de paille d’Italie di Eugene Labiche inaugurava il Vaudeville, ai primi del Novecento il  grande chansonnier fiorentino Odoardo Spadaro,  dedicava proprio al cappello di paglia di Firenze una sua ironica, allegra e dissacrante canzonetta  che tirava in ballo anche Dante e Beatrice. E nel cinema quante dive  hanno sono state immortalate in grandi e leggeri cappelli di paglia?  Una Mostra a Los Angeles ci ricordava quello di Olivia De Havilland in Via col vento, di Marilyn Monroe in A qualcuno piace caldo, della Hepburn, di Julia Roberts in Pretty woman di Cher  in Un thè con Mussolini, il film di Zeffirelli  ambientato proprio a Firenze e altri ancora…E non è un caso che questa Mostra coincida con il ritorno dopo due anni al Teatro del Maggio Musicale de Il cappello di paglia di Firenze una farsa musicale, composta a quattro mani dal maestro Nino Rota e da sua madre Ernesta Rinaldi. Il debutto di questo lavoro dal gusto francese, allegro ma con un tocco di malinconia tipico del maestro famoso per le colonne sonore dei film di Fellini, avvenne nel 1955. Ora è riproposto per la bacchetta del giovane direttore Andrea Battistoni e la regia di Andrea Cigni. Repliche fino al 10 dicembre.

Dunque, la Mostra getta uno sguardo anche su questa tradizionale attività artigianale che è riuscita a sopravvivere agli sconvolgimenti del mercato, agli effetti della globalizzazione,  attraverso l’impegno, la creatività, la capacità di adattamento alle nuove esigenze. Come? Diversificando la produzione e uniformandosi alle nuove dinamiche dell’economia internazionale, collegando tradizione e contemporaneità.  Sedici sono le aziende, quasi tutte centenarie, che rappresentano tutta la filiera del Cappello:  dalle materie prime, alle piume, alla fabbricazione dei macchinari, alla produzione di trecce meccaniche e di cappelli. “Ognuno di noi – sostengono Giuseppe Grevi e Sarah Meucci, del Consorzio il Cappello di paglia di Firenze – persegue obiettivi diversi:  chi si rivolge al mercato del lusso, chi alla grande distribuzione, chi lavora per le grandi firme, ma tutti con l’unico obbiettivo di riportare il Cappello di Firenze ad essere sinonimo di classe e distinzione e di eccellente qualità”. La giovane Sarah ha parlato della propria azienda familiare, dei valori trasmessi da suo  padre, con un entusiasmo  che suscita ammirazione. Lanciando anche un messaggio di  speranza per il futuro di questo comparto.La Mostra resterà aperta fino al 18 maggio 2014.

 

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