sabato, Ottobre 16

Il cancro ha ammazzato Candida, Candida è viva! Un fiore di parole per chi, con le parole, ha saputo essere testimone del suo tempo

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Ci sono articoli che non si vorrebbero mai scrivere. Come questo. Ma che sono necessari. Come questo.

Perché è il fiore del mio sincero dolore che depongo sulla bara di Candida Curzi, straordinaria collega dell’ANSA, sabato pomeriggio, accolta nella Sala del Carroccio al Campidoglio.

Un fiore di parole per chi, con le parole, ha saputo essere testimone del suo tempo. Le parole e l’impegno in un giornalismo etico, responsabile.

Ci saremmo viste una volta sola, con Candida. E quell’unica volta abbiamo riso sulla nostra conoscenza telefonica, nutritasi attraverso le chiamate con cui l’avevo tormentata nel corso degli anni, lei capo della Cultura dell’Agenzia, io addetto stampa in molte iniziative culturali.

Dai recall di routine si era passate a brevi scambi di frasi: qualcosa di più della meccanica richiesta di pubblicazione; qualcosa di meno dell’amicizia vera e propria che si nutre di rapporti più robusti.

Eppure, fu a Candida che pensai di chiedere consiglio nel febbraio del 2001, quando ad una persona a me cara fu diagnosticato un cancro al polmone. Suo padre, Sandro, aveva combattuto contro questo infido nemico e presumevo potesse darmi indicazioni su medici, protocolli, ospedali.

Così fu e mi dedicò anche un certo tempo, con generosità e disponibilità rispetto ad una collega fino ad allora ‘molestatrice di professione’, nelle sue vesti di addetto stampa.

Sentivo in lei tanta empatia per il calvario che questa persona ammalata stava percorrendo e ci risentimmo più volte per raccontarle l’evoluzione (positiva) della vicenda.

Passata la mia buriana personale, i nostri rapporti tornarono nell’alveo delle telefonate ‘di servizio’, finché non passò all’ufficio dei caporedattori centrali. Anche per me cambiarono incarichi e situazioni personali, finché il mio travagliato itinerario professionale non mi portò al Comitato Italiano per l’UNICEF. Fu per sostenere le iniziative dell’UNICEF, stringendo un’alleanza con l’ANSA che, nell’autunno del 2007, incontrai per l’unica volta di persona Candida.

Partecipò, infatti, all’incontro che organizzai fra il direttore dell’Agenzia Giampiero Gramaglia e l’allora presidente dell’UNICEF, Vincenzo Spadafora, oggi Garante per l’Infanzia, incontro che fruttò al Comitato un prezioso accordo di media partnership gratuita.

Candida ed io fummo contente d’incontrarci. A differenza di Giosuè Maniaci, ai tempi capo della redazione Immagini, anche lui presente all’incontro, che avevo ‘tormentato’ anche con qualche visita in Redazione, con Candida mai c’era stata occasione di guardarci in faccia. Ma confermammo subito l’empatia sorta al telefono: siamo entrambe (il verbo non è un errore) due stakanoviste.

Questo racconto, che potrebbe apparire superfluo, verboso è, invece, la narrazione, attraverso una microscopica esperienza personale, di chi era Candida Curzi, portata via fulmineamente da quello che noi umani usiamo definire, impotenti, ‘un male inesorabile’ a 58 anni.

Una grande giornalista, che, per fare questo mestiere/missione, aveva scelto la trincea dell’Agenzia di stampa, quella che non consente vanità e autoreferenzialità di firma, ma che dà l’intima soddisfazione della ricerca della notizia e l’impegno nella rigorosa ricerca di scoop autentici, non effimere meringhe del nulla.

Candida, che aveva per moltissimi anni lavorato in Cronaca, da ‘soldato semplice’ fino a dirigerla, sapeva sacrificarsi e mai mollare l’osso: solo chi fa con serietà e dirittura morale questa professione comprende quanto è pesante tale scelta.

Niente pavoneggiamenti da salotto; nessuna riconoscibilità da parte del grande pubblico, come accade ai domatori tv delle passerelle vanitose dei rodei politici. Tanta stima, forse, da parte di quei colleghi dotati di onestà intellettuale e che, sul tuo lavoro, costruiscono i propri articoli firmati, che i lettori credono tutta farina del loro sacco.

Ho sempre creduto che, per fare i giornalisti di agenzia, occorra avere una marcia in più, tanta umiltà e uno sconfinato senso dell’ironia (e dell’autoironia). Perché un take d’agenzia semplicemente siglato, che ha l’immediatezza di un fatto appena avvenuto, apparentemente spersonalizza il lavoro di chi l’ha scritto. Spesso, neanche nelle redazioni dove arrivano i lanci che verranno trasferiti, talvolta tel quel, sulle pagine stampate – ho assistito a grasse, amare risate di amici di agenzia che si trovavano nei quotidiani ricopiati da amanuensi che, di proprio, ci mettevano solo la firma (neanche il titolo, ché lo faceva, all’epoca, il caporedattore) – sanno identificare il nome del collega che ha scritto la notizia dalla sigla.

Quella di Candida era CZ, l’ho appreso ieri dall’accorato epicedio scritto da Massimo Lomonaco per l’ANSA. L’avrò visto chissà quante volte, in telescrivente, al Popolo, quando lavoravo in Redazione, ma solo ora, che Candida non c’è più, ho lo scrupolo di non essermi mai soffermata alla decrittazione delle sigle/firme che mi scorrevano sotto gli occhi.

Il lavoro di macchina del giornale non consente neanche una pausa di riflessione, il pensiero raramente (mai) va a chi ti consente di scrivere con cognizione di causa dalla scrivania in redazione.

Noi della carta stampata (oggi del web) attingiamo a piene mani in avverbi ed aggettivi che sono fieramente evitati dai nostri colleghi di agenzia, per lo più animati da sobrietà e rigore. Doti che erano anche di Candida, che mi ritrovavo accanto, virtualmente, allorché lavoravo nelle Pari Opportunità: sobria, rigorosa, indomita, mai avara di sé.

Sabato pomeriggio, a salutarla, eravamo in tanti: moltissimi sinceramente commossi (e increduli: io stessa non ne sapevo nulla, di questo suo male ‘inesorabile’ finché non l’ho letto su ‘Il Fatto Quotidiano’). Anche da lì, però, ho sentito, in due fatti in particolare, una sintonia con la quasi coetanea Candida, quella stessa che mi aveva offerto in un momento buio della mia vita: la convinzione, da bambina, secondo il racconto della cugina, che la saponetta Camay rendesse particolarmente attraenti, come diceva la pubblicità di Carosello (a tre anni suscitai quasi uno sturbo ai presenti, in una profumeria di Cava dei Tirreni, allorché mi lamentai del fatto che, pur usandola costantemente, non avevo corteggiatori ai miei piedi) e la canzoneMatilda’, di Harry Belafonte, risuonante nella sala del Carroccio, per volontà delle figlie di Candida, canzone che è stata colonna sonora anche della mia infanzia.

Una canzoncina allegra e malandrina, di cui all’epoca non capivamo il testo, il lamento di un uomo sòlato da una donna che lo spreme tanto da costringerlo persino a vendere il gatto ed il cavallo.

Con Candida, sono certa, ci facciamo una bella risata e gli diciamo: ‘Ben ti sta!’

 

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