venerdì, Luglio 30

Il Canale del Nicaragua e le ambizioni cinesi field_506ffb1d3dbe2

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Canale Nicaragua

Per tutti coloro che, in buona o in mala fede, avevano dubitato della potenziale riuscita del mastodontico progetto del Grande Canale del Nicaragua, è arrivata una prima delusione. Il 10 gennaio scorso, infatti, in un comunicato congiunto, il Presidente Daniel Ortega Saavedra e Wang Jing, CEO del Gruppo HKND, hanno annunciato con toni trionfali che i lavori per la costruzione del Canale avranno inizio il prossimo dicembre, smentendo dunque il rinvio di un anno dichiarato poco tempo prima da Manuel Coronel Kautz, il Presidente dell’Autorità che supervisiona il piano per conto del Governo nicaraguense. Quello che sembrava un progetto quasi fantascientifico si sta dunque trasformando in un’ipotesi più che concreta, nonostante rimangano intatte le numerose critiche che hanno contraddistinto il progetto fin dai primi passi e le implicite difficoltà tecniche e logistiche nel realizzare un’opera di queste proporzioni.

Il Grande Canale incarna la volontà di riscossa del sandinismo e una mossa politica ad effetto da parte di Ortega, desideroso di legare il suo nome ad un’infrastruttura che, se portata a termine, stravolgerà completamente l’economia, la politica e il ruolo internazionale del piccolo Paese caraibico. Vale la pena ricordare i numeri del futuro collegamento tra Oceano Atlantico e Pacifico, che risultano impressionanti. Il costo della costruzione è stimato in 40 miliardi di dollari, che corrisponde a circa quattro volte il Prodotto Interno Lordo del Nicaragua, e avrà una lunghezza approssimativa di 300 chilometri. Nei piani della compagnia sono inclusi anche un oleodotto, due aeroporti, due zone di libero scambio e una ferrovia. Non è dunque difficile capire il motivo per cui Ortega, spalleggiato da buona parte dei suoi concittadini e anche dal gotha industriale del Paese, che prima non lo aveva mai visto di buon occhio, non vedano l’ora di cominciare i lavori: l’afflusso di capitale e il bisogno di manodopera avranno un impatto dirompente sull’economia del loro Paese, con una crescita del PIL a superare ampiamente la doppia cifra e un tasso di disoccupazione che dovrebbe drasticamnete diminuire.

Una volta completato, il Gran canale del Nicaragua rappresenterà un temibile concorrente per il Canale di Panama, dato che potrà contare su una maggiore larghezza e profondità, permettendo il passaggio delle gigantesche navi container di ultima generazione. Nonostante tutto, i panamensi (e gli USA) non sembrano, per ora, essere particolarmente preoccupati delle ripercussioni economiche della nuova opera. In quanto agli USA, le preoccupazioni statunitensi si accenderanno maggiormente solo se dovesse intensificarsi il l’attività militare di Pechino sulla regione, un’ipotesi ancora lontana. Gli stessi cinesi, assieme al Governo sandinista, hanno rassicurato in tutti i modi gli USA, offrendo agli States di collaborare alla fase di investimento. Ben più arrabbiati sono i colombiani, che in una disputa territoriale hanno perso una zona marittima che avrebbe potuto bloccare l’opera. Un caso? L’idea della necessità di adeguare i canali di traffico transoceanici all’intensificarsi progressivo degli scambi commerciali non è una novità. Altri Stati e potenziali investitori avevano ventilato l’apertura di nuove rotte navali in Honduras e Guatemala, piccole e povere nazioni che in questi progetti vedono, proprio come il Nicaragua, un’imperdibile opportunità di sviluppo per risollevare le loro traballanti economie.

Ma i più rapidi a organizzarsi sono stati i nicaraguensi, che già l’estate scorsa hanno garantito, con una votazione in Assemblea Nazionale, una concessione di cinquant’anni, rinnovabili, al Gruppo HKND. Si è molto discusso e polemizzato nei confronti di questo colosso, che ha sede a Hong Kong ed è attivo soprattutto nel campo delle infrastrutture e delle telecomunicazioni, e sulla figura del CEO Wang Jing. Secondo gli scettici, dietro Wang Jing e la sua impresa si nasconderebbero il Governo cinese e le Forze Armate della Repubblica Popolare, che otterrebbero il controllo di un’importante zona strategica proprio nel “cortile di casa” degli  Stati Uniti. Sarebbe ingenuo pensare che la politica cinese non abbia messo il naso in questa vicenda, specialmente se si parla di una nazione che ha fatto del Capitalismo di Stato la dottrina alla base della sua ascesa all’interno dello scacchiere globale.

L’America Latina è da ormai da tempo il territorio prediletto, anche se non l’unico, dell’espansione cinese. I prestiti della Repubblica Popolare negli ultimi due anni hanno raggiunto la somma di 110 miliardi di dollari, superando quelli della Banca Mondiale. E gli investimenti non si limitano solo unicamente ai paesi con cui Pechino ha affinità politiche, come il Venezuela (vera e propria testa di ponte cinese in America Latina), ma comprendono anche Brasile, Messico, Cile e Argentina. In totale, i traffici commerciali sino-sudamericani hanno raggiunto i 250 miliardi di dollari nel 2012, e sono destinati a salire nei prossimi anni.

Ovviamente, anche i paesi della regione hanno raccolto molti vantaggi dal dinamismo cinese. Le esportazioni verso la Cina sono raddoppiate nell’ultimo decennio, e gli investimenti cinesi garantiscono commerci verso l’esterno e nuovi sviluppi infrastrutturali all’interno, di cui il Gran Canale rappresenta solo l’esempio più titanico e appariscente. Si pensi ancora una volta al ruolo di Pechino nell’estrazione mineraria e petrolifera in Venezuela, un’opportunità che Caracas sta gestendo in modo maldestro, spinto dalla situazione macroeconomica dissestata, ma non priva di benefici per il Paese di Maduro. Sviluppo iniquo, ma sempre sviluppo.

Ma, come detto, sono anche molte le critiche mosse alla penetrazione cinese, e il processo di costruzione del Canale del Nicaragua le compendia efficacemente. Innanzitutto, la debolezza istituzionale di un Paese come il Nicaragua, che soffre di corruzione, fragilità democratica, prevalenza dell’esecutivo sul giudiziario, e un mercato del lavoro disastrato. Mali di tanti Paesi caraibici che hanno facilitato l’intraprendenza cinese. Il Governo sandinista, preso dalla foga ‘sviluppista’, ha infatti lasciato da parte gli aspetti di sostenibilità economica, giuridica e sociale, nonché l’impatto ambientale dell’opera di costruzione del Canale. Proprio su questi temi si canalizzano le osservazioni degli esperti e gli strali dell’opposizione interna.

Già in fase di concessione dei diritti cinquantennali, si è tenuto poco conto delle critiche di incostituzionalità mosse alla legge, ben 32. Inoltre, il tema dell’espropriazione dei terreni necessari rimane un processo che molti reputano violi i diritti degli espropriati, dato che i risarcimenti saranno potenzialmente al di sotto del prezzo di mercato. Se a questo si aggiunge che la creazione delle zone di libero commercio potrebbe minare la stessa sovranità del Governo sul territorio nazionale, il processo suscita più di un dubbio.

Se Ortega e i suoi sono vittime dello “sviluppo ad ogni costo”, a pagare il conto di questo approccio potrebbero essere i cittadini nicaraguensi. Le stesse voci critiche sono, come di costume in certi quadri istituzionali latino americani, isolate e hanno poche possibilità di avere voce in capitolo. Nel frattempo, l’avanzata cinese non si arresta, e sarà uno dei leitmotiv dei prossimi anni.

 

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