venerdì, Maggio 7

Il Canada ritorna alla normalità Il Parlamento del Canada riprende a lavorare. Non si ferma la violenza in Medioriente, in Siria e Iraq ancora morti

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Il Parlamento canadese, dopo l’attacco terroristico che ha causato la morte di un membro della sicurezza del Parlamento canadese, riprende la regolare attività. L’area resta presidiata, e alcune strade restano ancora chiuse al pubblico, ma il ritorno alla normalità dopo la sparatoria di ieri sembra essere più formale che sostanziale.

«Non ci faremo intimidire, siamo qui, ai nostri seggi, nella nostra Camera nel cuore della nostra democrazia, il Canada non cederà mai al terrorismo». Sono queste le parole con cui parla alla stampa il Premier canadese, Stephen Harper, alla riapertura dei lavori in Parlamento all’indomani dell’attacco costato la vita a una guardia italo-canadese. L’obiettivo, ha dichiarato il Premier canadese, era di «instillare paura e panico nella nostra Nazione, al fine di bloccare l’azione di Governo. Nell’aula del Parlamento siamo oppositori ma non nemici. Davanti ad attacchi del genere siamo tutti canadesi e so che saremo uniti» ha infine aggiunto.

Non mancano però le polemiche dopo quanto accaduto. All’indomani dell’attacco al Parlamento, sono numerose infatti le riflessioni critiche sui giornali locali ed internazionali riguardo la gestione dell’emergenza da parte delle autorità e dell’intelligence verso la minaccia terroristica: «Un errore spettacolare per l’intelligence canadese», titola oggi il ‘The Guardian’, ricordando che i servizi (CSIS) avevano diffuso recentemente un rapporto dal quale emergeva che 90 estremisti di nazionalità canadese stavano per lasciare il Paese per andare a combattere a fianco dell’Is o volevano pianificare attentati in Canada. Uno di questi era Martin Rouleau-Couture, convertito all’Islam, desideroso di unirsi ai jihadisti in Iraq, che lunedì ha ucciso un soldato vicino ad una base militare in Quebec. Lo stesso riguardo Zehaf-Bibeau, l’attentatore del Parlamento, bloccato a luglio appena prima di imbarcarsi sulla Turchia e da lì, con molta probabilità, verso la Siria.

In Europa, scintille tra Ue e l’Italia riguardo la politica economica di Roma. «L’Italia ha deciso di intraprendere una deviazione significativa dal percorso di avvicinamento per l’obiettivo di bilancio nel 2015». Lo scrive la Commissione europea nella richiesta di chiarimenti sulla manovra del governo Renzi e, in particolare, riguardo lo ‘sforamento’ rispetto al Patto di Stabilità e crescita.  Non ancora il giudizio vero e proprio, atteso per il 29 ottobre, ma un passaggio intermedio che rischia di portare infine ad una bocciatura. «E’ un processo in corso, la richiesta di informazioni all’Italia non pregiudica il risultato finale» ha precisato Jyrki Katainen. «A differenza di alcune ricostruzioni, inoltre, non vengono sollevati dubbi su coperture e riforme proposte», ha poi aggiunto.

Ma la pubblicazione della lettera non è piaciuta a Bruxelles: «È una decisione unilaterale del Governo italiano quella di pubblicare la lettera in cui i tecnici di Bruxelles chiedono chiarimenti sulla legge di stabilità», ha detto il Presidente uscente della Commissione Europea José Manuel Barroso.

Non si ferma intanto la violenza in Medioriente. In Iraq, migliaia di membri della minoranza degli Yazidi sono nuovamente in pericolo a causa di una nuova offensiva delle forze dello Stato islamico (Isis) sul Monte Sinjar, nel nord-ovest dell’Iraq. Secondo fonti curde, circa cinquemila volontari della minoranza irachena si sono armati per fronteggiare i jihadisti di Baghdadi. Ashti Koger, il comandante delle brigate yazide, ha detto che oggi i suoi uomini sono riusciti a intercettare tre aspiranti attentatori suicidi, tra cui un non iracheno, che cercavano di raggiungere la vetta della montagna per farsi saltare in aria. I combattenti Yazidi si sono impadroniti anche di armi e apparecchiature per le comunicazioni che i tre jihadisti portavano con loro.

Intanto, a Kobane proseguono i combattimenti a colpi di mortaio e armi pesanti tra le milizie curde e i jihadisti dello Stato Islamico, con i jet della coalizione che continuano a sorvolare la zona. Il direttore dell’Osservatorio, Rami Abdel Rahman, ha sottolineato che una «grande maggioranza» dei jihadisti uccisi nei raid non erano cittadini siriani ma miliziani stranieri. Tutto questo, nonostante l’intensificazione dei raid aerei statunitensi in Siria e Iraq contro l’avanzata delle truppe di Baghdadi. Solo a Kobane, la città curda al confine con la Turchia e assediata dallo Stato islamico, i raid aerei hanno ucciso infatti oltre 500 jihadisti in un solo mese.

In Siria, è di almeno 11 morti, tra cui donne e minori, il bilancio provvisorio dei raid aerei
 e dei bombardamenti dell’artiglieria di Damasco contro un sobborgo di Homs, nel centro del Paese, dove risiedono le comunità ostili al regime del Presidente Bashar al Assad.  Secondo fonti locali raggiunte dall’ANSA, i raid su Waar, unica sacca di resistenza anti-regime in quella che un tempo era la terza città del Paese, hanno causato anche il ferimento di circa 30 persone. Da giorni, le forze lealiste hanno intensificato l’assedio e i bombardamenti su Waar, sparando sul sobborgo, secondo le fonti citate dall’Ansa, anche missili terra-terra e razzi Rpg. Da parte sua, l’agenzia ufficiale siriana Sana riferisce dell’uccisione di numerosi terroristi in varie regioni del Paese, come Daraa, Qunaytra e Aleppo, ma non parla di alcuna operazione militare a Waar.

Si avvicinano nel frattempo le elezioni legislative in Tunisia, previste per questa domenica, e che quattro anni dopo le proteste di piazza che costrinsero Ben Ali e il suo entourage a fuggire in esilio in Arabia Saudita, potrebbero essere un ulteriore passo verso la lunga e fragile via verso la Democrazia. Infatti, mentre altri Paesi della ‘primavera araba’ come la Libia, la Siria, lo Yemen, sono ancora travolte dalle violenze, la Tunisia, rimane un laboratorio aperto per sperimentare forme di democrazia inserite in un tessuto culturale islamico

Le elezioni di domenica prossima sceglieranno i 217 membri dell’Assemblea e il nuovo Premier in sostituzione dell’attuale Governo provvisorio. Tra un mese, il 23 novembre, seguiranno invece le presidenziali.  Poiché è probabile che nessuno dei principali partiti otterrà la maggioranza, le possibilità che si vada a un Governo di unità nazionale rimane alta. Le principali richieste verso il nuovo Governo rimangono comunque pressoché inalterate: creazione di posti di lavoro, aumenti degli stipendi, tagli alla spesa pubblica e lotta alla corruzione, oltre che a fare i conti con l’ascesa nella regione di movimenti jihadisti sempre più galvanizzati dalle vittorie dello Stato Islamico in Siria e Iraq.

 

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