mercoledì, Giugno 16

Il cambiamento parte da noi stessi image

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Lo scorso fine settimana si è tenuto presso l’auditorium della Conciliazione a Roma, il quarto Congresso del Partito dell’Unione di Centro: un congresso ricco di dibattiti e colpi di scena fino all’ultimo, con la conferma di Lorenzo Cesa alla Segreteria nazionale del partito con soli quattro voti di scarto su Giampiero D’Alia.  Proprio da uno di questi ‘coups’ è nata, infatti, la ricandidatura di Lorenzo Cesa alla Segreteria del Partito, quando il Senatore Antonio De Poli, nel presentare la sua mozione congressuale, ha rinunciando ‘con amarezza’ alla sua candidatura e al contempo annunciando il suo sostegno al rinnovo della carica del Segretario uscente.

Un congresso svoltosi in concomitanza alle consultazioni per la formazione del primo Governo Renzi: consultazioni che hanno portato ad un altro colpo di scena, sotto il versante governativo. Gianluca Galletti, ex Sottosegretario al MIUR, è stato nominato Ministro dell’Ambiente, mentre D’Alia, ex Ministro alla Semplificazione, nonché maggiore competitor prima di De Poli e poi di Lorenzo Cesa, è ritornato ora a sedere tra i banchi parlamentari. I Popolari per l’Italia, inoltre, non hanno ricevuto quanto richiesto in termini di nomine governative, con conseguenze già molto evidenti sulla tenuta della maggioranza e soprattutto dei gruppi parlamentari, in particolar modo per quanto concerne il Senato della Repubblica.

Un passaggio cruciale su cui hanno voluto porre l’accento, nell’ambito del dibattito congressuale, sia il Senatore De Poli che lo stesso Segretario Cesa, i quali hanno accoratamente auspicato che tali eventi non possano avere ripercussioni sul processo di costruzione del centro.

Potito Salatto, europarlamentare PPE, vice Presidente della delegazione popolari per l’Europa a Bruxelles, intanto, saluta la sconfitta di D’Alia, indirettamente sostenuto da Pier Ferdinando Casini, come ‘la rottamazione della linea politica’ del Presidente Casini, che di recente si è espresso con chiarezza per l’adesione allo spazio politico guidato da Silvio Berlusconi e quindi per l’accettazione del bipolarismo che egli stesso ha duramente criticato con il c.d. “spirito del 2008”.

Lorenzo Cesa, da parte sua, nel suo discorso ha sottolineato l’importanza di tenere unito il partito, garantendo ampia apertura all’avversario ed al contempo auspicando di consolidare i rapporti con la formazione politica dell’ex Ministro Mario Mauro, nonostante le criticità emerse durante questi ultimi convulsi giorni.

L’Onorevole Giuseppe De Mita è uno dei protagonisti di questo complesso processo politico, vice Presidente vicario del Gruppo Per l’Italia presso la Camera dei Deputati.

 

Onorevole De Mita si è appena concluso il IV Congresso Nazionale dell’Udc per tracciare il percorso politico ed il futuro del partito. Un commento su queste tre giornate?
Questi tre giorni hanno messo in evidenza tutti i nostri limiti e insieme tutte le nostre potenzialità. E per certi versi ci consente di dire che siamo lo specchio del Paese: c’è insieme, da un lato, l’aspirazione a cambiare le cose e soprattutto se stessi e, dall’altro, la paura di perdere e rinunciare anche al poco del presente. Ciò che di positivo registro alla fine è avere avuto il coraggio di prendere una posizione precisa e di provare a rompere questo conformismo sulla lettura della crisi per il quale la soluzione è una riforma elettorale che cancella il disagio e la protesta piuttosto che capirne le ragioni.

Il Congresso si è svolto contemporaneamente alla nascita del Governo Renzi: Galletti (Udc) è il nuovo Ministro per l’Ambiente, mentre non è stato riconfermato Mario Mauro (ex Ministro Difesa, Popolari per l’Italia): teme che tale situazione possa sollevare criticità nella relazione con i vostri principali alleati?
Le questioni che dobbiamo affrontare insieme agli amici Popolari sono di tale rilievo che questa è una questione che non esiste, come ha già detto lo stesso Mauro.

Il nuovo Governo nasce con una maggioranza simile, se non inferiore in termini numerici, a quella che votò l’ultima fiducia ad Enrico Letta. Renzi ha il carisma necessario per dare efficacia dell’azione governativa, garantendo al contempo stabilità e durata all’esecutivo?
Il fatto è che la questione non è il carisma di chi guida. Stabilità e durata rispondono ad una quantità di condizioni che non le si può ridurre al superomismo. Allo stato mi limito a registrare: l’ambiguità dei passaggi che hanno portato alla crisi del Governo Letta, la genericità del patto di Governo,  la incertezza del quadro delle alleanza nel quale si vuole muovere il PD, l’assenza di un’analisi seria sulle cause del risultato elettorale del 2013 e la conseguente instabilità. La storia ci insegna che i nodi di contraddizione non possono essere elusi. Se Renzi decide di affrontarli e non eluderli allora creerà le condizioni per stabilità e durata. Altrimenti vedo già all’orizzonte un nuovo scossone.

Il Presidente Giorgio Napolitano ha salutato con stima ed affetto il vostro quarto congresso nazionale. Cosa pensa dei continui attacchi alla figura ed all’operato del Presidente?
Si potrebbe dire che gli attacchi a Napolitano segnano la linea di confine tra le forze populiste e antisistema, che sono il sintomo della crisi, e le forze istituzionali, che però non riescono a risolvere le cause della crisi. Napolitano è stato un saggio punto di garanzia, ancorché in alcuni passaggi sia stato costretto ad oggettive forzature per surrogare il vuoto politico. Ma la questione non è difenderlo o attaccarlo. Il punto è ridurre lo spazio delle forze che giocano con la demagogia. Per fare questo non serve un approccio pedagogico. Occorre un enorme sforzo di rinnovamento della politico e di recupero credibile della sua dignità e del suo ruolo.

La legge elettorale disegnata da Renzi non vi soddisfa: avete presentato una pregiudiziale di costituzionalità molto puntuale, che avete poi deciso di ritirare, ferme restando le perplessità in merito ai tanti rilievi critici sollevati. Pensate ci siano margini per un miglioramento?
E’ una pessima legge. Perché si fonda sull’illusione di cancellare le ragioni della crisi piuttosto che risolverle. L’ingovernabilità è una conseguenza della scarsa forza dei partiti e del loro scarso consenso sociale. Non si può pensare di risolvere questo problema, che è relativo alla qualità della democrazia, introducendo una legge che rimuove i sintomi della crisi senza curarne le cause. Il problema non sono i piccoli partiti, ma le difficoltà dei grandi. Infatti, facendo scomparire i piccoli comunque non si affronta il tema che i grandi partiti in termini relativi sono ormai espressione di una minoranza della società. La questione vera è dentro le ragioni che hanno determinato le due sacche dell’astensione e del voto di protesta, che sommano più della metà degli elettori. Dunque, il primo problema è recuperare la capacità di rappresentare questa parte del Paese, di dare loro una proposta credibile. E poi individuare una regola che aiuti la governabilità. Se l’anno scorso, come dice Renzi, avessimo avuto l’Italicum, oggi avremmo certo un Governo, ma rappresentativo del 20%  del Paese. Non mi pare una grande cosa, anzi la vedo come una soluzione pericolosissima. Io voglio recuperare la capacità di rappresentanza di chi decide, la sua attenzione alla pluralità degli interessi e dei bisogni, la sua attenzione all’ascolto, non certo la sola forza e rapidità della decisione.

Renzi ha avuto indubbiamente una formazione politica democristiana: cosa pensa della sua adesione al PSE? Immagina che tale adesione possa generare ulteriori divisioni in un PD che non ha propriamente una solidità granitica?
Nell’ultimo anno il PD ha prima fatto l’alleanza elettorale con SEL, poi ha cercato con Bersani l’accordo con Grillo, poi ha fatto le larghe intese con Berlusconi, poi ha forzato sulla sua decadenza, generando l’accordo con Alfano, poi, dopo le primarie, ha rifatto l’accordo con Berlusconi solo sulle riforme, mettendo in crisi il Governo e di fatto cacciando Letta, oggi con Renzi teorizza contemporaneamente più maggioranze a seconda dei provvedimenti. Non mi sorprende l’adesione al PSE, che però era stata esclusa al momento della sua nascita come condizione di adesione della Margherita. E’ un partito senza politica. Cambia linea a seconda del Segretario o dell’umore, basti vedere cosa hanno combinato a Marini e Prodi. Oggi scarica sulle istituzioni le proprie contraddizioni, come nel caso della crisi del Governo Letta. Non so cosa accadrà. Il Pd è diventato un corpaccione molle che si tiene in ragione del potere. Il problema vero sarà quando non governerà, in quel momento potrebbe mancare il collante.

Grande tema del Congresso: elezioni per un nuovo Parlamento Europeo. Lei ha detto che il problema non è la collocazione, ma le scelte che andrete a fare. Quale prospettiva intravede possibile per il suo schieramento politico?
I cattolici popolari hanno la responsabilità  storica di non aver saputo affrontare la crisi politica, iniziata negli anni ‘70 e esplosa con la fine della Prima Repubblica. Ci siamo adagiati sulle risposte degli altri. Abbiamo esorcizzato il berlusconismo o con l’accusa o con l’accettazione acritica. La nostra società oggi è una moltitudine che ondeggia nell’incertezza e chiede, proprio attraverso la protesta, un’ipotesi di condensazione e degli interpreti non demagogici. Per questo occorre una proposta politica che ipotizzi una soluzione alle crisi non un’astratta collocazione. La Dc nel dopoguerra pur collocandosi a destra fece la riforma agraria e quella fiscale. Oggi ritengo necessario avanzare una proposta nell’area del Paese di tradizione non comunista che offra un modello sociale diverso dal berlusconismo, non sulla demonizzazione di Berlusconi, ma sul superamento dei suoi limiti individualisti e demagogici. E’ un tentativo doveroso e necessario. Impone coraggio e rischi. Le libertà conquistate dalle persone vanno conservate, esaltate per certi versi, i diritti che si sono accresciuti sono un punto irrinunciabile. Ma oggi le questioni sono tutte nella loro effettiva tutela non solo nell’astratto riconoscimento. Questo esige un ripensamento delle logiche di solidarietà e di attenzione all’altro. Una nuova idea di comunità. Il lungo ciclo dell’individualismo iniziato negli anni ‘70 è verso l’esaurimento. Occorre un pensiero che aiuti la riorganizzazione della società’. E una proposta politica che lo incarni.

Ciriaco De Mita ha ricordato che la politica non può accettare le cose come sono: la politica deve fare accadere le cose che ancora non esistono. Qual è l’orizzonte del possibile in questa nuova stagione politica che sembra schiudersi?
E’ insieme un orizzonte di grandi opportunità, ma insieme di grandi rischi. Non perdiamo la memoria dei nostri padri. In un tempo per certi versi simile al nostro, dinanzi alla crisi della società si accettò l’idea che l’uomo forte fosse lo strumento contingente per risolvere i problemi. Tutti facciano attenzione ad avere cura delle istituzioni della democrazia. Non hanno prezzo. Sono il presidio della libertà. Non esiste altro modo per difendere a tutelare le libertà’. E si abbia la forza di guardare la crisi negli occhi, capirne le cause senza fermarsi a soluzioni sintomatiche. La crisi può anche essere una grande occasione di rigenerazione, di rinascita. Ma occorre la forza di guardarla negli occhi. E capire che il cambiamento parte da noi stessi. In questo la politica -direi come sta facendo la Chiesa di Bergoglio- smettesse di fare pedagogia sui comportamenti della società e inizi a cambiare i propri. Dare l’evidenza di un cambiamento può avere una forza di trascinamento maggiore che evocare un cambiamento.

 

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