domenica, Settembre 19

Il Califfo e il Faraone

0

Erdogan turchia nuova

Era una sera temperata di autunno, non molto tempo fa. Milioni di egiziani si erano seduti nei loro salotti e radunati intorno alla tv. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan – all’epoca primo ministro – era arrivato nel loro Paese ed era stato accolto come un eroe. Stava partecipando al talk show egiziano più famoso in quel periodo, condotto dalla celebre Mona Elshazly. Per oltre due ore aveva parlato solennemente del cammino che gli egiziani avrebbero dovuto seguire ora che avevano rimosso il malvagio dittatore. Parlava e il pubblico egiziano ascoltava, la loro adorazione collettiva traspariva dagli occhi della conduttrice televisiva.

Questo avveniva poco dopo la rivoluzione del 25 gennaio 2011. Non è più così adesso. I rapporti tra Turchia ed Egitto si sono drammaticamente deteriorati dalla scorsa settimana, quando Erdogan ha usato ben due eventi internazionali distinti per criticare duramente il governo egiziano, definendolo golpista, riducendo il presidente Abdel Fattah Al-Sisi semplicemente a «una persona che ha compiuto un colpo di Stato» e domandandosi, in primis, il perché dell’esistenza dell’ONU se questa accoglie individui che rovesciano i leader eletti democraticamente per occuparne il posto.

Erdogan ha fatto le proprie osservazioni a New York durante la riunione annuale dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, e le ha ribadite, nel complesso, in occasione del World Economic Forum di Istanbul, alcuni giorni dopo. La risposta dell’Egitto è stata rapida e pungente. Il Ministero degli Affari esteri ha rilasciato una dichiarazione in cui si affermava che Erdogan avrebbe modificato il sistema politico turco ed emendato la costituzione al fine di «rimanere al potere per altri 10 anni»; comportamento che non può essere descritto come propriamente democratico.

La dichiarazione ha continuato evidenziando le «restrizioni alla libertà di parola» in Turchia, citando il divieto d’accesso a Twitter nel paese (che la Corte costituzionale ha in seguito ordinato di revocare) nonché l’eccessivo uso della forza contro gli attivisti politici e i manifestanti pacifici, con riferimento alle proteste di piazza Taqsim e di Gezi Park, durante le quali un certo numero di manifestanti ha perso la vita.

Reazioni a catena: Il Cairo ha annullato una riunione già fissata tra il Ministro degli Esteri Sameh Shukri e la sua controparte turca a New York. Gli Emirati Arabi Uniti – stretti alleati e principali sostenitori del governo Sisi – hanno rilasciato una dichiarazione in cui si criticava fortemente Erdogan per aver sfruttato l’Onu come piattaforma per lanciare un attacco “inaccettabile” contro la legittimità delle autorità egiziane.

In un momento in cui il mondo sembra muoversi verso il riconoscimento della legittimità di Sisi – Barak Obama, per primo, ha incontrato il Presidente egiziano per la prima volta nel corso delle riunioni dell’ONU – il Presidente turco ha usato grandi parti dei discorsi pronunciati in occasione dei due eventi internazionali per attaccarlo. Perché?

Yousef Alsharif, analista politico esperto di Turchia, sostiene che Erdogan si stia ancora riprendendo dalla fine del suo sogno di diventare il leader spirituale e una sorta di “Grande fratello” per i Paesi della primavera araba. Il caposaldo di quel sogno, secondo Alsharif, sarebbe stato che i Fratelli musulmani ottenessero il potere in Egitto, Tunisia, Libia e Siria. “Fatto chiaramente contrastato dalla rivolta del 30 giugno in Egitto, che ha rovesciato il Presidente Mohammed Morsi e ha portato all’attuale presidenza di Sisi”. Allora c’è un rancore personale al centro del problema? “Sì, adesso è così – afferma Ashari – Quando i Ministri degli esteri dei due paesi si sono incontrati alla Conferenza di Parigi (per sostenere il governo iracheno contro l’ISIS) hanno concordato di incontrarsi a New York per una riunione. Gli egiziani hanno divulgato questa notizia ai media ed Erdogan ne ha fatta una questione personale. È stato umiliato. Non ha gradito di essere dipinto come una persona che chiede di fare riunioni, come chi fa la prima mossa”.

Quando due Paesi non ricevono i rispettivi ambasciatori (come hanno fatto l’Egitto e la Turchia a seguito del 30 giugno 2013) è difficile immaginare che i rapporti si possano deteriorare ulteriormente. È possibile che accada? Secondo Alsharif, la riunione annullata a New York è il terzo tentativo fallito di riconciliazione. “Ad Ankara si tende a pensare che, anche qualora Sisi fosse stato propenso in qualche modo a migliorare i rapporti con la Turchia, i suoi finanziatori nel Golfo l’avrebbero contrastato. Quindi per rispondere alla domanda: sì, è possibile. Le tensioni possono intensificarsi e si intensificheranno fino a quando Erdogan sarà al potere e gli Stati del Golfo sosterranno Sisi”.

Un settore che testimonia suddetto deterioramento è l’economia. Il Ministero del commercio egiziano ha stimato il valore del commercio tra i due Paesi, lo scorso anno, per un totale di 5 miliardi di dollari (compresi i 3,5 miliardi di dollari delle esportazioni turche in Egitto). In Egitto  è stata presentata un’azione legale per costringere il governo a vietare l’entrata di prodotti turchi nel Paese. Nel caso in cui la Corte si pronunciasse a favore dell’azione legale, il 2 dicembre, le perdite per la Turchia sarebbero maggiori rispetto a quelle dell’Egitto. Inoltre, il canale di Suez è diventato la principale via di esportazione per la Turchia adesso che non può più esportare le proprie merci attraverso la Siria (con la quale ha interrotto tutti i rapporti) o attraverso l’Irak (con il quale i rapporti sono molto tesi).

In un articolo pubblicato dal quotidiano libanese As-Safir, l’analista egiziano Mostafa Ellabbad afferma che l’accordo bilaterale sui camion Ro-Ro consentono alla Turchia di pagare all’Egitto una piccola tassa di 15 mila dollari per viaggio di andata e ritorno attraverso il canale di Suez anziché la cifra esorbitante di 600 mila dollari. L’analista stima una perdita annuale per l’Egitto di un miliardo di dollari e invita il governo egiziano a riconsiderare i privilegi concessi alla Turchia, inappropriati considerato il clima politico attuale.

L’amicizia storica tra Egitto e Turchia è sempre declamata dagli islamisti egiziani. Tuttavia è opportuno ricordare che questa ‘amicizia’ ha avuto inizio con l’occupazione ottomana in Egitto (1517 – 1867). Di conseguenza, esistono – almeno negli ambienti elitari egiziani – risentimento e sfiducia nel considerare il comportamento turco di supremazia nei confronti degli arabi.  Cosa pensa la gente comune in entrambi i Paesi? Ho chiesto a Yousef Alsharif come l’opinione pubblica vede l’attuale incrinatura tra i due paesi. «I pro-islamisti in Turchia, chi vota Erdogan, sostengono ogni sua decisione, compresa la posizione del leader nei confronti dell’Egitto».

«Erdogan sta giocando la carta del Colpo di stato; una carta efficace a livello nazionale. Il popolo turco ha subito diversi colpi di stato nella storia recente e non è tollerante verso i generali dell’esercito che vogliono fare politica. La stessa parola “colpo di Stato” suona male all’orecchio dei turchi. Inoltre, i media finanziati dal governo turco stanno diffondendo informazioni esagerate sul nuovo governo egiziano; per esempio hanno divulgato la notizia che 5000 membri della Fratellanza musulmana sono stati uccisi dalle forze militari egiziane nell’arco di una notte. Un numero superiore rispetto a quelli uccisi da Al-Assad di Bashar in un mese», aggiunge.

Qual è la posizione delle altre fazioni, i liberali, la sinistra? «Entrambi non sono favorevoli al governo Sisi. Possono anche non credere a Erdogan, ma non sono sostenitori dei colpi di stato militari». Qual è la posizione degli Egiziani? Com’era prevedibile sono divisi, le fazioni islamiche anti-colpo di stato considerano Erdogan un eroe, chi ha difeso la “legittimità” e non ha paura di urlarla dai tetti. Molti altri, i milioni che hanno votato per la nuova costituzione (approvata da Sisi) e, in seguito, per il leader stesso nelle elezioni presidenziali, sono profondamente offesi dai commenti di Erdogan del 30 giugno 2013.

Anche nel caso dell’Egitto i media hanno certamente contribuito a forgiare un’opinione pubblica anti-Erdogan; i conduttori hanno spesso consacrato interi programmi televisivi all’attacco del Presidente turco. Hazem Munir, conduttore del celebre talk show (90 minuti) sul canale Al Mehwar, sta facendo una campagna per boicottare le merci turche. Ultimamente si è rivolto a Erdogan dicendo: «Erdogan, faremo di te un mendicante». Un altro conduttore, Jihan Mansour, lo ha recentemente descritto come uno «schizofrenico aspirante Califfo».

La polarizzazione dei sentimenti degli Egiziani nei confronti di Erdogan si riflette sui social network, dove l’hashtag Erdogan in arabo è stato usato oltre 3000 volte in un solo giorno, secondo lo strumento per conoscere i trend di twitter della BBC. Molti tweet erano anti-Erdogan. @samaraomar scrive: “Erdogan si crede il salvatore dell’umanità, @zubair64 scrive: “Erdogan attacca sempre Sisi perché ha distrutto il suo sogno di ricostruire l’impero Ottomano”. Di contro, c’è chi ha difeso il Presidente turco. @aelsayedgheat scrive: “Erdogan è un uomo che ha rialzato il suo paese portandolo in alto, Sisi è un attore di seconda categoria privo di talento che non sa neppure recitare”. Si può quindi dedurre che, né il popolo egiziano né quello turco protesteranno, nel breve periodo, richiedendo un riavvicinamento tra le loro nazioni. Se l’animosità si abbasserà mai, questo spetterà alla decisione comune tra il Califfo e il Faraone.

 

Traduzione di Emanuela Turano Campello

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->