lunedì, Ottobre 25

Il business dell’ astensione, obiettivo: privatizzazione del voto, ovvero del Parlamento L’astensione è la grande operazione della politica del partito-azienda: la privatizzazione del voto elettorale, la svolta privatistica della politica

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Uno spettro s’aggira nelle cabine elettorali: l’ astensione. Che è il fenomeno stabilmente in aumento. In Italia e fuori dall’Italia. Un fenomeno curioso, quando pensiamo che le proposte (e non le offerte, ché quelle si fanno nei centri commerciali) politiche sono tante, soprattutto in Italia.
Come mai, allora, l’astensione è un partito in crescita? È una scelta politica non votare? E dove matura? Possibile che tra tutte le proposte politiche, 11 milioni di italiani abbiano scelto di non votarne nessuna nel 2013? Dobbiamo credere che ogni singolo cittadino degli 11 milioni che si è astenuto lo ha fatto sulla base di una propria idea di politica, di amministrazione, di governo, tutte idee che non trova in nessuna forza politica esistente? Pare difficile credere che in Italia si aggirino 11 milioni di teorici della politica….

Allora, dobbiamo cercare altrove questa propensione all’astensione. E trovare qualche indizio fuori dall’ambito politico, trovarlo là dove da anni l’offerta (questa volta proprio offerta) principale che invade la vita di ogni cittadino è quella di mettere al centro se stesso, ma non come cittadino, che rimane una categoria politica, ma l’individuo, che è una nozione mobile e indeterminabile ma predisposta a ricevere attenzioni e soddisfare i bisogni personali. Va da sé che la spasmodica attenzione individualistica faccia fare un salto dall’individuo all’individualismo, e quando il gioco viene trasferito nella vita pubblica, succede che le categorie del privato contaminano quelle della politica, che è pubblica. Una volta che le categorie del politico sono state sostituite dalle categorie dell’azienda, l’individuo, insoddisfatto per le scarse attenzioni e degli ancor meno bisogni che la politica gli permette di soddisfare, non vota. Perché dovrebbe farlo? Cosa dà ai suoi bisogni una qualsiasi formazione politica per spingerlo a votarla? La logica dell’individualismo è spietata: non fa nulla gratuitamente, e chiede sempre il proprio utile in cambio.

Ma tutto non si spiega con l’individualismo. C’è qualcosa che si chiama calcolo politico e questa volta a farlo sono proprio i politici. È quello che risulta da questa semplice operazione: è più complicato prevedere la scelta di 100 votanti o più facile prevederne 60? Ovvio, 60. Allora, creare scompiglio, dare della politica un’immagine litigiosa e senza preoccuparsi dei veri problemi del Paese che sono poi quelli dell’individuo, sfornare programmi sostanzialmente simili, perché dovrebbe esortare il cittadino ad andare a votare? Il capolavoro, poi, consiste nel distribuire una parte del restante 60 votanti tra gruppuscoli senza alcuna possibilità di condizionare la vita parlamentare. I leader di quei gruppuscoli si attivano per distrarre voti e assicurarsi quelli necessari per occupare posti nel Parlamento e nei vari Consigli regionali e comunali, e lasciare ai partiti con più voti di contendersi, a questo punto, 50 elettori. È un processo di controllo del voto che procede con una logica privata; la privatizzazione del voto elettorale, infatti, è la grande operazione della politica nell’era di internet e della globalizzazione. Privatizzazione che ha il suo punto più alto nei due comportamenti elettorali più evidenti: mettere in lista i candidati scelti uno a uno dal leader del partito, o scegliere il candidato da mandare in Parlamento o nei Consigli regionali e comunali attraverso qualche ‘click’ su piattaforme predisposte: bastano 20 voti per un candidato per andare in Parlamento…un percentuale di voti statisticamente irrilevante se i voti a disposizione del movimento dei ‘click’ sono circa 8 milioni.

Entrambe le forme non ci mettono di fronte alla privatizzazione della vita parlamentare? Là dove c’era il segretario abbiamo ora il general manager; dove prima c’erano gli iscritti, ora ci sono gli azionisti, il partito è un’azienda. Che assume nel consiglio di amministrazione, ex segreteria di partito, provvedimenti in linea con l’aziendalizzazione, ispirati tutti allo stesso ritornello: l’uomo solo al comando. Un uomo che perde di vista il pubblico e fa avanzare l’interesse. Suo insieme a quello della lobby di turno. Perché è molto semplice la svolta privatistica della politica: farsi garante degli interessi di lobby, tanto i cittadini sono disinteressati dalla politica.
Si apre un vulnus tragico: come si può proporre il comando di un uomo solo in un ente pubblico? Ente che non ha creato lui, perché l’uomo che amministra enti pubblici non è un imprenditore, non è lui che ha creato la sua azienda. Il dirigente pubblico si trova ad agire in una realtà creata molto prima di lui. Lui deve amministrarla, non comandarla. L’introduzione di questa logica ha rappresentato l’espulsione dalla politica della democrazia, della quale i partiti sarebbero dovuti essere i paladini. Ma non è un destino la svolta in corso: sono maturi i tempi per dire che è finita l’epoca dei vari Borgonovi, i quali hanno sempre professato la svolta privata nell’amministrazione pubblica, ma non hanno mai rifiutato il denaro pubblico quando serviva per pagare deficit e ripianare bilanci di società private.

I partiti diventati aziende fanno rischiare qualcosa di più alla società rispetto al fallimento di un’azienda: quando il personalismo di un leader avanza nonostante la realtà lo abbia asfaltato più volte e nonostante il suo insistere mostri non più e solo il personalismo ma il passaggio al narcisismo, gli elettori cosa devono fare, se non allontanarsi e, nei casi peggiori, organizzarsi in movimenti antipolitici, che hanno poi meccanismi interni peggiori di quella della politica?
Così, l’astensione fa il suo corso e a volte sceglie una formula bizzarra: votare una formazione che, di fatto, non ha nessuna maggioranza elettorale, ma è funzionale a intercettare gli scontenti di tutte le razze, dai fascisti ai comunisti, senza poter incidere su niente. Tanto quegli elettori lo sanno che il potere non lo prenderà mai il partito di Grillo, ma intanto mandano un chiaro segnale ai Renzi di turno per dirgli che non vogliono quella cosa che loro stanno facendo e che non ha a che fare con la politica. Che è al servizio dei cittadini e non di qualche gruppo di potere o di associazioni, riconosciute e non.

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