venerdì, Settembre 24

Il business del volontariato

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Sciacallaggio o semplice opportunismo. L’alveo sottile che passa tra chi vede l’aiuto alle persone in difficoltà come semplice opportunità di crescita e chi invece la coglie come un’occasione di guadagno è il medesimo che c’è tra chi vive rifacendosi alla propria coscienza e chi invece segue il peggiore istinto predatorio.

R.A. la sua scelta l’ha già fatta: ha preferito la coscienza.  

Trentadue anni, commercialista, per circa cinque anni si è dato al volontariato, dapprima presso la Protezione Civile e poi alla Caritas. Grazie alla prima ha avuto modo di seguire da vicino la gestione dell’emergenza nelle ore immediatamente successive al sisma che il 6 aprile del 2009 colpì l’Aquila.

Alla seconda deve invece la possibilità di aver dato una mano ai bisognosi della provincia di Caserta. Di entrambe però, al di là, della splendida esperienza in termini di rapporti umani con le persone in difficoltà, serba un pessimo ricordo.

Un giro di affari, quello mosso dal terzo settore, in grado di generare cifre importanti.

Secondo ‘Il valore economico del Terzo settore in Italia’ una ricerca realizzata nel 2012 da UniCredit Foundation e Istituto di ricerca Ipsos, basata sull’ascolto di 2104 organizzazioni operanti nel settore non profit, il danaro che gira attorno alle organizzazioni prive di scopo di lucro ammonta a circa 67 mld.

Degli enti intervistati più di tre quarti fanno parte del mondo associativo: il 39% sono organizzazioni di volontariato e il 16% associazioni di promozione sociale, mentre il 19% rappresenta la realtà delle cooperative e imprese sociali. Fondazioni, comitati, enti ecclesiastici e organizzazioni non governative, pesano all’incirca l’1% ciascuno.

Un’attenzione quella degli italiani verso i più sfortunati che rispecchia gli ultimi dati diffusi dall’Istat sebbene non manchino coloro che hanno vissuto questa esperienza in termini non positivi.

Dei 6,63 milioni di italiani che hanno almeno 14 anni e hanno svolto nel 2013 un lavoro volontario, il 4,9% esprime un giudizio negativo della sua esperienza.  Perché ha comportato “più svantaggi che vantaggi” o perché “non è cambiato niente”.

“Appena avuto notizia del sisma non ci pensai su nemmeno una volta,  decisi immediatamente che dovevo partire” Capelli di media lunghezza, berretto da baseball ben calcato sulla testa, R.A. che rientra nel 23,4% delle persone che si possono definire ‘benestanti’ e nel 22,1% dei laureati, ha fatto del pragmatismo la propria ragione di vita. “Non amo i giri di parole, alle chiacchiere preferisco l’azione. Vedevo le prime immagini che arrivavo e fremevo dalla voglia di partire”.

R.A. non è stato di certo l’unico a mobilitarsi. Nelle prime 48 ore secondo i dati forniti dalla Protezione Civile furono 4800 i volontari che si attivarono per portare aiuto, cifre arrivate poi a sfiorare i 730 mila quando la macchina organizzativa andò a pieno regime.

Numeri importanti, a supporto della tesi che vede gli italiani sempre in prima linea quando c’è da dare una mano a chi si trova in difficoltà ma che però non impedirono lo svilupparsi di una gestione degli aiuti quanto meno opaca.

Furono tantissimi infatti i supporti giunti dalle aziende. Da quelle telefoniche alle aziende dolciarie passando per quelle tecnologiche, tutti diedero il proprio contributo per cercare di fronteggiare l’emergenza ed alleviare il dolore delle famiglie.

“Ho visto con i miei occhi arrivare camion strapieni di derrate alimentari piuttosto che di televisori di ultima generazione, gran parte dei quali volatilizzati poi nel nulla”.

R.A. non riesce ad additare colpevoli, il suo è solo il racconto di una testimonianza. “In qualità di responsabile di un campo avevo un raggio di azione abbastanza ampio ma sopra di me c’era una gerarchia da rispettare, e se dall’alto” mastica amaro “veniva l’ordine che determinati alimenti non dovessero essere distribuiti io non potevo che eseguire”.

C’è un episodio in particolare che gli è rimasto impresso.

“La Ferrero aveva inviato ogni bene di Dio in termini di dolciumi. Prodotti che ovviamente avevano una scadenza. Decisi quindi di distribuire dei pezzi a tutti i bambini. L’alternativa sarebbe stata gettare i prodotti perché scaduti. Ciò avvenne fino a quando non ricevetti l’ordine tassativo di bloccare la distribuzione. Dall’alto era stato deciso che quei prodotti non dovessero più essere dati”.

Se gli si chiede però di chi fosse la regia di tutto ciò questo commercialista dai modi affabili e dal linguaggio schietto preferisce non fare nomi. “Ciò che posso dire è che la responsabilità dell’ente sul territorio appartiene ai sindaci dei comuni a cui la Protezione Civile fa riferimento”.

Ciò che più gli fa male però, anche a distanza di cinque anni dall’accaduto è il silenzio dei media.

“Tutti hanno osannato il volontariato e la solidarietà degli italiani, tralasciando però di trattare quello che veramente non andava. Forse ” sottolinea con forza “c’erano degli interessi da parte del mondo dei media che non potevano essere intaccati”.

Di qual genere di interessi si trattasse è presto detto.

“Ho conosciuto tantissimi giornalisti che sotto la falsa veste dei volontari eseguivano contemporaneamente anche il loro ruolo di inviati dai luoghi della tragedia”.

Non meno dura l’esperienza alla Caritas casertana. Svolta a cavallo tra il 2010 il 2011. Anche in questo caso gli aiuti che le persone inviavano quotidianamente tendevano a seguire due canali differenti, uno destinato direttamente ai più bisognosi e l’altro ad opere che probabilmente di caritatevole avevano solo il nome.

Il lavoro della Caritas si basa principalmente sulla raccolta delle offerte provenienti dai benefattori.

“Una volta”  racconta “dinanzi ad un furgoncino stracolmo di generi alimentari mi fu fatto segno di separare le derrate con scadenza da quelle senza perché dovevano seguire strade differenti… Quando chiesi il perché di quella che in apparenza appariva come una scelta priva di senso, mi fu detto che certe cose andavano così. Non esitai un solo minuto a gettare tutto all’aria e ad andar via”.

Da allora sono passati circa quattro anni e di quell’esperienza nel suo studio oltre a tanta amarezza è rimasto solo un attestato di benemerenza della Presidenza della Repubblica per i tre mesi trascorsi a l’Aquila.

“Con il volontariato ho chiuso” dice senza lasciare scampo a repliche “preferisco altre forme di business”.

 

 

 

 

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