lunedì, Settembre 27

Il business del calcio in Inghilterra La Premier League è un prodotto di successo mondiale. Ma non senza problemi e debiti.

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Londra – Soldi, soldi, soldi. Che il calcio sia un pozzo di denaro non è una novità. Secondo Deloitte il mercato del calcio europeo sfiora i 20 bilioni di euro, con i cinque campionati più importanti che ne producono circa il 50%. I dati relativi al biennio 2012-2013, suggeriscono una crescita relativa al 5% in questi cinque campionati, dovuta quasi totalmente a poche squadre di successo. Secondo questo studio il calcio inglese è quello più fruttuoso, con entrate appena inferiori ai 3 bilioni di euro all’anno.

Gli inglesi, che ci tengono a ricordare come il calcio, quel ‘beautiful game’, sia una loro invenzione, sono molto fieri di questo sport e ne hanno fatto un vero e proprio prodotto da esportazione. Con la stagione 2014/2015 della Premier League appena iniziata, a prescindere dalle critiche di tifosi scontenti, è innegabile che il torneo di prima categoria inglese sia il campionato per eccellenza, seguito da milioni di persone in tutto il mondo, e trasmesso in 212 paesi. La Premier League come la conosciamo oggi non è quella degli inizi del calcio, e per alcuni amanti del gioco del pallone, insieme ai diritti televisivi, è stata la rovina di questo sport . Creata nella sua veste odierna nel 1992, diventa, con l’ingresso nel nuovo millennio, una vera e propria macchina per soldi. Ingaggi e salari alle stelle per i giocatori e i manager più ricercati, e anche con i prezzi di abbonamenti e biglietti per lo stadio in continua crescita.

Un giro d’affari enorme, ma di che cifre stiamo parlando? Lo abbiamo chiesto a Simon Chadwick, Professor of Sport Business Strategy and Marketing alla Coventry University. “Non ci sono cifre ufficiali e soprattutto”, specifica Chadwick, “bisogno specificare cosa si intende per l’economia della Premier League perché non c’è una definizione specifica. Non è solamente la League stessa, le entrate delle squadre, gli sponsor e i diritti tv, ma in certo senso anche il negozio di fish and chips vicino allo stadio può generare più revenue nei giorni in cui la squadra gioca in casa”. Un modo diverso per poter quantificare queste cifre è fare riferimento alle tasse pagate dai club della Premier League.  “Si parla di un ammontare intorno ai 1.3 bilioni di sterline in tasse pagate al Governo Britannico”, dice riferendosi ad una singola stagione.

Uno degli aspetti più criticati del calcio inglese sono appunto gli ingaggi stratosferici di alcuni giocatori. I campioni del Manchester United per esempio, come l’inglese Wayne Rooney e l’olandese  Robin van Persie, guadagnano 250 mila sterline alla settimana.  Ingaggi che sono spesso una tra le cause  dell’incremento dei prezzi dei biglietti per lo stadio. L’abbonamento può arrivare a costare più di 1000 sterline, e per alcuni club, come l’Arsenal, c’è una lista di attesa di oltre 40.000 tifosi che sperano di ottenere il biglietto per la prossima stagione.  “Non credo che i prezzi dei biglietti scenderanno presto – spiega Chadwick – alcune squadre stanno sperimentando delle prezzature diverse, ma si tratta di squadre nella fascia bassa della Premier League e nella Championship.  Le altre squadre ricevono una grande richiesta ed hanno a disposizione un numero limitato di biglietti e mantengono prezzi molto alti. Una delle conseguenze, ma in realtà è difficile vedere quale sia la causa e quale l’effetto, è che assistiamo ad un cambiamento socio-demografico delle tifoserie, sempre più professionisti e meno working class e bambini”. La differenza fondamentale con gli altri campionati europei, secondo Chadwick, è che gli inglesi tendono a guardare al modello americano, a quella ‘corporate culture’, che ha portato anche nel calcio di Premier League ad essere culturalmente accettabile l’idea di fare soldi attraverso lo sport.

Eppure, con tutti gli introiti della vendita dei biglietti, del merchandising e con i diritti televisivi sempre più spesso, negli ultimi anni, si assiste, anche in Inghilterra, all’incremento dei debiti anche di quelle squadre che gareggiano nelle sfere più importanti. Secondo dei dati pubblicati dal The Guardian riguardanti la stagione 2012-2013, le squadre della Premier League collettivamente hanno perso 291 milioni di sterline.

Abbiamo fatto qualche domanda sul panorama del calcio inglese, per capire come funzionano queste società, all’esperto di Sport Management John Beech, Honorary Research Fellow all’Università di Coventry. Beech si dichiara molto cauto nel parlare dei profitti e del contributo all’economia delle squadre di calcio inglese: “certo, ci sono dei profitti ma è molto difficile calcolarli, molti soldi quasi spariscono nell’acquisto di giocatori e dei loro stipendi. Spesso questi giocatori arrivano da altri paesi o comunque sono di un’altra nazionalità e immediatamente i soldi vanno altrove, quindi l’impatto sull’economia è minore di quello suggerito dai profitti”.

Il blog curato da Beech raccoglie tutte le informazioni sui club calcistici inglesi dal punto di vista economico e finanziario, occupandosi in particolar modo dei casi di insolvenza e fallimento. “Ci sono due misure di successo per una squadra di calcio. La prima è il successo sul campo, giocare bene, raggiungere la Champions etc.”, inizia Beech, “la seconda è analizzare la squadra come un’azienda e vedere se produce profitto o meno. Poiché la competizione è così dura, per giocare bene, per accedere alle coppe, per essere promossi nella categoria superiore, i proprietari sono felici di pagare anche troppi soldi per compare i giocatori e retribuire salari molto alti. Come risultato, si dimenticano di tenere sott’occhio le loro finanze e finiscono con essere in perdita”. Quasi dimenticandosi che non è solamente un gioco. Non lo vedono come un business tradizionale, e naturalmente non lo è proprio a cause di quelle due misure di successo”, sottolinea Beech, “molti proprietari, sono perfettamente contenti di fare così poichè difficilmente un proprietario possiede una squadra di calcio come business principale. Solitamente hanno delle attività in settori completamente diversi ed è quasi come se la squadra di calcio fosse una sorta di hobby. Sono chiamati a scegliere se pagare le tasse sui profitti della loro attività principali, o se perdere dei soldi in una squadra di calcio, che è molto più divertente, e spesso scelgono la seconda.”

Anche in Inghilterra si inizia ad assistere a casi in cui delle squadre falliscono e una nuova società, la ‘resurrection club’, si presenta per iscriversi al campionato. “Non ci sono ancora esempi di successo”, suggerisce Beech, “perché è un nuovo fenomeno”.  Ci racconta l’esempio della squadra del Portsmouth, di cui è anche un tifoso, che dopo anni di fallimenti e passaggi di proprietà è rinata come cooperativa di tifosi, sul modello tedesco, con i fan che detengono appena più del 50% della società. Un nuovo modo di fare calcio che, secondo Beech, potrebbe essere vincente: “in generale tendiamo a vedere una migliore gestione da parte di squadre che sono proprietà dei tifosi. Certo, non tutte sono un successo, ma essendo cooperative, tendono a prendere decisioni meno rischiose, pensando di più ai soldi. Mentre un benefattore”, spiega Beech, “che è quasi contento di perdere soldi poiché sta risparmiando tasse sul suo business principale, tenderà a prendere decisioni più rischiose. I proprietari molto ricchi, ad esempio, sono inclini a spendere molti soldi e poi, se per qualche motivo questo afflusso di soldi si ferma, la società si trova in difficoltà”.

Le squadre di Premier League ricevono soldi dalla League e per i diritti televisivi in enorme quantità. Come scrive Chadwick in un articolo recentemente pubblicato sul valore della Premier League, anche una squadra come il Cardiff City, finito ultimo nella stagione 2012-2013 e poco trasmesso in TV ha ricevuto dalla League quasi 64milioni di sterline. Quindi, quando una squadra retrocede per demeriti sportivi, in Championship per esempio, si ritrova a dover risistemare le proprie finanze perché non può più contare su queste ingenti somme di denaro. La Premier League ha così introdotto i cosiddetti ‘parachute payments’, un aiuto della durata di quattro anni alle squadre che retrocedono per facilitare i loro bilanci. “Ci sono due problemi con questi pagamenti”, dichiara Beech, “il primo è che è praticamente premia un fallimento, il che sembra abbastanza anormale, il secondo è che concede a queste squadre un vantaggio nei confronti delle altre nella nuova categoria, facilitandole nella loro promozione”.

 

 

 

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