mercoledì, Agosto 4

Il Buono il Normale e il Cattivo

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Parlare di buoni sentimenti come se non esistessero è una forzatura troppo grande, almeno per me. Sono anni che non riesco a trovarmi una squadra a cui appartenere: buonisti e cattivisti mi sono sempre sembrati sciocchi in pari misura. E aggiungo che, tutto sommato, di posizioni tanto radicali ne ho riscontrate poche. C’è quello che, da ogni fatto, trae una parabola cinica ma poi è anche capace di bilanciare la ‘carognata’ con un articolo semplicemente umano. Poi ci sono i malati di mente che vivono in una dimensione spregiudicata e non riescono più a moderare il loro sarcasmo, che spesso tracima in dileggio verso il più debole. Passano su morti e feriti, sull’ignoranza e sull’ingenuità, come chiamati a schiacciare tutto in vista di chissà cosa. Coi potenti se la prendono a condizione che un coro sia già attivo, sicché si uniscono all’eco con discrezione, quasi a non farsi notare, ché sarebbe banale. Sono fissati con l’originalità, eppure non appaiono che degli elegantoni, abituati come sono a indossare, a loro spese, le idee di una fatiscente elite di provincia. Il loro sogno è diventare dandy ma non ci riusciranno mai: non sanno cosa sia il dandy per davvero e non sono dotati della cintura della grazia.

Eppure questa tonalità intellettuale è distante da certi prodotti di arte popolare; lo dimostrano due recenti opere, una delle quali è già stata ampiamente commentata. E sdoganata dalla ‘cattiva società’. La storia di ‘Due piedi sinistri’ di Isabella Salvetti è infatti nota ai più. In una piazzetta di Testaccio dei ragazzini stanno giocando a pallone. Mirko è bravo, gli altri meno, uno per niente, ed è il cicciottello che non manca mai in un campetto e che per un paio d’anni sono stato anch’io prima di smagrire in una sola estate. ‘Na pippa’, come diciamo a Roma. In una pausa riprendi-palla, Mirko adocchia una bimba al di là di un muretto; scambiano due parole, si piacciono, tanto che un minuto dopo, a pallone disperso, il testaccino si ripresenta e la invita a prendere un gelato con gli amici. Ma, scavalcata la parete, realizza che Luana è seduta su una carrozzina. Ne nasce un gigantesco equivoco, perché il ragazzino si produce in una serie di domande facinorose, su quella sedia e su di lei, che rimane sconvolta, offesa, annullata. Lui che arriva a dire: «Ma nun te vergogni?» finché rivela l’oggetto… «… a esse’ della Lazio…» Già, perché la superficie della ruota sinistra della carrozzina è coperta di adesivi biancocelesti. Per questo Milko se ne va da solo in gelateria, lasciando lei con un sorriso grande così, perché è bello passare una mattinata a litigare per due stupide squadre di calcio.

L’altro è un musicale di tre minuti, che fa il verso a Enzo Jannacci. ‘Canto anch’io’ di Lorenzo Baglioni è la storia di una comitiva di ragazzi che cerca di trascorrere insieme un pomeriggio di domenica. Prima si propone di andare a Viareggio, poi allo stadio a vedere la Viola, infine a casa di Marco per un paio di birre… Ma ogni volta «Ah già che grullo c’è qui Iahopino che non ce la fa!» Ma il gruppo resta solidale e sceglie di cantare un brano che faccia «pensare la gente».

Ci penserà, la gente? Si godrà un momento di sosta tra iene e zanzare? Un punto di ristoro? Senza che nessuno faccia la moraletta o veltroneggi, verrà in mente a qualcuno che l’ironia genera anche potenza ed eversione? Non solo cadaveri sparsi, sopra i quali vederci un po’ meglio, e peggiorare. Non ce l’ho con nessuno, davvero. Ma un bacio a Luana e a Iahopino, quelli sì.

 

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