mercoledì, Aprile 14

Il Brasile e la memoria storica della dittatura Cinquant'anni dopo, il ricordo del regime divide politica e opinione pubblica

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Joao Goulart dittatura Brasile

Esattamente cinquant’anni fa, il 31 marzo del 1964, l’esercito brasiliano marciava su Rio de Janeiro per deporre l’allora Presidente João Goulart. Gran parte di industriali, proprietari terrieri e classe media, intimoriti dalla politica di nazionalizzazione dei terreni agricoli e del settore petrolifero operati dal Governo di centro-sinistra, festeggiarono con sollievo il colpo di mano.

Molti politici moderati erano convinti che una svolta autoritaria avrebbe costituito un argine temporaneo contro la crescente influenza dei movimenti vicini al comunismo, che ai loro occhi preludeva al ‘perigo vermelho’ di una nuova Rivoluzione Cubana. Rassicurati dai militari, che promettevano una dittatura ‘funzionale’ alla risoluzione della crisi politica ed economica, appoggiarono il golpe. Aveva inizio la dittatura militare, che avrebbe retto il Brasile fino al 1985. Vent’anni che ancora pesano sulla vita politica della nazione sudamericana, dove infuria più che mai il dibattito tra chi crede che il regime abbia salvato il Paese da un’insurrezione comunista, e chi reputa inaccettabile la soppressione dello Stato di Diritto e delle libertà fondamentali, con le successive, terribili persecuzioni che seguirono, negando (o forse ritenendolo un’alternativa non sgradita) il fantomatico complotto rosso.

Oggi, sempre 31 marzo, il Professor Gualazzi della USP (Universidade de São Paulo), uno dei tre grandi atenei pubblici dello Stato paulista, ha dovuto interrompere una lezione ‘commemorativa’ in cui sosteneva la tesi del pericolo comunista sventato, a causa delle proteste di un gruppo di alunni. Vestiti con i cappucci neri che venivano fatti indossare nelle carceri militari ai detenuti politici e intonando Opinião, una canzone anti-autoritaria datata proprio 1964, gli studenti hanno fatto irruzione in aula, costringendo il Professore a lasciar perdere. Il tutto è finito su Youtube, scatenando grandi polemiche.

Il Parlamento, nel frattempo, riunito in seduta plenaria in occasione della ricorrenza, è stato teatro di una bagarre prolungata tra le forze politiche che ha costretto ad annullare la cerimonia. Alcuni tafferugli sono scoppiati dopo che un gruppo aveva esposto uno striscione riportante la scritta ‘auguri ai militari del 31 marzo, grazie a voi il Brasile non è Cuba’, mentre i deputati di sinistra mostravano immagini dei perseguitati politici dell’epoca al grido di ‘assassini’. Questi due episodi testimoniano il forte clima di conflitto che si è creato intorno alla lettura storica del ventennio dittatoriale, tra nostalgici che ritengono la dittatura un male necessario e coloro che la condannano senza appello.

Ma non sono solo le interpretazioni del ventennio a far discutere. Il rumore più forte non lo fa la storia, ma le sue vittime. Sebbene il calcolo sia complicato per via dell’estensione territoriale della nazione, della mancanza di informazioni o per il silenzio dei mandanti e degli esecutori, secondo la Segreteria per i diritti umani della Presidenza della Repubblica 475 persone sono morte o scomparse a causa della guerra senza quartiere che la dittatura dichiarò ai militanti marxisti durante i cosiddetti ‘anos de chumbo’ (anni di piombo, proprio come in Italia), quando, a fine anni sessanta, iniziò il periodo più grigio del regime. Migliaia furono i torturati e malmenati, cifre non paragonabili a quelle argentine o cilene, ma significative. A questi crimini commessi dallo Stato si aggiungono più di un centinaio di vittime causate dalla risposta alla repressione da parte di quei gruppi di sinistra che scelsero la lotta armata e il terrorismo come strumento di opposizione.

In molti, soprattutto a sinistra, sottolineano come i crimini che il regime attuò nei confronti di tutti coloro che rappresentavano un pericolo per la sua stabilità restino tuttora impuniti. Molti dei protagonisti di quella stagione travagliata sono ancora in vita, e le ferite causate non si sono rimarginate. Per molti degli eredi della sinistra dissidente, gli omicidi nei confronti degli ufficiali di allora non rappresentano altro che legittima resistenza. Gli unici colpevoli sono i militari e chi li ha aiutati, e si chiede a gran voce che i responsabili vengano puniti dalla legge. A impedirlo c’è, però, la legge stessa. Un’amnistia, approvata nel 1979 (quando ancora non si era chiusa la stagione dittatoriale) garantisce l’impunitàa tutti coloro abbiano commesso crimini politici o ad essi connessi’. La norma, che allora era considerata un passo preliminare necessario a ristabilire la pace nella transizione verso la democrazia, è ritenuta da molti un oltraggio alle vittime.

Il Governo di Dilma Rousseff, come del resto tutti i suoi predecessori, ha rispettato l’amnistia. Può apparire sorprendente, addirittura paradossale che Dilma, una ex militante di estrema sinistra, imprigionata e torturata dai militari, non perseguiti i colpevoli, e si limiti semplicemente, come ha fatto in occasione del cinquantenario del golpe, a sottolineare la necessità di ‘ricordare e rendere pubblico ciò che è accaduto’.

Il motivo è che l’attuale sistema politico brasiliano si basa su un delicato equilibrio che vede nel mutuo riconoscimento dell’impunità un pilastro del quieto vivere istituzionale. Alcuni dei funzionari statali dell’epoca occupano ancora posti di rilievo nell’amministrazione statale, e gli oppositori, come Dilma, hanno avuto modo di riconquistare un ruolo di primo di primo piano nella conduzione dello Stato, al di là delle violenze commesse per combattere la dittatura. Perseguire i delitti commessi allora implicherebbe rimuovere un pilastro posto a fondamento di quel patto sociale tra destra e sinistra che consente all’oligarchia industriale e alle alte sfere militari di convivere con la nuova sinistra che governa il Paese.

Ciò nonostante, segnali recenti, che hanno visto l’annuncio da parte delle Forze Armate di voler cooperare con la Commissione per la Verità, un organo istituito nel 2011 per fare luce sugli abusi della dittatura, confermano perlomeno la volontà di rendere pubblici i delitti di allora. La Commissione ha infatti recentemente rilasciato un documento che testimonia come il Ministro della Difesa Celso Amorim si sia impegnato a costituire un gruppo d’inchiesta che indaghi il coinvolgimento militare nelle violazioni di diritti umani avvenute nel Paese, contando sulla collaborazione di Marina, Esercito e Aviazione.

Nonostante la stessa Dilma abbia dichiarato di non essere intenzionata a cambiare la legge sull’amnistia, il sostegno popolare a una cancellazione sta prendendo piede. Se non stupisce che nella PUC (Pontifícia Universidade Católica) di San Paolo, un bastione degli accademici marxisti già durante la dittatura, campeggino in questi giorni decine di manifesti e scritte che invocano la punizione per i militari rei di torture e uccisioni, è ben più significativa la diffusione di questo appello anche tra i brasiliani delle classi meno acculturate. A contribuire a questa crescita del fronte contro l’amnistia è stato proprio l’operato della Commissione per la Verità, che ha pubblicato terrificanti documenti sulle torture e gli omicidi perpetrati negli anni di piombo. Un ex colonnello interrogato ha raccontato senza pentimenti le sevizie a danno dei prigionieri, tra lo sgomento dell’opinione pubblica.

Non per niente, secondo un recente sondaggio di Datafolha, il 46% degli intervistati è a favore della rimozione dell’amnistia, quando nel 2010 la percentuale era del 40%. Un trend in crescita, quello contrario all’impunità, che spinge le forze politiche a interrogarsi su come garantire la stabilità del patto democratico brasiliano alla luce della volontà popolare di veder fatta giustizia dei crimini passati.

 

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