domenica, Maggio 16

Il Brasile della Coppa: un Paese fermo Manifestazioni che bloccano il Paese e addio all'efficienza

0

 Brasile_Nao vai ter Copa

Rio de Janeiro – Immaginate un Paese fermo. Fermo veramente, cioè immobile. Gente in strada che si dispera perchè non riesce a tornare a casa: autobus in sciopero, traffico in tilt, metropolitane che viaggiano a singhiozzo. Immaginate una coda di 211 km. Si, 211. E centinaia di persone in mezzo che elemosinano passaggi agli autisti bloccati nel traffico da più o meno 5 ore.
Ecco, questo è il Brasile delle ultime settimane. San Paolo in questo caso. La capitale econômico-finanziaria del Paese, quello che qui definiscono il lato efficiente del Brasile.
Peccato che negli ultimi mesi sia stato difficile distinguere il lato buono da quello meno buono.

Perchè da mesi il Brasile è paralizzato. A 13 giorni dalla Coppa del Mondo, i ritardi nella costruzione degli stadi non sono che un dettaglio rispetto a quello che si vive quotidianamente da queste parti.

Insegnanti, forze dell’ordine, addetti alla sicurezza, funzionari del trasporto pubblico e senzatetto scendono in strada un giorno si e l’altro pure per protestare contro i costi faraoinici del Mondiale e chiedere al Governo aumenti salariali, condizioni di lavoro più dignitose, maggiore sicurezza e tutela dei diritti.
Spesso e volentieri alle proteste prende parte un numero indefinito di noglobal inflitrati che tra un coro e l’altro lancia un paio di bombe carta in direzione di una banca o prende a bastonate le vetrine di una concessionaria, transformando in guerriglia quella che per gli organizzatori vuole e deve rimanere sempre una protesta pacifica.

E poi ci sono gli attivisti del Movimento Nao vai ter Copa, i fratelli di Occupy Brazil in sostanza. Quelli che la Coppa próprio non la vogliono e che fino all’ultimo cercheranno di impedire il gioco. Costi quel che costi. Perchè c’è bisogno di investire in salute, dicono. Istruzione e cultura, civiltà. In questo Paese, per loro, c’è bisogno di investire in tante, troppe cose, meno che il Mondiale.

E la pensano così anche gli índios che dalla Coppa del Mondo hanno avuto un biglietto solo andata per la periferia delle città. Diverse comunità indigene sono state costrette a lasciare i territori occupati da tempo nei centri abitati di varie citta brasiliane per trasferirsi in periferia. Qualche giorno fa a Brasilia nel corteo organizzato dal Movimento dei lavoratori senzatetto sono confluiti circa 800 indigeni brasiliani di varie etnie che poche ore prima avevano protestato presso il Parlamento federale contro un progetto di legge che modifica le regole di demarcazione delle loro terre. Gli indios si sono presentati con archi e frecce. Si, archi e frecce.
E anche stavolta la protesta di pace ha cambiato faccia: dalla folla sono partite pietre contro il battaglione anti-sommossa della polizia militare che ha risposto con gas lacrimogeni.
ll bilancio provvisorio è di almeno sette feriti, tra i quali un militare a cavallo, raggiunto da una freccia. I manifestanti hanno bloccato le vie di accesso al Manè Garrincha, nel mirino dei movimenti che si oppongono all’evento della Fifa: l’impianto risulta essere il più caro della Coppa ed è al centro delle critiche per denunce di “superfatturamento” dei costi.

Questo è il Brasile, in sostanza. Quello di oggi, a 2 settimane dal Mondiale.

Il Presidente Dilma Roussef, però, è convinta che domani le cose possano cambiare, che durante l’evento tutto andrà come deve andare.
Per garantirlo ha ordinato all’Esercito di presidiare gli aeroporti, gli hotel e le strade dove circoleranno le squadre coinvolte nella Coppa.
Dilma teme che possa ripetersi quello che è successo pochi giorni fa a Rio de Janeiro quando la selezione brasiliana, in ritiro in un hotel della metropoli carioca, è stata accolta dalle contestazioni di circa duecento insegnati in sciopero che hanno circondato il pullman dei giocatori intonando cori contro la Coppa.

Se questo è il trattamento riservato ai padroni di casa, figuriamoci al resto del mondo.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->