venerdì, Luglio 30

Il boomerang della Corea del Nord

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In campagna elettorale, Trump aveva pronunciato parole di fuoco contro la Cina, accusandola di esercitare una concorrenza sleale sui mercati mondiali attraverso la manipolazione dello yuan e di condurre una politica eccessivamente assertiva nelle acque del Mar Cinese Meridionale. Subito dopo le elezioni, lo stesso Trump fu raggiunto telefonicamente della premier taiwanese che intendeva congratularsi con lui per il verdetto delle urne. L’approccio aggressivo adottato dal tycoon newyorkese indusse numerosi osservatori a temere un notevole raffreddamento dei rapporti con Pechino, con pesanti ripercussioni sugli scambi bilaterali. Le preoccupazioni a questo riguardo furono tuttavia mitigate dai commenti di Henry Kissinger, al quale  i cinesi tributano ancora oggi grande rispetto a causa del suo oscuro lavorio che nel 1972 preparò il terreno per la storica visita a Pechino di Richard Nixon e all’adozione della politica di ‘una sola Cina’ che per decenni ha rappresentato una pietra angolare della politica estera statunitense.

Lo scorso dicembre, il grande teorico del realismo politico è stato ricevuto nella Grande Sala del Popolo che si affaccia su Piazza Tienanmen – si tratta dell’ottantesima visita in Cina da quel fatidico 1972 – dal presidente Xi Jinping in persona, il quale necessitava di chiarimenti circa le reali intenzioni di Donald Trump. Non va inoltre dimenticato che i cinesi sono convinti che «il novantatreenne Kissinger sta giocando un ruolo chiave nel tracciare la politica estera di Trump». «Questo presidente eletto – ha confidato Kissinger a Xi – è unico nella mia esperienza, perché non ha assolutamente un bagaglio di obblighi verso alcun gruppo particolare, è diventato presidente sulla base della sua strategia […]. Occorre evitare di insistere a inchiodare Trump a posizioni che ha tenuto in campagna elettorale sulle quali non insisterà da presidente».

Una volta assunte le redini del governo, Trump ha effettivamente evitato di conformare la propria linea operativa alle posizioni espresse da candidato. L’accordo commerciale raggiunto in tempi fulminei con Pechino lo scorso aprile ne è una prova tangibile. Ma fu proprio mentre Xi si trovava a Washington per negoziare i termini dell’intesa che Trump informò il presidente cinese di aver appena ordinato il bombardamento della base siriana da cui si riteneva – a torto – che fosse partito l’attacco chimico condotto dalle forze regolari nei pressi di Idlib. Il che non fece che confermare quanto andavano ripetendo gli esperti più realisti, e cioè che la ricostruzione di un rapporto di collaborazione con Mosca rappresentava un obiettivo irrealizzabile, come sarebbe stato dimostrato dal dilagare del cosiddetto ‘Russiagate’ e dal prevalere della corrente trasversale al Congresso, alle forze armate, agli apparati di intelligence e allo stesso popolo americano che agisce sulla base della convinzione che la Russia continua a rappresenta il nemico irriducibile degli Stati Uniti.

La recente decisione di Trump di avallare la proposta di introdurre nuove sanzioni contro la Russia – mirate a colpire il suo apparato energetico – presentata dal Congresso, ha inoltre vanificato i passi avanti che erano stati compiuti in occasione del vertice del G-20 ad Amburgo, in cui il presidente rivelò a Vladimir Putin che aveva predisposto di sospendere il finanziamento del programma attraverso il quale la Cia si occupava di sostenere la cosiddetta ‘opposizione moderata’ siriana.

La cosa non poteva che contribuire a deteriorare sui rapporti tra Washington e Pechino, visto che quest’ultima appare ormai da anni in perfetta sintonia con Mosca su tutta una serie di rilevantissime questioni di carattere strategico (dalla crisi ucraina a quella siriana, per non parlare dell’intesa energetica russo-cinese). ‘Global Times’, megafono semi-ufficiale del Partito Comunista Cinese, si è espresso in termini irritualmente diretti a questo riguardo, scrivendo che «il disegno di legge approvato dalla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti contro imprese, banche e individui russi, probabilmente ridurrà la quota della Russia nel mercato energetico globale, soprattutto negli Stati Uniti e in Europa. Pechino non ha alcun vincolo a sostenere le sanzioni statunitensi alla Russia. In realtà, la Cina potrebbe continuare a sfruttare la cooperazione con la Russia nel settore dell’energia. Il settore energetico è un pilastro strategico dell’economia russa, che potrebbe ricevere un nuovo colpo dalle sanzioni statunitensi. Tuttavia, una frattura economica con il vicino non si accorda con gli interessi della Cina. Se c’è il caos economico in Russia, la Cina potrebbe dover considerarne il salvataggio finanziario per risolverne i problemi causati dalle sanzioni statunitensi […]. Ma la realtà politica ed economica del mondo multipolare ha ridotto il potere statunitense sugli affari internazionali. L’esito più probabile è che la Russia rimarrà una superpotenza dall’influenza complessiva diminuita, ma non realmente messa in discussione […] anche alla luce della possibilità che Cina e Russia hanno di incrementare l’utilizzo di yuan e rublo negli scambi bilaterali».

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