giovedì, Dicembre 9

Il black bloc non veste Rolex

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La lettera aperta dell’ad di Rolex Italia contro Matteo Renzi e Angelino Alfano riaccende la polemica sugli scontri del 1 maggio a Milano tra anarchici No Expo e forze dell’ordine. Emma Bonino presenta l’iniziativa Women for Expo. Pippo Civati si decide finalmente a varcare il Rubicone e annuncia l’addio al Pd. Giornata di firme per l’Italicum: prima il selfie del premier e poi la firma, più tradizionale, di Sergio Mattarella. Dopo lo sciopero nazionale di ieri, Renzi apre la trattativa con i sindacati sul ddl Scuola. Legge Fornero, Mario Monti risponde a Matteo Orfini: ‘Nessuna pippa nel mio governo’. Pioggia di critiche sul sottosegretario Enrico Zanetti che giudica «immorale» la decisione della Consulta di restituire gli arretrati anche ai pensionati più ricchi. Oggi in programma la direzione nazionale di Ncd in occasione dell’apertura della campagna elettorale per le elezioni regionali. Angelino Alfano cerca di farsi spazio tra i due Matteo ma, tranne pochi intimi, nessuno ci fa caso.

Non accennano a placarsi le polemiche seguite agli scontri milanesi del 1 maggio tra black bloc e polizia. Oggi ci si mette persino la Rolex. La famosa azienda svizzera di orologi di lusso ha pubblicato una lettera aperta a pagamento sui maggiori quotidiani nazionali per stigmatizzare «l’inaccettabile affiancamento dell’immagine di Rolex alla devastazione di Milano e all’universo della violenza eversiva» compiuto da Matteo Renzi e Angelino Alfano. I due politici avevano definito «teppistelli col Rolex» e «figli di papà con il Rolex» i manifestanti No Expo più violenti. Tutto a causa di una fotografia che immortalerebbe il polso di una attivista cinto dal luccicante e costoso pataccone. Un accostamento che non è proprio andato giù a Gianpaolo Marini, amministratore delegato di Rolex Italia, che ora pretende «una cortese dichiarazione di rettifica» e assicura che «dalla qualità delle foto e dei video che sono stati diffusi dai media, è altamente improbabile poter desumere un’affidabile identificazione come Rolex (e ancor più come Rolex autentico) dell’orologio indossato dai facinorosi che stavano commettendo evidenti reati». Parola di esperto: il black bloc non veste Rolex. Alfano come sempre minimizza. Maurizio Lupi, involontariamente autoironico dopo il caso Incalza, commenta: «Tanti figli ce l’hanno». Sulla questione Expo, ma con tutt’altri fini, interviene anche Emma Bonino che annuncia per il 6 giugno la presentazione del programma Women for Expo, una sorta di «alleanza globale delle donne contro lo spreco alimentare». La manifestazione si svolgerà dal 29 giugno al 10 luglio e, spiega la coraggiosa attivista Radicale per nulla piegata dalla lotta contro un tumore, sarà l’occasione per discutere «di come potenziare le capacità delle donne in agricoltura».

In Vaticano annuncerebbero «habemus Civatim». I 99 Posse canterebbero «è nato, è nato, è nato..». Con un sussulto di inusitato coraggio Giuseppe Civati, detto Pippo, si decide a mollare la casa madre del Pd per diventare finalmente civatiano a tutti gli effetti. L’addio ufficiale arriva nel pomeriggio sul suo blog e, quasi in contemporanea, sul quotidiano on-line ‘Il Post’ al quale l’ormai ex piddino confida di non avere «più fiducia, non sosterrò il governo e per questo lascio il gruppo del Pd». «A un certo punto», questo il cuore del duro attacco via blog di Pippo, «senza preavviso, è semplicemente capitato che un giorno alcune persone con cui pensavamo di aver condiviso questa visione (ambientalista ndr) hanno cambiato idea. Hanno promosso e approvato – senza voler parlare di leggi elettorali, riforme del lavoro e della costituzione – cementificazioni e trivellazioni, e ce li siamo trovati in tivù a deridere le ragioni di chi difende l’ambiente o crede che il futuro passi attraverso soluzioni differenti». Lui promette che continuerà a fare politica. Bisogna solo vedere con chi. Quelli di Sel già si sono messi a corteggiarlo. E Matteo Orfini, malinconico, lancial’hashtag #pipporipensaci.

Anche se a denti stretti, tocca ancora occuparsi di Italicum. Questa mattina Matteo Renzi non si è limitato a firmare la nuova legge elettorale, ma ha pubblicato su twitter il selfie dell’inchiostro sparso sulla carta bianca di Palazzo Chigi dalla sua ‘regale mano’. «Una firma importante. Dedicata a tutti a quelli che ci hanno creduto, quando eravamo in pochi a farlo», si autopubblicizza Matteo nei soliti 140 caratteri. «Mattarella lo stai obbligando a firmare #pressioneindebita», denuncia cinguettando Francesco Storace rivolgendosi al premier. Intanto, i Popolari per l’Italia di Mario Mauro hanno celebrato nel pomeriggio a piazza Montecitorio «i solenni funerali della democrazia, in segno di dissenso nei confronti dell’approvazione dell’Italicum». Peccato che i passanti, soprattutto turisti, abbiano pensato che si stesse celebrando il loro di funerale in quanto micropartitino nato già morto. Anche il M5S, per bocca di Alessandro Di Battista, ha chiesto al Quirinale di non firmare l’Italicum perché «incostituzionale». Tutto inutile. Il presidente Mattarella firma, come suo stile, senza fiatare. Opposizioni pronte a chiedere un referendum abrogativo.

Altro fronte caldo per il governo resta quello della riforma della Scuola. Ieri il riuscitissimo sciopero nazionale contro le ricette renziane. Il rischio è una emorragia di voti per il Pd da una delle sue basi tradizionali. Per questo Renzi sembra voler cedere a più miti consigli, parla di trattativa e incontra al Nazareno i parlamentari Pd e il ministro ‘soprammobile’ dell’Istruzione Stefania Giannini allo scopo di fare il make-up al ddl Scuola. Questa mattina ad aprire le danze sul tema ci ha pensato la forzista Mariastella Gelmini. Siccome fu nominata ministro dell’Istruzione da Silvio Berlusconi, la ‘maestrina di Brescia’ si è auto convinta di essere un’esperta in materia scolastica. Per questo definisce semplicemente un «pasticcio» una riforma in cui «emerge un po’ la linea di Matteo Renzi, cioè l’idea di un uomo solo al comando». E se al posto di Matteo ci fosse stato Silvio?

La spinosa vicenda delle pensioni, e della disgraziata legge Fornero da poco cassata dalla Consulta, riesce a far perdere le staffe anche a Mario Monti, sinonimo di sobrietà per definizione. «C’erano pippe nel mio governo? Opinione ponderata del presidente del Pd che ha anche usato un termine tecnico», così l’ex premier con il loden risponde oggi, a scoppio ritardato, alla sparata di Matteo Orfini. Il presidente del Pd qualche giorno fa aveva ironizzato sul fatto che si fosse scoperto «ex post come nei governi tecnici ci fosse una discreta quantità di pippe». L’indistruttibile super ego dell’uomo mandato da Bruxelles non lo fa, invece, arretrare di un passo dalla ferrea convinzione che il blocco delle indicizzazioni sulle pensioni «era strettamente indispensabile». Chi sa se il Professore ripeterebbe la stessa affermazione di fronte a pensionati ed esodati inferociti. Sempre sul tema, il sottosegretario all’Economia in quota Scelta Civica Enrico Zanetti, sempre a caccia di visibilità mediatica, esclude, ma solo a titolo personale, «che sia possibile restituire a tutti l’indicizzazione delle pensioni, per quelle più alte sarebbe immorale e il governo deve dirlo forte». M5S replica: «Immorale non restituire i soldi».

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