lunedì, Giugno 21

Il 2 Giugno del soldato bambino, vero fratello d’Italia Se c’è un fratello d’Italia a cui mi sento vicino e con cui vorrei festeggiare il 2 Giugno è G.E. Ott, morto a soli 16 anni. Aveva falsificato il suo certificato di nascita per venire a combattere nella guerra di liberazione dell’Italia dai nazifascisti

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I modi in cui festeggiamo alcune ricorrenze civili possono generare confusione.
Il 2 Giugno non fa eccezione, ma il gioco diventa pericoloso se anche televisioni, carta stampata e giornalisti, con la scusa di dare voce a tutti, creano indebite illusioni di omogeneità, alimentando mitologie che poi si abbattono nella vita di tutti noi.
Il caso legato all’uscita del libro di Giorgia Meloni è esemplare. Una donna a capo del partito più vicino all’ideologia fascista, almeno qui da noi, trattata come se non fosse responsabile di prese di posizione discutibili, antisociali.

Si dimentica che il bene e il male, con le loro naturali sfumature, esistono ancora e nell’Italia della politica sono perfettamente distinguibili, sempre che si vogliano percepirne le differenze, eppure il modo in cui tendiamo a percepire e a formare i giovani ai valori collettivi risente di questa matrice indistinta, che tende alla fusione, facendo un pessimo servizio ai cittadini, messa nella condizione di non cogliere sino in fondo il retrobottega delle varie culture politiche.

Per questo molti ragazzi, ma anche adulti, credono che votare sia un gioco dall’esito equivalente.
Sarà per questo che oggi vediamo due partiti populisti, uno dei quali piuttosto vicino all’ideologia fascista, contendersi il primato nei sondaggi, senza che scatti un serio segnale d’allarme sui mezzi di informazione.

A partire da tale premessa, festeggiare il 2 Giugno, ossia il momento in cui gli italiani scelsero di trasformare il nostro Paese in una repubblica, significa riflettere su come siamo arrivati a tale traguardo, domandarsi se amiamo ancora quella conquista.
Per risponde a queste domande, ognuno può seguire il filo della sua esperienza, personalmente lo voglio fare partendo dall’Abruzzo, dove mi trovavo nei giorni scorsi, in prossimità del 2 Giugno. Mi ero fatto accompagnare da un amico a Torino di Sangro, volevo tornare a visitare il cimitero canadese. Vi sono stato diverse volte, rinforzandomi sempre nell’idea che la democrazia non abbia alternative, ringraziando col pensiero tutti quei ragazzi stranieri morti sulla linea Gustav per salvare il nostro Paese, consentendoci di arrivare a costruire una repubblica democratica, sostenuta da una costituzione unica al mondo.

Per me, che sono padre di tre figli, vedere quelle 1.500 tombe, contenenti le spoglie di ragazzi poco più che adolescenti, peraltro tutti volontari,sepolture perfettamente allineate, curate in modo quasi maniacale dall’amministrazione del Commonwealth, ciascuna ingentilita da un cespuglio di rose rosse, rappresenta un’emozione indescrivibile.

Giovedì 27 maggio, verso fine mattinata, il giardiniere stava lavorando, intento a scolpire un cespuglio con estrema cura. È un uomo di una quarantina, ci saluta con affabilità. Gli chiedo se la consuetudine può attutire le emozioni, facendone evaporare il senso di tragedia, se la giovanissima età di quei soldati, morti per mano nazista, è per lui ancora fonte di pensieri tristi. Ci risponde conducendoci davanti alla tomba del sodato G.E. Ott, morto il 30 gennaio 1944, a soli 16 anni. Così è scritto nella lapide. Gli domando come può essere stato possibile arruolare un quasi bambino, mi risponde che aveva falsificato il suo certificato di nascita, per venire a combattere nella guerra di liberazione dell’Italia dai nazifascisti.

G.E. Ott, adolescente canadese, è dunque un piccolo padre di quella che la destra filofascista italiana chiamapatria‘, senza capire di cosa parla,perché è stato quel ragazzino a combattere lo schieramento a cui per cultura essa appartiene, anzi, è fiera di appartenere.
Anche il soldatino canadese era straniero, e i filofascisti disprezzano gli stranieri, li considerano ospiti indesiderati, così come detestano gli ebrei e gli omosessuali, esattamente come i loro progenitori coi manganelli. Proprio per mettere un freno tanta ignoranza, il soldato sedicenne era morto.

Se c’è un fratello d’Italia a cui mi sento vicino e con cui vorrei festeggiare il 2 Giugno, mano nella mano, come se fosse mio figlio, è proprio il bambino divenuto troppo presto soldato, e mi permetto di dire che con Giorgia Meloni e con il brodo culturale da lei così bene rappresentato, dal quale lucra consensi notevoli, non voglio avere a che fare, né il 2 giugno e neppure in tutti quelli che seguono, anzi, come ogni genitore dotato di senso di responsabilità, ne combatterò le pretese, rifiutando l’idea che siamo tutti uguali, perché questa è una bugia letale, frutto di pigrizia, di stupidità o di entrambe le cose.

Furono i progenitori del partito di Giorgia Meloni a uccidere il nostro vero fratello d’Italia, che era canadese ma amava il nostro Paese assai più di chi commemora camerati e coltiva nostalgie un poco ridicole ma molte pericolose, con la silenziosa complicità dei leader della destra di oggi.

Dobbiamo scriverlo senza timore, e se vogliamo che la Repubblica abbia vita lunga, anche ricordarlo a tutti i giovani italiani, senza mai stancarci, perché è proprio nei nostri vuoti narrativi che i mostri possono annidarsi e proliferare lasciando, come sempre, lutti e dolore.
A questo serve la ricorrenza del 2 Giugno, a ricordare che non siamo la stessa cosa, la riconciliazione può essere frutto solo della conversione di chi sbaglia.

 

 

 

PS. A proposito del libro della signora della destra, che non leggerò, penso alle interviste ‘neutre’, soprattutto a quella del ‘Corriere della Sera‘. L’autrice racconta di una vita difficile, tra aborti mancati e padri che spariscono. In genere, dopo un simile percorso, si è propensi a meditare su ciò che lega gli uomini tra di loro, avendo sperimentato le conseguenze della frattura di legami vitali e avendo toccato con mano quando sia importante assumere comportamenti che avvicinano.
Si capisce il segreto dell’esistenza, che si chiama compassione e ancora meglio si comprende che quando si rompe tale propensione, nessuno si salva.
Quello che, invece, pare avere capito o non capito l’autrice, meglio non dirlo.

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