sabato, Settembre 25

Ikea fatidica per le nostre donne politiche Da Anna Finocchiaro a Renata Polverini a Cècile Kyenge, fino a Roberta Pinotti: tutte le donne 'beccate' a fare shopping con la scorta

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 Roberta Pinotti

 

Per le donne politiche italiane, galeotta fu l’IKEA e chi se l’inventò. Nel maggio dell’anno scorso fece il giro del web, e dei giornali, e del gossip, e dei social  -e chi più ne ha, più ne metta- la foto di Anna Finocchiaro, (allora ancora parte nemica, tant’è che apparve innanzitutto sul settimanale di ‘famiglia’ ‘Chi’), quasi rottamata dal nostro Premier come un mobile IKEA un po’ scarrupato (ma Anna è di ben altro materiale: tostissimo pitch pine, quello con cui si facevano le indistruttibili navi ottocentesche, altro che truciolato multistrato!) che, in compagnia dei suoi uomini di scorta, faceva shopping all’IKEA, comprando padelle antiaderenti e uno stendibiancheria.

All’epoca la solita polemica di panna montata crebbe in un attimo, per poi smosciarsi al successivo urlo indignato anti-Casta, che, tanto, a ben guardare, ogni giorno ce n’è una. La senatrice piddina, oggi eclissata dalle rampanti Maria Elena Boschi e Marianna Madia nell’immaginario degli italiani  -infatti, non è emersa nessuna sua foto vacanziera né vestita né in costume-  se la cavò, o pensò di cavarsela, ché, certe volte, la toppa è peggiore del buco, rispondendo anche su Twitter, dove era spuntato l’hashtag ‘#finocchiarovergogna’, che la scorta le era stata imposta per ragioni istituzionali. Anzi, ribadì che, se fosse stato per lei, avrebbe volentieri rinunciato ai suoi bodyguard.

Salvo, poi, farsi beccare, successivamente, in un’altra situazione fotocopia, ma al supermercato Sma, mentre i suoi baldi accompagnatori pesavano cipolle e patate per lei… Manine delicate, poverina!

Perché faccio riemergere un fatto ormai irranciditosi e ormai passato al rango di episodio quasi veniale di una casta da cimitero degli elefanti, secondo lo spirito scout del nostro premier?

Perché un’altra politica, pure lei ex scout, e stavolta addirittura ‘in servizio’ ministeriale, è stata pizzicata all’IKEA di Collegno (Torino), il paese del mitico smemorato, la Ministra della Difesa Roberta Pinotti in Orengo, in compagnia della figlia.
E fin qui, nulla di male, anzi è pieno diritto anche per le rappresentanti istituzionali una conciliazione famiglia  -lavoro che non le risucchi in un vortice straniante di impegni politici.
Il fatto è che, ad accompagnare madre e figlia in questo raid di acquisti, c’erano ben sei uomini di scorta, manco l’IKEA di Collegno si fosse temporaneamente trasferita a Kobane, nel pieno dell’attacco dell’ISIS.
Questo folto gruppo di protezione della prima Ministra della Difesa della storia dell’Italia unita non era passato inosservato, ma erano tutti in disinvolte mise sportive e quindi non c’è stato alert.
Sennonché, volendo adottare una procedura rapida per il pagamento del conto, entrambe si sono spostate nella fila dell’autocertificazione d’acquisto, dove si passa da soli il sensore ottico sui codici a barre degli acquisti.
Questa procedura, però, viene resa più sicura e tutelante dall’IKEA prevedendo controlli a campione da parte di addetti alla sicurezza appostati all’uscita.
Quasi renziano il vigilante che ha chiesto di controllare gli acquisti della responsabile della Difesa e della 22enne Elena Orengo. Metaforicamente, pareva chiedersi: ‘Pinotti, chi?’.
Inizialmente, il caposcorta, sottufficiale dei Carabinieri, voleva tagliar corto qualificandosi al vigilante troppo scrupoloso; poi la stessa Ministra, reduce dalle polemiche di chi aveva obiettato il suo uso troppo disinvolto per aerei militari, in occasioni esorbitanti le missioni della sua carica, ha voluto fare un gesto distensivo, accettando la ‘perquisizione’.
Qualche anno fa avevo segnalato proprio qui l’indebita fruizione di un autista/scorta e di un’auto blu da parte di Maria Stella Gelmini, ormai ‘fuori’ dalla compagine governativa  -doveva essere in carica già l’Esecutivo Monti.
E non dimentichiamoci lo shopping a gogò della ex Governatora del Lazio, oggi deputata, Renata Polverini, con macchina di servizio che risaliva contromano via del Corso; oppure il blitz a via Condotti dell’allora Ministra dell’Integrazione, Cècile Kyenge, qualche ora prima di lasciare la carica (da dove stava con l’ufficio, a via Condotti avrebbe potuto arrivarci a piedi…).

Lo so, tutte donne i bersagli delle mie osservazioni da Robespierre in gonnella (come me, anche lui fu avvocato; come me, anche lui fece un’altra cosa nella vita; spero che non mi capiti, come lui, di provare la lama decapitante…).

L’altro giorno, la Consigliera di Parità presso il Ministero del Lavoro, Alessandra Servidori, ridendo, rifletteva ad un convegno che «Spesso è vero, le donne sono le migliori nemiche delle donne».
A parte che sono d’accordissimo, perché in varie occasioni ho avuto sgambetti femminili  -uno, molti anni fa, reale e non colposo, da una attualmente famosa conduttrice televisiva-, voglio dire che tutta questa sfilza di episodi è soltanto la dimostrazione che le donne sono delle dilettanti del potere: spesso si accontentano di manifestazioni esteriori, solo d’immagine.
Avendo la prima metà del Cielo esercitato per millenni la supremazia, gli abusi e le soverchierie maschili, ben più gravi e vistosi, passano in cavalleria perché sono percepiti comenormalità’.
E, poi, la fauna politica maschile ha sviluppato un sistema abusante e pervasivo che l’apprendistato femminile, databile a pochi decenni, non ha ancora concepito.
Noi sappiamo fare bene i figli (anche quelli maschi che, poi, erediteranno dai padri certi atteggiamenti), non gli imbrogli ‘veri’, quelli che fruttano soldi, salvo poche eccezioni, in genere con burattinai di sesso maschile.

Per redimere l’intero affresco, ecco una donna a mio avviso esemplare: è la direttora amministrativa dell’ASL di Sassari, Angela Cavazzuti, licenziata   -naturalmente non apparentemente con questa motivazione-  per non aver voluto truccare i conti.
Copio dal recente articolo di Gian Antonio Stella su ‘Il Corriere della Sera‘:  «Un bilancio quasi sano? Ma per l’amor di Dio! Meglio un buco, una voragine, un abisso. Più profondo possibile. ‘Tanto paga la Regione’. Era questa, dice un’inchiesta della magistratura, la filosofia dell’Asl di Sassari. Una storia abnorme e paradossale. (…) Dice tutto una e-mail finita nelle tremila pagine del fascicolo giudiziario. Dove Marcello Giannico, messo lì come commissario dall’allora governatore berlusconiano Ugo Cappellacci, scrive al direttore amministrativo dell’Asl Angela Cavazzuti (che denuncerà tutto ai giudici) raccomandandole come priorità «l’approvazione del bilancio 2010 con le rettifiche che le ho suggerito. Le ricordo che in Regione ci sono 120 milioni LIQUIDI disponibili per ripianare le perdite del 2010 di tutte le Asl sarde. Le sottolineo che questi denari vanno alle Aziende che hanno prodotto perdite e non pareggi di bilancio».
Lei ha detto no…  denunciando tutto alla Magistratura. La reazione del proponente manipolatore? Prima mobbing, poi il licenziamento in tronco… ma utilizzando un impianto diffamatorio e ingiuriante che non poteva essere lasciato impunito.
L’articolo di Stella racconta questa terribile vicenda, sarà il processo, se non incapperà in qualche secca, a fare giustizia per Angela Cavazzuti. Io suggerirei al Presidente della Repubblica di riceverla al Quirinale e di insignirla di qualche onorificenza: perché anche lei ha subito, pur rimanendo viva, un femminicidio professionale.

 

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