mercoledì, Giugno 16

Identità nazionale e integrazione euro-atlantica

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macedonia

Per la sesta volta consecutiva, la Commissione europea ha raccomandato l’apertura dei negoziati di adesione per la Macedonia, ma la situazione è ancora in fase di stallo. Il blocco è causato da Atene e si tratta di una conseguenza della storica disputa esistente tra i due paesi sulla questione del nome.                                                                                                                                                                                                                                               Le istituzioni statali hanno accolto con favore i progressi compiuti dalla Macedonia, riconosciuti nella relazione UE sullo stato di avanzamento, derivanti dal loro concreto e sostanziale impegno a combattere la corruzione e la criminalità organizzata e allo stesso tempo a soddisfare “criteri politici”. Ma molti in Macedonia ritengono che l’UE abbia voluto premiare il paese dopo che Skopje ha accettato di attuare l’accordo Ohrid del 2001, ponendo fine al conflitto con la minoranza albanese che rappresenta il 25% della popolazione e riconoscendo loro diritti costituzionali.                                                                                                                                                                                                                                                       Ma i leader macedoni accusano la Grecia di ostacolare il loro percorso, nonostante anche loro finora non si siano dimostrati ben disposti a scendere a compromessi sulla questione del nome.

La posta in gioco

Solo alcuni stati (tra cui gli USA) riconoscono la Macedonia con il suo nome costituzionale, l’UE e il resto del mondo la chiamano ex Repubblica jugoslava di Macedonia, a causa della resistenza esercitata dalla Grecia. Dopo aver conquistato l’indipendenza nel 1991, la Macedonia è divenuta membro delle Nazioni Unite (1993), ma la solidificazione della politica estera del paese è stata ostacolata dalla vicina Grecia. Atene si appella all’esistenza di una propria regione amministrativa dell’ex Macedonia e teme la contraddittoria “dottrina del macedionalismo” delle autorità di Skopje in quanto potenzialmente in grado di sovvertire le esistenti rivendicazioni territoriali. Pertanto, tutti i governi greci dal 1993 si sono fermamente opposti all’uso del termine Macedonia per denominare il proprio vicino occidentale. Il nome attualmente impiegato, FYROM, risale al 1993, dopo anni di tesi negoziati, il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale si sono accordati sul riconoscimento della nuova nazione indipendente mediante il nome provvisorio di “ex Repubblica jugoslava di Macedonia” (FYROM). Da allora, questo nome provvisorio è stato utilizzato dalle Nazioni Unite e da molti altri stati e organizzazioni, tra cui anche l’UE. In una pubblicazione del 2006, il Ministero greco degli affari esteri ha scritto sul proprio sito web: «FYROM sta conducendo una politica di irredentismo e rivendicazione territoriale fondata sulla falsificazione storica e sull’usurpazione dell’eredità storica e nazionale della Grecia».                                                                                                                                                                                                                                                        D’altro canto, le autorità macedoni si rifiutano di rinunciare al nome di Macedonia. Il Primo Ministro Nikola Gruevski e i leader dell’opposizione hanno ribadito chiaramente che non cederanno sulla questione del nome perché a parer loro significherebbe rinunciare alla «propria identità».

 Esiste una soluzione?

Matthew Nimetz, diplomatico americano nonché rappresentante speciale delle Nazioni Unite, per la disputa sul nome tra la Grecia e la Repubblica di Macedonia, si è finora adoperato invano per risolvere la questione. Le sue proposte, tra cui quella di chiamare il paese ‘Macedonia-Skopje’, ‘Repubblica della Macedonia superiore’ o ‘Macedonia Vardar Skopje’, non sono state accolte da nessuna delle due parti. L’inviato ONU, tuttavia, ha placato le preoccupazioni dei leader macedoni ribadendo che l’identità è qualcosa su cui non si negozia. «I popoli hanno una propria identità e l’ONU non negozia sulle identità», ha dichiarato Nimetz ad Atene, mesi fa. Ciò significa che l’inviato ONU si occuperà principalmente del nome con cui la Macedonia sarà riconosciuta a livello internazionale.

La principale preoccupazione è destata dall’assoluta assenza di un seppur vago accenno di soluzione, ragion per cui i macedoni che aspirano all’integrazione UE stanno perdendo le speranze. I sondaggi dimostrano che i macedoni sono contrari a cambiare il nome costituzionale del paese, in quanto temono di perdere la propria identità, al momento contestata non solo dalla Grecia, ma anche dalla Bulgaria, la quale sostiene che la lingua macedone è un dialetto bulgaro. Lo Stato ha investito miliardi per consolidare l’identità nazionale che è anche legata alla religione. Il paese pullula di chiese e monasteri, da molti considerati parte integrante dell’identità nazionale macedone, seppure all’interno di uno stato laico. A conferma di ciò, la parte occidentale del paese, abitata da albanesi musulmani, è gremita di moschee.

L’UE, tuttavia, sta esercitando maggiore pressione affinché si raggiunga un accordo duraturo, Mathew Nimetz ha, infatti, ultimamente sottolineato la necessità di andare avanti. «è veramente importante cercare di risolvere le questioni tra i paesi piuttosto che farle inasprire sempre più»,ha dichiarato Nimetz, pur ammettendo di avere solo “alcune idee” su come risolvere la controversia.

‘Dnevnik’, un quotidiano macedone vicino al governo, ha scritto che il rappresentante della Grecia a New York, l’ambasciatore Adamantios Vassilakis, pare aver suggerito il nome «Macedonia slava-albanese» per FYROM, al Rappresentante speciale dell’ONU, Matthew Nimetz. La notizia non è stata confermata dall’Ufficio dell’inviato speciale ONU, ma molti sostengono che il governo stia cercando di incolpare i soggetti internazionali di essere «dalla parte dei greci» e come tentativo di cambiare l’identità di stato.

Gli albanesi, che rappresentano un quarto della popolazione, sono a favore di una soluzione rapida e non sono emotivamente legati ai simboli di stato macedoni. Al contrario, vorrebbero che il paese cedesse sulla questione del nome in quanto ritengono che «i macedoni stiano cercando di falsificare la storia».

Ultimamente, è stata annunciata una nuova iniziativa, ma molti dicono che in realtà esistono diversi dibattiti segreti, tenuti all’oscuro dell’opinione pubblica.

 Il nome non è l’unico problema

Molti analisti e la società civile macedone ritengono che il governo stia usando le dispute sul nome come copertura della propria incapacità di migliorare il welfare sociale. Infatti, la relazione UE sullo stato di avanzamento, pur confermando che la Macedonia sta facendo progressi, sottolinea però anche la presenza di molti ostacoli. L’UE rimprovera la regressione avvenuta lo scorso anno e la Commissione Europea esorta le autorità a intervenire in merito alle preoccupazioni per l’aumentata politicizzazione e le crescenti lacune in materia di indipendenza del sistema giudiziario e di libertà di espressione, al fine di poter rinnovare la propria raccomandazione nei prossimi anni. Nell’ultima relazione sullo stato di avanzamento, l’UE ha criticato la mancanza di dialogo politico, riferendosi al boicottaggio delle istituzioni, Parlamento compreso, da parte dell’opposizione. Ma il Primo Ministro Nikola Gruevski è fiducioso: «Nonostante tutte le sfide da affrontare, la Commissione europea ha confermato ancora una volta che meritiamo l’apertura dei negoziati per l’adesione all’UE. I criteri politici sono giudicati soddisfacenti, sono stati compiuti enormi progressi nel settore economico e si sono registrati alcuni miglioramenti nel settore giudiziario e delle riforme pubbliche». Ma l’opposizione dichiara che il paese sta percorrendo una strada pericolosa in quanto la relazione sullo stato di avanzamento è piena di valutazioni quali «impasse, fallimento del governo, ricadute, passi indietro». La stessa posizione è condivisa da gran parte dei gruppi della società civile che, tuttavia, continuano a sostenere la posizione del governo nella controversia sul nome. D’altro canto, la maggioranza macedone dovrebbe avviare un dialogo con la minoranza albanese e giungere a una riconciliazione permanente, assolutamente necessaria per la stabilità dello stato. A tal riguardo, i macedoni dovrebbero adoperarsi per consolidare il proprio paese a livello interno, ma non essendo pronti a raggiungere un compromesso, resteranno esclusi dall’UE e dalla NATO. I costi di questo auto-isolamento saranno pagati però dai cittadini, la cui economia sarà assoggettata ai desideri dell’UE e dei paesi aspiranti.

 

 

Traduzione a cura Maria Ester D’Angelo Rastelli

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